Letteratura e Poesia / Roberto Puzzu / 263
La poesia di Fernando Bandini (Vicenza, 1931–2013) occupa una posizione singolare nel secondo Novecento italiano. Singolare non perché estranea alle principali tensioni della modernità poetica, ma, al contrario, perché capace di attraversarle mantenendo insieme istanze che nella lirica contemporanea tendono frequentemente a separarsi: classicità e modernità, italiano e dialetto, lingua poetica e lingua della tradizione, memoria privata e storia collettiva, rigore metrico e sperimentazione, esperienza quotidiana e interrogazione metafisica. La sua opera appare così come uno dei luoghi nei quali la poesia italiana del secondo Novecento ha elaborato con maggiore consapevolezza il problema della pluralità linguistica dell’io.
La collocazione di Bandini nella letteratura italiana non è facilmente riconducibile a una singola scuola o a una precisa corrente. La sua poesia si sviluppa infatti in una zona di intersezione fra esperienze differenti: il Novecento ermetico e post-ermetico, la persistenza della tradizione classica, la poesia dialettale, il recupero della metrica, la riflessione linguistica e la progressiva apertura verso una poesia capace di accogliere elementi della quotidianità e della storia. Questa posizione non coincide tuttavia con un semplice eclettismo. La molteplicità delle forme e delle lingue risponde a una precisa idea della poesia: la realtà non possiede un’unica lingua adeguata a essere detta. Bandini sembra assumere la tradizione non come repertorio di forme da conservare, ma come sistema vivo di possibilità. Il suo classicismo, pertanto, non è restaurativo. Il poeta conosce profondamente la metrica, la retorica e la letteratura antica, ma proprio questa conoscenza gli consente di sottrarre la tradizione alla museificazione. Il verso classico può convivere con la lingua contemporanea, il dialetto con l’italiano letterario, il latino con la poesia moderna. Ne deriva una concezione della poesia come spazio di traduzione permanente: traduzione fra epoche, registri, culture e forme dell’esperienza.
Uno degli aspetti più rilevanti dell’opera di Bandini è la presenza di tre lingue poetiche: italiano, latino e dialetto. Non si tratta semplicemente di tre strumenti espressivi alternativi, ma di tre differenti modalità di rapporto con il reale. L’italiano costituisce la lingua della comunicazione letteraria nazionale, della riflessione intellettuale, della memoria storica e dell’esperienza moderna. Il dialetto introduce invece una dimensione più concreta, territoriale, affettiva e antropologica. Il latino, infine, porta il discorso poetico verso una dimensione apparentemente lontanissima dal presente, ma proprio per questo capace di interrogare il presente attraverso la distanza. Il dato fondamentale è che Bandini non dispone queste lingue secondo una gerarchia. Esse sembrano piuttosto costituire differenti regimi di memoria. Il dialetto conserva una memoria locale e comunitaria; l’italiano una memoria nazionale e letteraria; il latino una memoria trans-storica della civiltà occidentale. La poesia nasce dunque nel punto in cui queste stratificazioni entrano in rapporto. In tale prospettiva, il plurilinguismo di Bandini può essere letto anche alla luce della grande tradizione italiana che da Dante arriva alla poesia novecentesca. Ma, diversamente dal plurilinguismo dantesco, fondato sulla costruzione di una totalità linguistica e conoscitiva, quello bandiniano appare come la testimonianza di una frammentazione consapevole della modernità. Nessuna lingua è sufficiente da sola; ciascuna illumina una parte del mondo.
La conoscenza del latino e del greco, unita alla pratica della traduzione, non rappresenta nella poesia di Bandini un semplice elemento erudito. La classicità costituisce piuttosto una forma di interrogazione del presente. Il poeta latino Bandini, riconosciuto come una delle figure maggiori della poesia latina italiana del secondo Novecento, dimostra che una lingua apparentemente consegnata alla storia può ancora diventare lingua della contemporaneità. L’operazione è culturalmente significativa: il latino non viene utilizzato come rifugio aristocratico dalla modernità, ma come strumento per sottoporla a una distanza critica. In questo senso il latino bandiniano possiede una funzione quasi archeologica. Esso permette di osservare il presente come se fosse già memoria, come se il tempo contemporaneo potesse essere sottoposto allo sguardo futuro dello storico.
