OLTRE LA TIRANNIA DEL MERITO

 Il Limite / RANIERO REGNI / 184

La meritocrazia è una parodia della democrazia

C. Lasch

Più pensiamo di esserci fatti da soli e di esser autosufficienti, più diventa difficile imparare la gratitudine e l’umiltà. E senza questi sentimenti, è difficile prendersi cura del bene comune                       

M. J. Sandel

Merito, in apparenza, è una parola buona, dal suono positivo. Nessuno può mai essere contro il merito. Ognuno cerca di credere in cuor suo di aver meritato quello che di buono è riuscito a fare (un po’ meno, invece, ci appaiono meritati i nostri insuccessi!). Ma, se andiamo a vedere che uso viene fatto in campo sociale di questo termine e di questo valore, ne scopriamo tutta l’ambiguità. “Merito – ha scritto l’amico e collega, grande rappresentante della scuola di pensiero dell’economia civile, Luigino Bruni –  deriva da merere, cioè guadagnare, da cui derivano anche mercede e meretrice. La meritocrazia è l’ideologia del merito che, come tutte le ideologie, prende una parola che ci piace e ci affascina, la manipola e la perverte. E così, in nome della valorizzazione di chi è meritevole e povero, l’ideologia meritocratica è diventata la legittimazione etica della diseguaglianza”.

Come chi vince non crede nella fortuna, perché questo sminuirebbe il valore della sua vittoria, così chi è arrivato in cima crede di essersi meritato il successo. Tende a nascondere o a ignorare che invece quello che è definito merito è in gran parte (il per il 90%?) un dono dovuto alle condizioni in cui è nato. Certo poi c’è anche l’impegno personale, il senso di iniziativa, la fiducia in se stessi, il senso di responsabilità, che rappresentano un merito personale, ma che è molto meno consistente di quello che si vuol credere (il 10 %?).

Merito è diventato sinonimo di mercato, ignorando che nel mercato non vince il migliore. Lo stesso pensiero liberale, si pensi a von Hayek, parla infatti di “illusione del merito” come funzionale ad una società di mercato. Merito è diventato sinonimo di successo personale, come se chi ha avuto successo non avesse avuto bisogno di fortuna e di doni iniziali. Ma forse la più ingannevole equazione è quella tra merito ed equità, considerando il merito la vera misura dell’eguaglianza, mentre la conseguenza è che l’ideologia del merito produce sempre maggiore diseguaglianza. Cito ancora L. Bruni”,

“è bastato soltanto cambiarle nome e la diseguaglianza da male è diventata un bene. I passaggi sono stati tre:

1. considerare i talenti delle persone un merito e non un dono;

2. ridurre i molti meriti delle persone a quelli più semplici da misurare dalle società di consulenza (chi vede oggi i «meriti» della compassione, della mitezza, dell’umiltà?);

3. leggere il talento come merito porta a remunerare diversamente i meriti e così si amplificano le distanze tra le persone ”.

Se questo discorso lo si applica all’educazione torniamo alle critiche insuperate e sempre attuali di Don Milani e P. Freire. La scuola deve cioè ridurre quelle asimmetrie dei punti di partenza che non hanno nulla a che fare con il merito dei bambini. Non può essere un ospedale che cura i sani e respinge e i malati. Un sistema sociale che premia chi è già capace non fa altro che lasciare sempre più indietro i meno capaci, che in genere non sono tali per demerito ma per le condizioni di vita. Molti bambini e molti ragazzi non sono demeritevoli, sono soltanto poveri; non sono colpevoli, sono soltanto oppressi; non sono incapaci, sono soltanto soli. È la “tirannia del merito”, di cui parla il politologo statunitense M. J. Sandel, il quale si domanda “se la soluzione alla litigiosità politica consista nel vivere in modo più fedele al principio del merito oppure nel ricercare un bene comune che vada oltre il selezionare e il lottare”.  

Concludo questo articolo che affronta un tema destinato ad essere ripreso, riannodando il filo del discorso di C. Lasch, con il cui pensiero abbiamo aperto in esergo. “L’aristocrazia del talento, che a prima vista può apparire un ideale ricco di attrattiva, in grado di distinguere le democrazie dalle società basate sul privilegio ereditario, si risolve in una contraddizione in termini: le persone di talento hanno la maggior parte dei vizi dell’aristocrazia senza possederne le virtù. Il loro snobismo non riconosce in alcun modo l’esistenza di obblighi reciproci tra i pochi privilegiati e le masse”.