Il Limite / RANIERO REGNI / 203
Il cristiano è cittadino del cielo, la sua vita è un pellegrinaggio perché egli parte dall’esilio e desidera tornare in patria. |
Il nostro tempo, tra le tante definizioni che indicano una sostanziale anonimità dell’epoca contemporanea, è stato chiamato anche l’età del turismo. I numeri mondiali dei turisti sono impressionanti, il flusso di denaro altrettanto. Si tratta del più grande cash flow, ovvero flusso di denaro contante dell’economia globale. Oggi ci si muove molto, ci sposta in continuazione, ma perché questo accade? Sì, la disponibilità di mezzi di trasporto veloci, il basso costo (si fa per dire!) dei biglietti, la pressione del marketing, che offre tour organizzati, spiegano qualcosa, ma non tutto.
Perché si viaggia? Possiamo pescare due possibili risposte, prese in settori diversi della cultura. La prima la possiamo trovare nel nostro passato evolutivo. Noi siamo stati animali nomadi per tutta la nostra lunga preistoria. Siamo dei bipedi marciatori, unici mammiferi su due zampe. Anche se ci siamo sedentarizzati, sentiamo sempre il bisogno di cambiare orizzonte, di spostarci. Questa può essere una spiegazione antropologica. Poi ce ne può essere un’altra, di tipo quasi metafisico. Siamo degli esseri inquieti, perché siamo fatti di ciò che abbiamo e di ciò che ci manca. Platone la chiamava “divina scontentezza”. Anche ciò che ci manca ci appartiene e ci spinge a cercarla, suscita la nostalgia per una patria perduta ma non dimenticata. Ed è divina perché spinge ad un perfezionamento spirituale. Due modi quindi per tornare alle origini.
Ma ci sono vari modi di spostarsi: il viaggio, il turismo, l’esplorazione, il pellegrinaggio. Il turista non è il viaggiatore, l’esploratore non è il pellegrino. Viaggio e pellegrinaggio hanno però un tratto comune che è la trasformazione, uno spostamento che è un mutamento di stato e di qualità. Chi viaggia cerca sempre qualcosa e non lo sa. Chi compie un pellegrinaggio sa cosa cerca ma non sa cosa trova, si mette in gioco. È un viaggio sacro. C’è apprendimento in ogni caso, ma nel pellegrinaggio c’è una vera e propria trasformazione umana.
Il termine “pellegrino” deriva dal verbo latino “peragere”, che è quanto mai ricco di significati: da quello di “muoversi con inquietudine, senza tregua” a quello di “condurre a termine” (e quindi “perfezionare”, ma anche “morire”). Il “peregrinus” non è dunque semplicemente l’“advena” o l’“hospes”, lo “straniero” o lo “sconosciuto”. La parola “peregrinus” esprime l’estraneità e al tempo stesso l’estraniamento e lo spaesamento. Il pellegrino è tale in quanto straniero nella terra nella quale giunge; ma al tempo stesso l’espressione che lo qualifica è ambigua al punto tale da poter significare il contrario: in realtà egli potrebbe essere straniero nella sua terra d’origine, e la sua vera patria essere appunto la sua mèta. Il cristiano è cittadino del cielo, la sua vita è un pellegrinaggio perché egli parte dall’esilio e desidera tornare in patria.
Ma anche in questo caso le cose si complicano. È il pellegrino che fa la strada o è la strada che fa il pellegrino? “La strada cambia a seconda di chi la percorre”, scrive il grande medievalista F. Cardini, esperto tra l’altro di pellegrinaggi medievali. Non si va in pellegrinaggio. Si è pellegrini: lo si è sempre e comunque. La vita è un pellegrinaggio. Ma i viaggi e i pellegrinaggi sono una metafora della vita. Mettersi in viaggio significa mettersi in gioco. Viaggio è quindi libertà.
Spesso i pellegrini antichi facevano testamento prima di partire, perché il viaggio veniva fatto quando si era avanti con gli anni e poi era pericoloso. Anche questa era una preparazione a un distacco. Separarsi da, separarsi per. Partire, come recita l’adagio, è sempre un po’ morire. Morire è invece proprio un partire per sempre, senza ritorno. Mentre nel pellegrinaggio c’è una morte rituale, e poi un ritorno.
Il viaggio, la ricerca del centro, il ritorno alla patria dimenticata o perduta, la caccia al tesoro e al segreto; l’ascesa del monte, la discesa nel pozzo o nella caverna, il passaggio del fiume o del mare. Sono alcuni fra i “grandi archetipi”, ovvero miti antichi e universali che si ritrovano, con infinite varianti, nelle letterature, nelle religioni, nelle leggende di tutti i tempi e di tutti i popoli del mondo.
Il mondo cristiano ha espresso nella concezione dell’homo viator, il simbolo della ricerca spirituale che – per il fatto di essere intima e spirituale – nondimeno si esprime talvolta anche nei termini d’un reale ed effettivo spostamento da un luogo all’altro. Come suggerisce e vuole anche l’attuale Anno Santo.
Il pellegrinaggio è un rito antico. Un rito di passaggio e, come rito di passaggio comporta tre momenti: una preparazione-separazione, un momento liminale-di trasformazione, e un momento di aggregazione-ritorno. Nel rito e nel pellegrinaggio c’è una forma di morte e rinascita, sì perché in una visione profonda nella vita si nasce e si muore più volte. Qualsiasi esistenza cosmica è predestinata al passaggio. Una volta nato l’uomo è incompleto, deve nascere una seconda volta, spiritualmente.
Il pellegrinaggio come viaggio “sacro”, nel suo scopo, nella ragione che lo ha mosso quindi, nella sua meta, è una costante in tutti i sistemi religiosi dell’umanità. Esso, più che spostamento da un luogo all’altro, significa un mutamento di stato e di qualità: un passaggio dal mondo consueto ad una dimensione “altra”, differente, vale a dire “sacra” – il Sacro si può intendere come il “totalmente altro” rispetto alla quotidianità umana – oppure comunque “santa”, in contatto cioè col divino e relativo ad esso.
A questo punto del nostro ragionamento può sorgere anche un’altra domanda: è importante il viaggio o la meta? Il pellegrino diventa straniero nella sua terra di origine e la sua meta diventa invece la sua vera patria. Per il viaggiatore l’importante è la meta. Per il pellegrino sono importanti entrambi. Purché avvenga qualcosa che ci trasforma, l’importante è la trasformazione, il cambiamento di se stessi, il miglioramento del senso e del significato della propria esistenza. Sì, perché nell’essere umano c’è qualcosa di divino.
È questo quello che cerca il pellegrino, dentro e fuori di sé.
Avrà lo stesso titolo di questo articolo il Convegno organizzato per domani dai giovani che frequentano il Dottorato di cui sono il coordinatore, intitolato Educazioni, linguaggi, culture, presso la Lumsa di Roma (Dipartimento di Scienze Umane).