È significativo, in questa prospettiva, il titolo Memoria del futuro. L’apparente ossimoro contiene una delle chiavi interpretative dell’intera esperienza poetica di Bandini. La memoria non riguarda esclusivamente ciò che è stato: essa è anche una facoltà anticipatrice, una forma di conoscenza che consente di percepire il presente nella sua futura condizione di passato.
La temporalità rappresenta infatti uno dei nuclei profondi della poesia bandiniana. Il passato non viene semplicemente ricordato e il futuro non viene semplicemente immaginato: entrambi si riflettono nel presente. L’espressione memoria del futuro può essere interpretata come una vera e propria poetica. La memoria, in Bandini, non è soltanto autobiografia. È piuttosto un dispositivo conoscitivo attraverso il quale il soggetto comprende la propria precarietà. Da qui deriva una caratteristica importante della sua scrittura: la capacità di far convivere il dettaglio concreto e la dimensione storica. Un oggetto, una strada, una figura umana, una parola dialettale possono diventare depositi di tempo.
Il poeta non contempla semplicemente il passato: legge il tempo inscritto nelle cose.
Questa prospettiva avvicina Bandini a una linea fondamentale della poesia italiana del Novecento, quella che riconosce nella memoria non un archivio consolatorio ma una forma problematica della conoscenza. Tuttavia, rispetto alla rarefazione ermetica, Bandini tende progressivamente a restituire alla poesia una maggiore concretezza narrativa, figurativa e civile.
La presenza del dialetto costituisce un altro elemento decisivo. Nel Novecento italiano il dialetto ha rappresentato spesso una possibilità di resistenza alla lingua standardizzata, burocratica e astrattamente nazionale. In Bandini questa funzione assume una particolare complessità. Il dialetto vicentino non è semplicemente la lingua dell’infanzia o della nostalgia. È una lingua dotata di una propria precisione conoscitiva. Il suo valore deriva proprio dalla capacità di nominare ciò che l’italiano letterario rischia talvolta di astrarre. La parola dialettale porta con sé un mondo: gesti, oggetti, mestieri, rapporti sociali, paesaggi, rituali, forme della memoria collettiva.
Il dialetto diviene quindi una sorta di archivio antropologico della poesia. Ma Bandini evita anche la tentazione folkloristica. Il dialetto non è utilizzato per costruire una cartolina regionale. Al contrario, il locale diventa una porta d’accesso all’universale. Il particolare vicentino non viene contrapposto al mondo: diventa una delle sue forme concrete. È precisamente qui che la poesia di Bandini incontra una delle questioni centrali della letteratura italiana contemporanea: come conservare la singolarità dell’esperienza senza trasformarla in provincialismo.
La poesia del secondo Novecento ha progressivamente messo in discussione l’idea tradizionale dell’io lirico come centro stabile dell’esperienza. Anche Bandini partecipa a questo processo, ma lo fa attraverso una strategia particolare: non dissolve l’io, bensì lo moltiplica linguisticamente. L’io che parla in italiano non coincide perfettamente con quello che parla in dialetto o in latino. Ogni lingua produce una diversa configurazione della soggettività. Questo elemento permette di leggere Bandini anche alla luce delle teorie moderne della soggettività linguistica: il soggetto non precede integralmente la lingua, ma si costituisce attraverso di essa. La pluralità linguistica non è quindi soltanto una caratteristica stilistica; è una rappresentazione della pluralità dell’esistenza. Il poeta è contemporaneamente figlio di una città, uomo della modernità, studioso della classicità, abitante della memoria e osservatore del proprio tempo.
da LA MANTIDE E LA CITTÀ
AMNESIA
Giorno per giorno qualche nome si eclissa
dalla mia lingua e dalla mia memoria,
usuali parole come sedia bottiglia
Oh, trafelate corse per riprenderne
possesso! Annaspo naufrago2
in un mondo che sempre più smarrisce
i suoi eoni, balbetto
come Mosè presso il roveto ardente.
