JEAN DUBUFFET E L’ART BRUT

Jean Dubuffet (1901-1985) è stato un artista francese noto per il suo ruolo centrale nella creazione e promozione del movimento dell’Art Brut. La sua opera  ha anche portato una nuova attenzione verso forme di espressione artistiche spesso ignorate dai circoli accademici tradizionali.

Dubuffet considerava l’arte accademica e borghese come troppo convenzionale e distante dalla vera creatività. Il termine “Art Brut” è stato coniato da Dubuffet nel 1945. Egli era profondamente affascinato dalla creatività incontaminata, che vedeva come una risposta diretta all’artificiosità e alla commercializzazione dell’arte contemporanea. Dubuffet credeva che l’arte tradizionale fosse troppo legata a norme estetiche e convenzioni sociali, mentre l’Art Brut esprimeva una libertà genuina e una connessione più diretta con l’interiorità dell’artista. Per raccogliere e promuovere l’Art Brut, Dubuffet fondò nel 1948 la Compagnie de l’Art Brut con l’ausilio di André Breton. Nel corso degli anni, accumulò una vasta collezione di opere che oggi sono custodite presso la Collection de l’Art Brut a Losanna, in Svizzera

Dubuffet non si limitò alla teoria: la sua produzione artistica rispecchia i principi dell’Art Brut. Nelle sue opere, Dubuffet cercò di emulare l’immediatezza e l’istintività tipiche delle creazioni non convenzionali, con materiali non ortodossi poveri o inusuali, come sabbia, bitume, gesso e catrame, nella creazione di texture che conferivano alle sue opere un aspetto grezzo e “primordiale”, sempre alla ricerca di un’estetica anti-accademica. Il suo lavoro è caratterizzato da tratti infantili, colori accesi e figure distorte, elementi che sfidano le norme tradizionali di proporzione e bellezza. Tra le sue opere più note ci sono le serie “Hautes Pâtes”, “L’Hourloupe” e le sculture monumentali come “Jardin d’Hiver”.

Dubuffet, Paysage charbonneux (Sooty landscape), May–June 1946, Haute pâte on canvas or board, 97 x 162 cm

Dubuffet ha sempre avuto un rapporto complesso con la sua epoca e forse meglio recepito dalla nostra contemporaneità. Da un lato, il suo approccio radicale ha influenzato movimenti come l’Espressionismo Astratto, la Pop Art e il Graffitismo e contemporanei  come Jean-Michel Basquiat e David Hockney che hanno trovato ispirazione nel suo lavoro e nel concetto di autenticità creativa. Dall’altro lato, la contraddizione palese nell’operare dllo stesso Dubuffet che, pur promuovendo l’Art Brut come un’arte “altra”, sia inevitabilmente confluito nel mainstream artistico. La sua stessa opera, benché ispirata all’Art Brut, è stata creata da un artista professionista pienamente consapevole della cultura artistica suo tempo e perfettamente inserito nel mercato dell’arte e comunque apripista di nuove prospettive nello sfidare l’idea di “chi e cosa possa essere definito artistico”. Dibattito, peraltro, sempre aperto nella nostra contemporaneità dove la sua visione postulante continua ad ispirare discussioni sulla creatività, sulla marginalità e sull’autenticità del e nel panorama contemporaneo. 

Gli artisti che caratterizzano questo movimento creano e parlano attraverso un linguaggio privo di convenzioni e inibizioni senza preoccuparsi delle mode, delle regole estetiche o dell’approvazione del pubblico. Le opere sono spesso realizzate con materiali non convenzionali e tecniche sperimentali, nel riflttere un bisogno puro di espressione personale piuttosto che un desiderio di fama o riconoscimento.

Dubuffet ha raccolto una vasta collezione di opere che rientrano in questa categoria, per studiare e promuovere questa tipologia di produzione artistica. La sua collezione è oggi in parte visitabile in Italia al Mudec di Milano fino al 16 febbraio 2025 in una grande mostra a cura di Sarah Lombardi e Anic Zanzi.

Gli Artisti dell’Art Brut

Adolf Wölfli: Un artista svizzero ricoverato in un ospedale psichiatrico, noto per i suoi intricati disegni e composizioni ricchi di dettagli, spesso accompagnati da testi e simboli enigmatici.

Aloïse Corbaz: Anch’essa svizzera, creava opere vivaci e colorate, spesso raffiguranti temi romantici e figure femminili idealizzate. Il suo lavoro è caratterizzato da un mondo di belle donne con curve voluttuose e capelli fluenti frequentate da amanti in uniforme militare. La sua compulsione a riempire ogni spazio sul foglio è un “horror vacui” molto simile a quello di Adolf Wölfli.

Augustin Lesage: Un minatore francese che si dedicò all’arte dopo aver affermato di aver ricevuto una chiamata spirituale. Le sue opere, realizzate con una precisione quasi geometrica, evocano un mondo mistico.

Henry Darger: Un custode statunitense che ha prodotto una monumentale opera narrativa illustrata, “The Story of the Vivian Girls”, scoperta solo dopo la sua morte.

Gaston Dufour (noto come Gaston Duf) fu internato all’età di 20 anni in un ospedale psichiatrico vicino a Lille, in Francia. Qualche anno dopo, il suo medico notò che nascondeva curiosi disegni nella fodera dei vestiti. Il medico gli fornì matite colorate, gouache e carta. Dufour iniziò a realizzare composizioni di formato più grande con soggetti ricorrenti di una strana creatura proteiforme. Dopo un periodo di intensa creatività, Dufour cessò la produzione nel 1953.

Laure Pigeon, artista molto vicina a credenze ancestrali come lo “spiritismo” che si manifestano infatti nella sua ricerca artistica

Carlo Zinelli.Nel 1936 è chiamato ad assolvere gli obblighi di leva entra nel Corpo degli Alpini. È il 1939, Benito Mussolini raccoglie giovani “volontari”per la guerra in Spagna.Dopo una permanenza di due settimane circa in terra Spagnola, viene rimpatriato poichè mostra già segni evidenti di un disagio psichico che lo porterà alla totale dissociazione, sottoposto più volte a elettroshock e insulinoterapia, viene definitivamente internato nel Manicomio di San Giacomo alla Tomba nel 1947.

Giovanni Battista Podestà:le sue sculture colorate sempre in bilico dialettico fra bene e male la dialettica tra bene e male.

Angelo Meani, realizza maschere-ritratto con le stoviglie rotte che i grandi magazzini gli mettono a disposizione durante gli anni ’60 e ’70 del ‘900, che giocano sul rapporto dicotomico di vero e falso