Il Limite / RANIERO REGNI / 208
| Coloro che vogliono la guerra preparano la gioventù alla guerra; ma coloro che vogliono la pace hanno trascurato l’infanzia e la giovinezza, giacché non hanno saputo organizzarle per la pace
M. Montessori |
Comodamente seduti in poltrona, magari pensando alle prossime vacanze, guardiamo la guerra in televisione. Dall’Ucraina a Gaza, dall’Iran al Sudan, mi sembra che gli studiosi abbiano contato 56 conflitti in atto. Se si guarda alla storia è quasi peggio. Come ha scritto Morin, siamo passati “di guerra in guerra”. Dal 1496 a. c. al 1861 si sono avuti 227 anni di pace e 3357 anni di guerra, tredici anni di guerra per ogni anno di pace. Negli ultimi tre secoli sono state combattute in Europa ben 286 guerre. Dal 1820 al 1945 ben 59 milioni di morti in guerra. I realisti, che mostrano un’apparente superiore saggezza, che assomiglia molto alla rassegnazione, dicono che la storia è sempre stata come l’hegeliano bancone di un macellaio, sangue e violenza. Gli ancor più saggi utopisti, con una nota di disperazione, hanno detto che la storia è l’incubo da cui non è dato svegliarci (A. Camus).
Warum krieg? Perché la guerra? Se lo sono sempre chiesti gli esseri umani, che pure l’hanno fatta, ma se lo sono domandati reciprocamente due degli uomini più geniali del secolo scorso nel 1932, Freud e Einstein, in un famoso scambio epistolare. C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? Freud risponde di no, perché non c’è solo Eros nel cuore degli esseri umani, il desiderio di vivere, ma c’è anche Thanatos, la pulsione di morte, il non voler provare più nessuna tensione e ritornare allo stato del mondo minerale. Altri parlano di un’innata cattiveria umana, che sarebbe la versione laica del peccato originale e del mito della caduta dal Paradiso terrestre. Altri ancora parlano dei “geni del male”, di una predisposizione innata alla distruttività nei confronti dei co-specifici, ovvero agli appartenenti della stessa specie, cosa che nel mondo animale non accade.
Eppure dalla scienza ci arrivano notizie diverse. Abbiamo i neuroni specchio in una quantità enorme nel nostro cervello. All’interno del nostro sistema nervoso centrale ci sono dodici parti che compongono il circuito dell’empatia, ovvero di quella capacità di pensare e sentire quello che altri pensano e sentono, mettendosi nei loro panni. Non siamo animali egoisti e rapaci per natura, siamo invece animali collaborativi. La nostra specie non sarebbe sopravvissuta se non avessimo collaborato tra noi.
Quali sono allora i motivi della guerra, dell’avidità, dello sfruttamento, dell’indifferenza sistematica alla sofferenza altrui? “Siamo sempre stati così o, a un certo punto, qualcosa è andato storto?”, si sono domandati gli autori di una gigantesca ricerca interdisciplinare pubblicata con il titolo L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità; “come siamo rimasti bloccati in un’unica forma di realtà sociale, e come sono riuscite le relazioni basate sulla violenza e sulla dominazione a normalizzarsi al suo interno? Perché non riusciamo ad immaginare il progresso se non come il passaggio da una gabbia più piccola ad una più grande? Perché l’1% della popolazione mondiale possiede il 44% della ricchezza mondiale?”.
Le immagini continuano a scorrere sul teleschermo. Una madre palestinese, a cui sono stati uccisi sotto un bombardamento, nove dei dieci figli, ne ricorda uno ad uno, i nomi e i gesti, i volti e le diverse personalità, mentre si aggrappa alla sopravvivenza dell’unico figlio superstite.

Intervistata dal solito giornalista, che forse fa solo il suo mestiere, dice “non provo rabbia, ma solo dolore”. Non ci sono spiegazioni, ragioni e giustificazioni. Chi ha ragione e chi ha torto? Quello che resta è solo il dolore. Immenso e muto.
E che dice questo dolore?
Dice che non è vero che la guerra sia una tragica necessità. Un’altra donna si era opposta con tutte le sue forze a questa logica: Maria Montessori. Lei ha capito che l’unica arma della pace è l’educazione.







