JANET FRAME: LA VITA NEGLI OGGETTI

La vita della scrittrice neozelandese Janet Frame è ormai parte integrante della memoria collettiva letteraria e cinematografica, grazie soprattutto al film Un angelo alla mia tavola (1990) di Jane Campion, tratto dalla sua omonima autobiografia. La sua vita è una costellazione di simboli, di oggetti, di “cose” che nella sua narrativa assumono un peso quasi sacrale, nel diventare testimoni, custodi, alter ego della sua esistenza e del suo mondo interiore.

In Frame la biografia personale si fonde alla scrittura in modo viscerale, osmotico. Non esiste una separazione netta tra vissuto e narrazione, e non esistono oggetti neutri: ogni cosa è memoria, emozione, frammento di un’identità che non ha mai potuto essere semplicemente data, ma che ha dovuto essere continuamente immaginata, riscritta, salvata.

Il primo oggetto è una semplice corda per saltare. Nella scuola elementard esidera solo poterla girare, essere inclusa nel rito infantile della corda che gira, trovare un posto, un ruolo. Ma quel gesto le è negato. La corda diventa così simbolo di esclusione, di desiderio di appartenenza frustrato. È un oggetto semplice, quotidiano, ma assume nella sua narrativa un potere affettivo enorme: è la sintesi dell’infanzia emarginata, povera, goffa, troppo diversa per essere inclusa.

Poi, un giorno, una compagna le presta un libro: le Favole dei fratelli Grimm. Ed ecco apparire il secondo oggetto-chiave: il libro come veicolo verso il mondo della fantasia, ma anche come possibilità concreta di autorappresentazione. Nella lettura Janet si ritrova: si vede nelle principesse, riconosce sé stessa e le sue sorelle nella fiaba, sperimenta il potere della narrazione come via di fuga e come presa di coscienza. Da quel momento, il libro diventa rifugio, strumento, specchio.

Un altro oggetto fondamentale arriva più tardi: un taccuino delle ferrovie, regalatole dal padre. Un oggetto tecnico, industriale, trasformato in contenitore poetico. È lì che Janet comincia a scrivere le sue prime poesie. Ed è da lì che si apre il sentiero della scrittura, che non la abbandonerà mai, neanche nei momenti più cupi della sua vita.

Nel manicomio, dove Janet passerà otto lunghi anni, gli oggetti si trasformano. O meglio, si moltiplicano e si deformano. Alcuni sono reali, come la tazza in cui le pazienti mettono la dentiera prima degli elettroshock. Una tazza che diventa simbolo di umiliazione e di identità smarrita. Ma anche segno di distinzione sociale: quella dei pazienti e quella del personale, separate da un filo rosso attorno al manico.

Altri oggetti, invece, sono frutto della mente: perline di vetro, forcine contorte, calze di lana indispensabili. Tutti oggetti desueti, fragili, apparentemente inutili, ma caricati di significato profondo. In un ambiente che priva l’individuo della sua umanità, Janet li trasfigura, li rende totemici. Le calze di lana, per esempio, diventano un feticcio protettivo contro la morte dell’elettroshock. Le perline e le forcine, strumenti di una fantasia non autorizzata, rappresentano la resistenza creativa al disumano.

Nel pieno dell’alienazione psichiatrica, un altro oggetto diventa salvifico: i guanti. Janet li immagina come uno scudo, una barriera protettiva per maneggiare le emozioni, per non lasciare tracce nel mondo, per attraversare i sentimenti altrui senza ferirsi. È un’immagine potente, poetica, che racchiude la consapevolezza della vulnerabilità umana e la necessità di protezione emotiva.

E poi, ancora una volta, un libro la salva. Durante gli anni in manicomio continua a scrivere in segreto. La sorella spedisce uno dei suoi manoscritti ad un concorso: Janet vince. La notizia esce sui giornali il giorno prima della lobotomia programmata. Il medico annulla tutto. Il libro diventa così oggetto redentivo, chiave di salvezza, strumento di riscatto. 

