Il Limite / RANIERO REGNI / 201
| La realtà quale informazione rientra nell’ambito del to like , non in quello del to love
Byung-Chul Han |
Quello che stiamo vivendo è il secolo dei media. Anche in passato gli strumenti del comunicare, dalla scrittura al libro, dalla radio alla televisione, dal telefono al web, sono stati motori a volte autonomi della storia contemporanea. La frequenza dell’uso dei media ci fa dimenticare la loro presenza, la diffusione e moltiplicazione dei mezzi-strumenti ci impedisce di vedere anche la loro invadenza.
I mass media sono stati e sono tuttora un’amplificazione dei sensi, sono strutture del sentire, non sono semplici veicoli ma sono anche l’autista che condiziona il messaggio che ci passa attraverso. Poi sono diventati sempre più ambienti dell’informazione, poi vere e proprie protesi del nostro cervello come lo smartphone, che ancora pigramente chiamiamo cellulare o telefonino, mentre in realtà è un computer portatile con mille app.
Oggi possiamo dire che i mass media, rappresentano una vera e propria infosfera. Oltre la biosfera, l’atmosfera e la lito sfera, esiste una infosfera. Essa è l’insieme dei processi e dei sistemi digitali, compreso internet, che formano oramai uno stato supplementare del mondo umano. Creano un intero mondo artificiale fatto di informazioni e immagini, che passano attraverso gli schermi che sembrano soddisfare da soli ogni bisogno umano: per la curiosità abbiamo i motori di ricerca; per la socialità abbiamo le chat; per l’identità abbiamo i social media.
Nell’infosfera è tutto on line, e il mondo delle informazioni sembra aver sostituito quello reale. La digitalizzazione del mondo, la sua trasformazione in informazioni, in immagini trasmesse, crea il regno delle non-cose, ovvero le informazioni, che si muovono nel non luogo che è la rete. Le non-cose scacciano le cose. Il mondo viene smaterializzato, derealizzato. È quello che già J. Braudrillard, il geniale sociologo francese attivo al tempo della mia formazione e che pure avevo incontrato di persona, aveva chiamato il delitto perfetto, ovvero l’uccisone della realtà del mondo a causa dell’iperealtà delle immagini dei media che lo rappresentano. Le immagini non mi colpiscono, sono docili, le usiamo continuamente. Non mi feriscono come può fare una fotografia analogica. L’informazione rappresenta la realtà ma non la presenta a me, non ne colgo la presenza. La connessione e la comunicazione sono senza relazione. La non-cosa è il reale che sfugge al simbolico.
Ci sono le cose del mondo reale e di quello naturale che sono off-line, il mondo degli esseri umani che resiste ai nostri desideri e alle nostre azioni, e poi ci sono invece le informazioni on-line che sembrano sempre docili e al nostro servizio. Le cose sono i punti fermi della nostra esistenza. Oggi proliferano gli oggetti prodotti del consumo e le informazioni, in una specie di “infomania” che ci trasforma tutti in “infomani”, come li chiama il filosofo, di origine coreana ma di formazione tedesca, Byung-Chul Han.
Il limite della digitalizzazione del mondo è che essa da strumento rischia di diventare orizzonte di vita, da una parte ci libera e dall’altra ci sorveglia e ci condiziona. E poi, ha ragione il già citato filosofo coreano, geniale studioso dell’era digitale, le informazioni non sono le conoscenze, sono additive, non narrative. Si possono contare ma non raccontare. Non si assemblano in forma di storia. Eppure solo le storie generano senso e tenuta. Me ne accorgo anche vedendo l’ultima generazione di cartoni che passano in tv e che vede mio nipote di quattro anni. Un montaggio così veloce che diventa una raffica di accadimenti che però non si possono unire in una storia. Mancano completamente di una struttura narrativa e quindi anche di senso. Anche i cartoni animati sono tanto più comprensibili quanto più sono narrativizzanti, e sono incomprensibili quanto più sono denarrativizzanti. Oggi la velocità viene premiata a spese della comprensibilità. La storia e la memoria sono caratterizzate da una continuità narrativa che si estende nel tempo. Solo le narrazioni generano senso. Senza storie la vita si frammenta. L’addizione e l’accumulo delle informazioni, delle non-cose, fa sparire il mondo reale. Era già successo con la scrittura e con le lettere. Già Kafka si era domandato, dubbioso: i baci scritti arrivano a destinazione?







