Il Limite / RANIERO REGNI / 205
Quelli che vogliamo sono strumenti, non colleghi
D. Andler
Sta occupando oramai la scena ovunque. È arrivata ed è destinata a restare al centro delle nostre aspirazioni e delle nostre preoccupazione. Parlo dell’Intelligenza Artificiale, o più semplicemente IA. Ci interroghiamo sui limiti e sulle sue possibilità, sui pericoli e le precauzioni da prendere, e contemporaneamente immaginiamo i miracoli che è in grado di compiere.
Che cos’è l’IA? Pur non esistendo una definizione univoca e pur essendo nota la confusione che circonda il termine IA, proviamo a darne una definizione. Si tratta della realizzazione e dell’utilizzo di massa di macchine o sistemi capaci di simulare il pensiero umano, impiegando forme di reti neurali artificiali, modelli computazionali ispirati al funzionamento del cervello umano, capaci di simulare il pensare, lo scrivere, il vedere, il parlare, il prendere decisioni, tutte abilità proprie dell’essere umano. Questa è la base.
Ora si sta spingendo verso l’autonomia dell’IA, che può apprendere ad apprendere continuamente, dopo essere stata allenata, a recepire dati non esplicitamente programmati. Con la simulazione delle reti neurali, usando l’apprendimento automatico profondo, l’IA può agire senza il controllo degli umani, può apprendere e implementarsi, a monte e a valle, con altre macchine.
La sua forza e la sua pericolosità è costituita dal fatto che si tratta di una tecnologia capace di un’ubiquità applicativa. Si tratta infatti di una tecnologia general porpose e omni-use, una tecnologia “tuttofare”, ovvero capace di essere potenzialmente applicata ad ogni settore. Per cui, “chiunque abbia un obiettivo riceverà un grosso aiuto nel realizzarlo” (M. Suleyman).
Nei prossimi due anni, qualunque lavoro facciamo, avremo modo di consultare un esperto on demand. Avremo a disposizione tutte le conoscenze, le best practice, i precedenti e la potenza computazionale, tagliati su misura per noi, adattati alle circostanze e alle nostre esigenze specifiche, in maniera istantanea e gradevole.
Ma allora perché preoccuparsi? Intanto il pensiero non è l’intelligenza. Il pensiero umano non elabora solo informazione o risolve problemi, ma crea significati. L’umano e vitale pensare non si esaurisce nello “spiegare”, ovvero nel trovare le cause di ciò che accade, di “come” accadono, ma ha a che fare con il “comprendere” ovvero con la domanda del “perché” esse accadono. Ovvero c’è il problema del significato e del senso,. Per me, per noi umani, c’è il problema della saggezza e del giudizio critico-etico, che solo una risonanza empatica e un pensiero meditante possono raggiungere. L’IA non comprende i risultati che calcola. Gli esperti la chiamano “cecità semantica”: la macchina, perché l’IA è una macchina, non comprende ciò che fa.
Uno dei suoi inventori, G. Hinton, a cui è stato assegnato il premio Nobel nel 2024 proprio per la scoperta dei modelli a reti neurali, è uno di quelli che sta lanciando i più acuti segnali di allarme. In una recente intervista all’emittente televisva CBS ha detto che noi stiamo allevando un cucciolo di tigre, destinato a crescere che potrà alla fine divorarci. Anche per questo nel 2023 si è dimesso da Google per la piega che stava prendendo l’applicazione lo sviluppo e l’applicazione dell’IA.
Siamo sicuramente davanti ad una rivoluzione. E noi non siamo preparati, a nessun livello, per affrontarla.
Uno dei pochi pensatori che è stato capace di intuire quello che stava accadendo già mezzo secolo fa è stato G. Anders. La chiamava la filosofia della discrepanza o dislivello prometeico. E si riferiva ai nostri prodotti che stavano diventando sempre più perfetti mentre l’essere umano diventava sempre più incapace di controllarli. Anders scriveva che c’era una discrepanza tra la nostra capacità di fare e la nostra capacità di immaginare le conseguenze del nostro fare. A questo punto neanche le élites sanno.
L’IA ci pone problemi etici, politici, economici, educativi, religiosi, ci sfiderà sempre più intensamente. Ad esempio, le fake news che l’IA è capace di costruire, potrebbero apparire terribilmente credibili. Sono le cosiddette deep fake, menzogne molto complesse e sempre più convincenti, come i casi recenti di video falsi stanno già a testimoniare.
Anche tra i pedagogisti, gli educatori e gli insegnanti si è aperto un dibattito. Ci sono i tecno ottimisti/integrati che puntano sulla media education al fine di proporre un uso consapevole dell’IA, utilizzandone tutte le potenzialità di un’intelligenza aumentata.
Poi ci sono i tecno pessimisti/apocalittici che temono tutti gli effetti negativi moltiplicati dai social, capaci di provocare una vera e propria caduta antropologica, un’involuzione da un tipo di attenzione ad un altro, da un tipo di pensiero ad un altro. All’utopia tecnologica dei primi contrappongono l’utopia nostalgica che chiamano scuola tradizionale.
Poi ci sono i tecnocritici, che sembrano occupare la posizione più interessante, che partono dalla domanda: siamo padroni della macchina o ne siamo dominati? Siamo più liberi nell’infosfera o siamo più controllati, sorvegliati, influenzati? Per questi studiosi i nuovi media digitali, compresa l’IA, ci servono ma ci influenzano.
I media non sono né buoni, né cattivi, né neutri, ma hanno un grande potere che si collega alla mente e alla società. Il buon senso non basta. Ci vuole la conoscenza e la saggezza. Ha ragione il filosofo francese D. Andler, studioso dei rapporti tra intelligenza umana e intelligenza artificiale, quando scrive, “dato che non abbiamo alcun mezzo per far sì che i computer siano saggi, per il momento non dovremmo affidare loro compiti che richiedono saggezza”. *
*Le immagini che accompagnano questo articolo si riferiscono al convegno organizzato dairase a Taranto IL 27 maggio 2025ì, convegno in cui ci si è interrogati sui rapporti tra IA e scuola.Qui sotto gli organizzatori