Tra questi oggetti si insinua un concetto, una cosa invisibile ma tangibile in ogni parola scritta da Frame: la diversità. È una presenza costante, un marchio imposto dall’esterno e interiorizzato fino a diventare parte della sua identità. Ma è anche una forza creativa, un dono nonostante tutto. È quella diversità che l’ha costretta a scrivere per sopravvivere.

Alla fine, Janet Frame fa della scrittura il suo vero oggetto magico. Scrivere è il modo con cui riordina il mondo, riassembla i frammenti, dà senso al dolore e trasforma la sofferenza in arte. È il suo modo di abitare il tempo e lo spazio, di costruirsi una casa nella parola, lontana da ogni manicomio, da ogni giudizio, da ogni esclusione.

 

Ogni mattina mi congratulo
coi ghiaccioli per il loro rigore.
Penso che abbiano coraggio, carattere,
i loro cuori duri non cederanno mai.

Poi verso le dieci, dieci e mezza,
sentendo le gocce d’acqua cadere regolari
guardo la grondaia. Vedo
attuarsi la solita vecchia storia invernale
— i ghiaccioli che piangono le loro lacrime innate,
e, se solo lo sapessero, la loro identità.

Canto

Provati estate primavera autunno inverno,
datemi il grande freddo per sempre,
ghiaccioli su tetti muri finestre il sogno
marmoreo perpetuo integrale di un mondo e di persone ghiacciati
nella più nera delle notti, così nera da non riuscire a distinguere
il sogno perpetuo integrale marmoreo.

Gli occhi ciechi sono ora padroni di sé.

Un tempo

Un tempo la brezza calda della gente
che filtrava sotto la porta chiusa che mi separava da loro
cambiava la fiamma, influenzava
la forma dell’ombra,
mi bruciava ribruciava dove facevo
tavolette di cera nell’oscurità.

Poi oltre la porta era solo silenzio.
Le gazze ladre tappavano il buco della serratura
attraverso cui rassicuranti becchi di luce avevano pizzicato briciole.
Un inverno che non ho mai conosciuto
ha sigillato le crepe con un male chiamato neve.
Cadeva così pura
dal nulla, in fiocchi accecanti.

Oltre la porta era solo silenzio.
Io indugiavo nel mio rituale solitario.

Effetti personali

Un amo dentro a un portafoglio di plastica strappato,
una vite arrugginita, un folletto della Cornovaglia,
del mio primo libro un volantino spiegazzato,
alti il doppio, o morti, nelle foto di famiglia
i bambini, un orologio d’argento con la cassa rotta
“Resistente agli urti” ma non era l’orologio che il piccolo Levìta
aveva, nell’inno, nella sera silenziosa fatta
di oscuri cortili del tempio e luce sbiadita…

anche se mio padre si chiamava Samuel. Che udito debbo avere,
e perché, mi chiedevo un tempo, per sentire il Verbo?
… un chiodo lucido… la lettera di un nuovo amore,
una spilla ossidata appartenuta a mia madre.
Poi, quasi adescasse dall’ultima marea questo ciarpame infranto,
la bella mosca schiuma-onda da pesca, di mio padre il vanto.

Parleranno le tempeste

Parleranno le tempeste; di loro puoi fidarti.
Sulla sabbia il vento e la marea scrivono
bollettini di sconfitta, gusci imperfetti
presso il memoriale liscio d’alberi d’altura,
alghe, uccello lacero, rasoio affilato, corno d’ariete, conchiglia.

Dacci le notizie dicono gli asceti leggendo
e rileggendo dieci miglia di spiaggia; tra gusci vuoti, guarda,
bruciano nella stampa del sale, storie
d’inondazione: come abbandonai casa e famiglia.
Rasoio: come tagliai la gola alla luce del sole.
Corno d’ariete: come caricai danzando alla luce lanosa del sole.
Conchiglia: come la mia vita salpò su un’oscura marea.

Janet Frame,  I ghiaccioli , da Parleranno le tempeste, Gabriele Capelli Editore (2017)