Il Limite / RANIERO REGNI / 206
L’infanzia, la concreta vita di bambine e bambini è un oggetto di studio molto complesso. Eppure li mettiamo al mondo, li abbiamo sempre intorno, anche se oggi sono sempre meno, e poi noi stessi siamo stati bambini: allora perché dovrebbe essere così difficile capire l’infanzia? Perché i bambini sono facili da amare ma sono difficili da capire, essi ci eludono perché sono in realtà molto diversi da noi.
Una prima risposta la potremmo trovare in quella che viene chiamata l’amnesia infantile, il fatto cioè che noi tutti siamo stati bambini ma non ce ne ricordiamo in quanto la stessa memoria si stava costruendo. Una seconda risposta può essere costituita dal fatto che, come suggerisce l’etimo della parola bambino e infanzia, i bambini sono quegli esseri che ancora non sanno parlare e quindi non possono dire quali siano i loro bisogni e quindi vengono “parlati” dagli adulti.
Per questo è sempre necessario distinguere tra vita dei bambini e immagini dell’infanzia: la prima ha a che fare con la realtà sociale e i modi di vita dei bambini in una determinata età e società, la seconda parla di idee, immagini e rappresentazioni che un’epoca, un gruppo sociale o anche un singolo hanno a proposito di bambini. Ogni immagine dell’infanzia rischia sempre di essere l’immagine, investita da un‘enorme carica emotiva, della propria infanzia. Nei confronti della quale si può provare nostalgia, risentimento o gratitudine.
Per capire i bambini è necessaria un’attenta osservazione empatica e strumenti scientifici raffinati che vanno dalla psicologia sperimentale e alle neuroscienze, dall’etologia all’antropologia. Come osserva un grande studioso delle relazioni interpersonali del bambino, D. Stern, “poiché non possiamo conoscere il mondo soggettivo del bambino siamo costretti ad inventarlo in modo da poter disporre di una piattaforma di partenza su cui costruire le nostre ipotesi”.
Il problema si complica perché, pur non potendo capire i bambini in quanto esseri molto diversi dagli adulti, oggi sappiamo sempre più su come le esperienze infantili abbiano un ruolo decisivo, direi fatate, nel determinare la struttura della personalità degli adulti. Per cui l’infanzia contiene tutti i succhi ma anche tutti i veleni di quella che sarà la vita adulta.
Provo a fare qualche esempio degli stereotipi dominanti con cui ci rappresentiamo l’infanzia. Il primo è, ancora e sempre, il bambino bambolotto, un bambino visto come un cucciolo da coccolare che viene sfruttato emotivamente come un essere da vezzeggiare. Un’immagine compromessa dall’infantilismo, un’immagine degradata di tipo romantico che ignora che il mondo dei bambini è un’arrogante invenzione degli adulti che intendono con ciò il mondo del grazioso, dell’indifeso e dell’innocuo. Un secondo stereotipo, è il bambino adulto, ovvero un bambino che ha a che fare con degli adulti troppo presi da se stessi e dalle proprie carriere, che gli chiedono di crescere in fretta, troppo in fretta. Un bambino a cui, troppo precocemente, vengono svelati i segreti degli adulti. Un altro idealtipo di bambino che sembra presente nel modo di immaginare l’infanzia oggi è il super bambino, ovvero un bambino a cui vengono offerti molti stimoli perché possa avvantaggiarsi delle sue formidabili capacità di apprendimento, un bambino a cui si fanno perseguire obiettivi giusti nel momento sbagliato, allo scopo di ottenere persone speciali. C’è poi il bambino competente, il bambino che è un’astrazione pedagogica e didattica, un bambino sottomesso alle metodologie e alle valutazioni scolastiche, che passa da un ambiente chiuso ad un altro ambiente chiuso, sottomesso a progetti, strutture e didattica controllata dagli adulti. Un bambino che diventa una specie di catalogo delle sue competenze prodotto dall’inflazione educativa. Infine c’è il bambino cliente, un bambino che diventato un target della pubblicità, diventa un mercato, che passa in media 40 ore la settimana e che vede circa 40.000 spot all’anno. Con un marketing che è all’assalto dell’infanzia, la cui commercializzazione mostra un cinico e totale disprezzo del benessere dei bambini.
È difficile sottrarsi del tutto alle suggestioni di queste false rappresentazioni dell’infanzia le quali si mascherano sotto aspetti che contengono alcuni elementi di verità. Chi ci può aiutare sono la più seria psicopedagogia, come quella montessoriana e le scienze. Entrambe ci restituiscono un bambino che è il padre dell’uomo, un operaio concentrato che lavora, e che ha bisogno di un’educazione come aiuto alla vita.
È vero che ci vuole un villaggio per fare un bambino, ma in realtà è vero anche il contrario. Se vogliamo realizzare una comunità e una società diverse ci vuole un bambino amato, compreso e rispettato nei suoi reali bisogni. Perché è vero che c’è un’antropologia che sta dietro la pedagogia. Ma poi il segreto dell’antropologia è la pedagogia stessa.
I bambini sono il meglio dell’umanità e hanno diritto al meglio. I bambini e le bambine, sono la fonte della vita, sia individuale che sociale. Una comunità, un paese è forte quando si prende cura dei deboli, una comunità, un paese è grande quando si prende cura dei piccoli.
(Nella foto in evidenza il manifesto del Convegno sul tema sviluppato qui dal prof. Regni che è stato il principale relatore dell’evento organizzato presso il XII Municipio di Roma)






