Home La Rivista Politica, economia e finanza CONTRADDIZIONI E PROBLEMI DEL SOGNO VERDE.

CONTRADDIZIONI E PROBLEMI DEL SOGNO VERDE.

Valore & Valori / Mario Travaglini / 203

 L’Europa si è lanciata con grande ambizione nella transizione energetica, sognando un futuro verde con emissioni ridotte del 55% entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2050. È un progetto che sulla carta sembra un faro di speranza, un modo per salvare il pianeta e modernizzare l’economia. Ma a guardare da vicino, il sogno si sta trasformando in un rompicapo pieno di contraddizioni, con conseguenze pesanti per le economie più industrializzate, come Germania, Italia e Francia. E in questo caos il ruolo svolto dalla Francia e dalla  Germania, le due potenze economiche del continente, è tutt’altro che innocente: le loro scelte, spesso in conflitto, stanno amplificando i problemi, mettendo a rischio la competitività dell’Europa e la sua stabilità economica. Uno dei problemi più grandi è che per costruire questo futuro verde servono materiali come litio, cobalto e terre rare, indispensabili per batterie, pannelli solari e turbine eoliche. Peccato che l’Europa non li produca quasi per niente, essendo dipendente da paesi come la Cina o il Congo, che non sono esattamente i partner più affidabili. Un rapporto di Confindustria parla chiaro: su 137 materie prime critiche per la transizione, l’Europa ne dispone in minima parte. È come voler costruire una casa senza mattoni, sperando che qualcun altro te li porti. E quando i prezzi di questi materiali schizzano al rialzo, come è successo negli ultimi anni, le industrie europee si ritrovano a pagare il conto, mentre i concorrenti in Cina o negli Stati Uniti, meno vincolati da regole ambientali, vanno avanti senza problemi.

Poi c’è la questione delle energie rinnovabili che l’Europa considera come il cuore pulsante della transizione. Sole e vento sono puliti, ma non sono affidabili, come ha dimostrato il recente black out ispano portoghese di qualche settimana fa. In Germania, che ha puntato tutto sull’eolico, basta un giorno senza vento per mandare in crisi il sistema. E cosa fanno? Accendono le centrali a carbone, più inquinanti del gas, o comprano energia a prezzi altissimi dai vicini. È una contraddizione che fa quasi sorridere: vuoi salvare il pianeta, ma finisci per bruciare più carbone. E non è solo una questione di tecnologia. La Germania, per esempio, è impantanata in una burocrazia che rallenta tutto: costruire una turbina eolica può richiedere anni, con migliaia di permessi bloccati in un limbo amministrativo. Intanto, i costi dell’energia aumentano in modo esponenziale, e le industrie, soprattutto quelle chimiche o siderurgiche, non sanno più come restare competitive.

Parliamo di economia, perché è qui che il danno si sente di più. Prendiamo  la Germania, la cosiddetta “locomotiva d’Europa”. Oggi è più un vagone in panne. La decisione di chiudere le centrali nucleari, completata nel 2023, sembrava un atto di coerenza verde, ma si è rivelata un disastro. Senza il nucleare e con il gas russo che non arriva più, i prezzi dell’energia sono esplosi. Aziende come BASF o Evonik stanno pensando di spostare la produzione altrove, magari in Asia o in America, dove l’energia costa meno. Le difficoltà tedesche si riflettono anche nella nostra economia con le esportazioni destinate all’industria automobilistica diminuite di oltre il 40% . L’Europa ha introdotto misure come il Carbon Border Adjustment Mechanism, una tassa per proteggere le industrie locali da chi inquina di più. Ma invece di aiutare, sta rendendo i prodotti europei più cari, spingendo i clienti verso concorrenti stranieri. È come se l’Europa si stesse sparando sui piedi, mentre Cina e Stati Uniti corrono.

E qui entrano in gioco Francia e Germania, le due sorelle che pretendono di guidare l’Europa ma sembrano più intente a litigare per affermare la loro leadership . La Francia ha scelto il nucleare come asso nella manica. Con 56 reattori, produce un quarto dell’elettricità europea a basse emissioni. Macron non perde occasione per vantarsi, annunciando nuovi reattori e spingendo per includere il nucleare nella “tassonomia verde” dell’UE, quella lista di investimenti considerati sostenibili. È una strategia che funziona per la Francia: energia stabile, costi contenuti, emissioni basse. Ma non è una soluzione per tutti, e la Francia sembra più interessata a difendere i propri interessi che a costruire un piano europeo condiviso.

La Germania, invece, ha preso la strada opposta. Dopo Fukushima, ha deciso di dire addio al nucleare, puntando tutto su sole, vento e, in futuro, idrogeno. È l’Energiewende, la rivoluzione energetica che doveva essere un modello per il mondo. Peccato che sia un modello pieno di crepe. Senza il nucleare, la Germania si è ritrovata a dipendere dal gas russo, e quando quel gas è sparito, ha dovuto riaccendere il carbone. Non solo: ha fatto pressioni a Bruxelles per marginalizzare il nucleare nella tassonomia verde, creando una frattura con la Francia e con gli altri paesi che vogliono promuovere il nucleare come l’Italia. È una guerra di visioni che sta paralizzando l’Europa, lasciando paesi come l’Italia in balia di un mercato energetico sempre più instabile.

Le conseguenze di tutto questo sono sotto gli occhi di tutti. Le industrie europee, strozzate dai costi, stanno perdendo terreno. La Germania rischia una deindustrializzazione che sembrava impensabile solo dieci anni fa. L’Italia, con le sue PMI, fatica a tenere il passo. E mentre l’Europa si affanna, Cina e Stati Uniti investono in tecnologie verdi senza le stesse restrizioni burocratiche o ideologiche. La transizione energetica, che doveva essere una rivoluzione, rischia di diventare un boomerang, lasciando l’Europa più povera e meno verde di quanto sperava.

Cosa si può fare? Serve un bagno di realismo. L’Europa deve investire di più in ricerca e infrastrutture, per esempio per immagazzinare l’energia rinnovabile o riciclare le materie prime critiche e puntare decisamente sul nucleare. E poi c’è bisogno di flessibilità: non si può imporre una transizione a tappe forzate senza considerare le realtà economiche dei singoli paesi. Altrimenti, il sogno verde dell’Europa finirà per essere ricordato come un’occasione sprecata, un progetto nobile ma gestito male, che ha fatto più danni che benefici. La metafora che mi viene in mente è quella di un atleta che corre i  diecimila metri, come  l’Europa che vuole correre verso il futuro, ma si ritrova con le scarpe slacciate ed inciampa ad ogni curva.

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