E con nervoso tremito pronuncio
casa farfalla mela
per esorcizzare la buia notte
che si avanza a grandi passi;
ma poi casa precipita, farfalla
si polverizza in porpora,
mela mi è tolta divorata dal verme
che abita il mio cervello.
Come mi muoverò, poeta senza
gli amati nomi succo delle cose,
tra i buchi d’un saccheggiato universo?
BLAZER
In questo azzurro di settembre che si dilata
oltre il confine dei miei occhi verso
regioni dove non arriverò mai
ci sono chicchi d’uva che altre bocche
schiacceranno tra i denti ignorando
questo mio torrido angolo di sete.
In quell’altrove fiori d’ombra sbadigliano
alla sera di un’isola abitata
dai corpi adolescenti di Nausicae.
Non le vedrò dal mio raro trifoglio:
creste in fiore riarse dalla polvere
grucce al riposo di magre locuste.
Oltre il confine dei miei occhi il mondo
per qualche nuova sua intenzione scalpita
che io non so né mi restano giorni
per saperne di più. La notte penso
di là dalle mie tenebre una Circe
che si cala nel balsamo del mare.
da IL FILO DEL DISCORSO
IL FILO DEL DISCORSO
Da quadro a quadro il filo del discorso seguire
senza che troppa tensione lo spezzi
o becco ostile lo intacchi
da sinopia a sinopia
nel pomeriggio di pioggia che fa
alto lo scroscio
finché il cielo rispunta dalle nuvole
e ci prende per mano
verso un viola-melanzana-yaèl
con passeri sulle torri che rimprovera8no
gli indugi (vocine squillanti di collera)
di chi non vuol muoversi
di chi resta attaccato al soffitto
come un moscone grasso.
E dal viola al nero
il filo del discorso ostinati seguire
verso i fischi di un’alba melone-amira finché
oh, Har hatzofim!
ali ha ciascuno al cuore ed ali al piede.
Règia Parnassi
Fastidio certo un paesaggio dal nulla
col Règia Parnassi evocare
e non possedere il divino
istinto che dice con nuove parole
la luce di settembre.
Evocare dal nulla
il merlo poliglotta, inghiottire sospiri
per una moto che romba nel chiaro
e per l’uva, per l’uva
che non ha più il privilegio
di apollinei palati.
Ma disamo la morte malgrado
le sinistre sirene di film e poemi
la disamo e distacco
da un soffio la bolla più pura,
la più precaria e inutile libero
dalle parole.
E rataplan trovare da splendere
su tutto con bolle precarie
e vedendole alzarsi nel vento
non soprassedere
sapendo che a esse è negato
di durare oltre l’attimo, cingersi
di alone immortale.
Nessuna parola
Così abbagliante ormai
la distesa di neve che la retina non ce la fa.
Tutto è silenzio dopo la schianto dei rami,
nessuna parola aveva colto nel segno.
da FUTURIBILI
QUATTRO PASSI
Forse perché c’è qualche
parentela tra cicuta e mandorlo
(e lo conferma in ambedue l’amaro)
mi scheggia l’osso la pallottola
diretta ad altri. Forse
perché c’è qualche oscura
connivenza tra la neve e il fuoco,
nel refolo che passa
sento frusciare i piedi dei vampiri
lungo gli asfalti della città lontana.
Futuribili
Non ci sono serrature alle porte
dopo le bombe.
Si può entrare e uscire a piacimento
c’è un viavai di guerrieri.
Gettano biglie d’acciaio
contro i vetri superstiti,
saccheggiano,
fanno all’amore sul pavimento
delle cucine vuote.
Io vorrei ritrovare la regina Ginevra
ma sono troppo stanco.
Sulla strada per Gorre è stata violentata
da un birmano e da un greco.




