SOCIETA’ DEGLI ADULTI E POPOLO DEI BAMBINI

 Il Limite / RANIERO REGNI / 226   

“I nuovi mezzi di comunicazione sono degni di ammirazione, ma provocano un enorme frastuono”.                                                                                                                      M. Butor   

“ciò che avviene ai fanciulli di tutto il mondo, i migliori e i più amati. Essi non sono compresi (corsivo dell’autrice) perché l’adulto li giudica alla sua stregua”.

“è sorta dinanzi a noi ‘la figura nuova di un bambino incompreso’…Perché, se vi è una moltitudine di deboli creature umane, che vive in mezzo ai forti senza esser compresa…tale fatto rappresenta un abisso di mali insospettati…antichi errori commessi inconsciamente verso la parte più delicata dell’umanità”.                                                                                      M. Montessori

“Il medium dello spirito è il silenzio”.                                                                                    Byung-Chul Han

 

 Il più grande studioso dei mass-media, il sociologo-profeta M. McLuhan, l’aveva definita la “Galassia Marconi”, ovvero quella rete di telecomunicazioni che, come un gigantesco e impalpabile sistema nervoso, pervadeva l’intero globo e attraversava l’intera società umana, con le sue scosse elettriche. Nel corso del ‘900, la “Galassia Marconi” aveva sostituito in gran parte la “galassia Gutenberg”, quella creata dalla rivoluzione silenziosa del libro a stampa e della cultura letteraria. La conseguenza era stata la creazione del “villaggio globale”. Visto che le telecomunicazioni viaggiano alla velocità della luce, il lontano era diventato improvvisamente vicino e il mondo si era ristretto e, come in un villaggio, le notizie rimbalzavano da un continente all’altro, dando vita ad una incessante pettegolezzo cosmico. Poi è arrivata la rete, il Web, i nuovi media e poi i social network. Siamo entrati così – come osserva lo studioso, coreano di origine ma di formazione tedesca, Byung-Chul Han, uno dei maggiori studiosi dell’infosfera – nell’era digitale. L’età delle folle e poi delle masse, quelle del XX secolo, viene sostituita nel XXI secolo dallo sciame digitale. Un’aggregazione che non possiede un’anima, uno spirito, composta da individui isolati, connessi privatamente in maniera elettronica. Con i nuovi media, che confermano la verità dell’assioma di McLuhan che “il mezzo è il messaggio”, l’intimità è messa in mostra, senza pudore. La comunicazione digitale riduce le distanze, quelle spaziali e quelle mentali. Il medium digitale è un “medium dell’eccitazione che provoca improvvise campagne di odio”, le shitstorm (tempeste di mer..). Nasce così la società dell’indignazione, una società sensazionalistica senza nessuna comunicazione discreta, obiettiva, senza nessun dialogo e nessun discorso. I nuovi media, secondo Byung-Chul Han, non generano né azione né futuro. L’uomo digitale è sempre privato. Un qualcuno anonimo, che ha un profilo, che aggregandosi però non produce un noi, assembramento senza riunione. Il modello collettivo del movimento è lo sciame, instabile e fugace. La solidarietà scompare, così come anche l’azione concreta, e la privatizzazione si estende sino all’anima. Il medium digitale è un medium la cui temporalità è il presente immediato.

Un altro geniale studioso, il filosofo tedesco P. Sloterdijk nota che la società moderna è una vera e propria “comunità di preoccupazione”, creata dai media, che sono veri e propri “sistemi di preoccupazione auto-stressanti e permanentemente proiettati in avanti”. Intere nazioni sono tenute sotto il controllo da un’inquietudine comune. Tutti siamo preoccupati delle stesse cose e ci controlliamo a vicenda. Come è successo in maniera emblematica durante la pandemia e come succede per ogni caso sollevato in maniera virale dai social e in maniera martellante dai media. C’è sempre qualcosa che ci tiene in ansia e in allarme. Questo è lo stress sistematico e cronico a cui siamo sottoposti. Uno stress che riduce la nostra libertà e la nostra lucidità di pensiero.

Ma, qual è lo scopo di questa lunga, troppo lunga, premessa? Non dovevo parlare di bambini, come promettevo nel titolo? La motivazione è che non voglio parlare del caso della “famiglia nel bosco”. Eppure il tema rimanda esattamente al filo rosso, o meglio verde, che collega tutti i testi di questa rubrica: l’educazione, l’ambiente, l’outdoor education, il pensiero ecologico ed eco-critico, il bisogno di un ritorno ad una vita più vicina alla natura e ai suoi limiti, soprattutto per bambini e ragazzi, e così via.  Contravvenendo alle sollecitazioni del direttore della nostra rivista e contraddicendo anche alla collocazione geografica della stessa, non voglio aggiungere la mia piccola e modesta voce al coro. Perché? L’ho detto nella lunga premessa, e non ha niente a che fare neanche con un maldestro e patetico tentativo di distinguersi.

L’abbiamo detto. L’informazione è cumulativa e additiva, mentre la verità è esclusiva e selettiva.  Un enorme aumento delle notizie e dei commenti solleva così tanta polvere che impedisce di vedere. L’affaticamento informativo, ovvero la massa di informazioni non filtrata, provoca la paralisi della capacità di analisi. Un eccesso di informazioni non migliora la capacità di decisione, né aumenta la consapevolezza e la responsabilità.

La verità è che nella società degli adulti è difficile capire quali siano i veri bisogni del popolo dei bambini. E, a questo punto, provo a snocciolare il mantra personale o, se volete, le povere conclusioni a cui sono arrivato dopo tanti anni di ricerca pedagogica dedicata soprattutto all’infanzia. I bambini, che non parlano (questo significano letteralmente la parola, di origine greca, “bambino” e la parola, di origine latina, “infanzia”!), non hanno potere, non votano e non hanno parola nella società dominata dagli adulti. I bambini sono sempre esistiti, ma l’infanzia deve essere scoperta. I bambini sono i cuccioli del Sapiens, sono un dato biologico, mentre l’infanzia è un dato storico sociale. Per questo la storia dei bambini e la vera storia dell’infanzia sono così difficili da scrivere. I bambini sono deboli, e per questo gli adulti ne hanno fatto sempre quello che volevano, ma l’infanzia dentro di loro è molto forte, così forte da determinare poi quello che uomini e donne saranno una volta diventati adulti. E, infine e ancora più importante, i bambini sono facili da amare, tutti vorrebbero il loro bene, ma sono difficili da capire. Essi sono esseri molto diversi dagli adulti, sono esseri pieni di grazia che avrebbero diritto al meglio di quello che l’umanità ha prodotto ma che vengono invece fraintesi e non capiti nei loro reali bisogni. Il bambino, avrebbe detto Montessori, era e continua ad essere, “l’amato incompreso”. Le bambine e i bambini, esseri meravigliosi che si scontrano con una società che dice di amarli, che in dibattiti furibondi dice di preoccuparsene, ma che in realtà, quasi sempre e in maniera diversa, li condanna all’incomprensione quotidiana e quindi all’infelicità. Dobbiamo scendere dal nostro piedistallo adulto, domandandoci sinceramente e collettivamente che cosa sia meglio per loro, cambiando di conseguenza il nostro modo di vivere e pensare.