FRANCESCO IERI E OGGI: DAL CANTICO DELLE CREATURE ALLA LAUDATO SI’.

 Il Limite / RANIERO REGNI / 222                      

 Nel 1225, un uomo di poco più di quarant’anni, cieco e malato, vicino alla morte, detta ai suoi compagni una poesia. Vedendo avanzare le tenebre, scrive un canto che esalta la fratellanza cosmica con tutte le creature e la bellezza della vita e del mondo. Sì un canto, perché quel testo deve essere cantato, non solo letto. E poi aggiunge un’ultima strofa, quella sulla “sorella morte”. Sì, avete capito, quell’uomo è Francesco d’Assisi, San Francesco. Mentre si avvicina l’ora più dura per ogni essere umano, l’ora in cui si è soli, nudi e indifesi, di fronte alla morte, quest’uomo straordinario sente il bisogno di cantare, di ringraziare e di gioire per tutti i doni ricevuti. Può un cieco guidarci a scoprire il mondo e il senso della vita? Può un canto cambiare una vita? Può un canto cambiare la storia?

Sì, il Cantico delle creature ha questo potere e il suo autore, S. Francesco, è una figura che non smette di stupirci. L’uomo, il frate, il santo, ci ispirano e ci interpellano ancora. Ci chiedono di amare ciò che non si possiede. Nihil habentes, omnia possidentes, non abbiamo nulla e possediamo tutto, cantavano i suoi seguaci che a migliaia, da subito, sono rimasti folgorati da questo piccolo fraticello, da questo gigante dello spirito.

Con il Cantico S. Francesco ha creato una lingua, la nostra lingua e tutta la poesia italiana, e quindi anche la lingua italiana, è francescana. Ha insegnato a Giotto a dipingere pecore e asini, apprendo la strada alla rivoluzione umanistica. Oggi S. Francesco, il giullare di Dio, è più vivo di ieri. Il suo messaggio ci parla e ci impegna.

È un maestro e un modello a cui anche le giovani generazioni dovrebbero ispirarsi.

Nel 2015, il primo papa che assume nella storia della chiesa il nome del Santo di Assisi, pubblica un’enciclica che è destinata a rimare come uno dei testi fondamentali del XXI secolo. L’enciclica Laudato si’ è ispirata, sin nel titolo, al Cantico delle creature e alla visione che aveva S. Francesco. Si tratta di un testo, al tempo stesso, molto semplice e molto complesso. Così papa Francesco riassume i temi che vi svolge: “l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al paradigma e alle forme del potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita”.

Si trattava di temi decisivi già vent’anni fa, oggi più urgenti ancora, e il Papa li mette a fuoco lucidamente. Questo testo, nonostante che non sia stato quasi per niente recepito nel nostro paese e forse neanche dalla chiesa italiana, è stato accolto e commentato nel mondo.  Porto un esempio. Uno dei massimi scrittori indiani, A. Ghosh, la saluta come un testo chiaro e fondamentale, che contrappone alla fumosa proposta degli accordi di Parigi della Cop 17. Secondo lo studioso indiano il testo papale prende le distanze dalla retorica verde e collega molto concretamente la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri e l’impegno nella società e la pace interiore.

La Laudato si’, non è però un’enciclica sull’ecologia. Almeno non è solo questo, perché questo la ridurrebbe ad un documento politico, come tanti altri. E qui si sono appigliate anche le critiche interne alla Chiesa cattolica.

Per il Papa è evidente che senza una preoccupazione morale e spirituale, quella ecologica non può ottenere effetti importanti. Alla base della crisi ambientale c’è una crisi antropologica, quella rappresentata da un essere umano che si pensa padrone della Terra. Al cuore di questa prospettiva c’è il paradigma tecno-economico che punta sul dominio e lo sfruttamento della natura, dentro e fuori dell’essere umano. Ma, alla base di questa crisi antropologica, c’è una crisi spirituale.

L’ispirazione francescana di un Papa, che pure era un gesuita, è evidente. Egli vuole ritrovare una connessione, un’armonia e un’unità con Dio, con le creature viventi e con gli altri esseri umani in difesa della Terra, intesa come “casa comune”. Qui entra in campo la rivoluzione spirituale, questa è l’ecologia integrale che riguarda l’ambiente, tanto l’esterno dell’essere umano, tanto quanto il suo interno, riguarda il singolo ma soprattutto la collettività, comprese le generazioni future. Una sana relazione con il creato è in rapporto con una sana relazione con sé stessi. Così, anche il tema del peccato viene riconfigurato. In fondo il peccato stesso non “è che una rottura dei rapporti con la natura, con Dio e con il prossimo”.

Di chi è la Terra? È di Dio, è una sua creazione. Questo dice la Bibbia, ricordando che noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data. La Terra non è dell’uomo ma è un dono di Dio e noi non siamo i proprietari del pianeta.

Il mondo è una rete di relazioni e qui appare la fraternità cosmica di San Francesco che fa tutt’uno con il paradigma ecologico, il quale deve sostituire quello tecnocratico. L’ecologia è infatti un pensare per relazioni, connessioni, interdipendenze. Noi siamo parte della natura. Nessuna specie si salva da sola. Non si può separare l’organismo dal suo ambiente.

Il testo papale contiene una critica all’antropocentrismo dispotico e deviato, al cuore del quale c’è la mancanza di limiti. L’essere umano viene visto come dominatore, consumatore e sfruttatore, “incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati”. Questa azione devastante sulla casa comune è data dall’idea di una produzione illimitata che disprezza ogni richiamo alla misura. È la cultura dello scarto, dei rifiuti che bruciamo, “che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura”. Con l’idea che i beni comuni siano invece privati e che il mondo artificiale può sostituire il mondo naturale.

Ma, al cuore della crisi antropologica c’è una crisi spirituale e c’è la necessità di una conversione ecologica, come conversione spirituale. Una “spiritualità ecologica” “una comunione universale”. L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti”.

Ecco che Francesco, il Papa, propone, Francesco, il santo, come modello che sana la rottura della relazione con Dio, con il prossimo e con la natura.

Allora un modo di celebrare degnamente l’ottavo centenario francescano è quello di impegnarsi in questa direzione.  Rifiuto di ogni potere e di ogni possesso. Semplicità e bellezza. L’amore per i più fragili, le creature naturali, e per i più poveri e malati. San Francesco, “l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità”.