Valore & Vaslori /Mario Travaglini/ 244
La transizione energetica la vogliamo tutti. Finché resta un principio. Quando diventa realtà – torri, cavi, cantieri – il consenso si incrina e partono i distinguo: non così, non qui, non adesso. È esattamente dentro questa frattura che si colloca l’articolo di Raniero Regni pubblicato la scorsa settimana su questa stessa rivista. Esso parte da una premessa condivisibile – uscire dal fossile – ma si arresta nel momento in cui quella scelta diventa concreta. A Gubbio, come altrove, le rinnovabili non sono più un orizzonte teorico ma una presenza: impianti imponenti, infrastrutture invasive, trasformazioni profonde del territorio. Ed è lì che la transizione smette di essere un’idea e diventa un problema. Il testo di Regni si muove dentro una contraddizione che oggi attraversa una parte rilevante del dibattito energetico: sostenere la transizione, ma respingerne le conseguenze quando queste diventano visibili. Non mette in discussione l’obiettivo – la decarbonizzazione, l’indipendenza energetica, l’uscita dal fossile – ma contesta gli strumenti nel momento in cui prendono forma.
È una posizione comprensibile, persino umana. Ma è anche, inevitabilmente, una postura incompleta perché l’energia non è un’opinione, è un sistema. E i sistemi funzionano in base alla loro coerenza interna, non alla loro desiderabilità estetica o morale. Invocare una transizione energetica radicale e, allo stesso tempo, rifiutare le infrastrutture che la rendono possibile significa spostare il problema, non risolverlo.
Nel testo c’è una critica fondata ad alcune distorsioni reali: il gigantismo degli impianti, le logiche speculative, il ruolo opaco di società nate per intercettare autorizzazioni e rivenderle. Ma questa critica si ferma agli effetti e non arriva alla causa: la necessità di produrre grandi quantità di energia, in tempi rapidi e in modo affidabile. E qui emerge un nodo che non può essere eluso. Si invoca l’indipendenza energetica per sottrarsi a “regimi nemici della democrazia”, ma si evita di dire che una larga parte della filiera delle rinnovabili – dai pannelli fotovoltaici alle componenti delle turbine eoliche, fino alle terre rare – è oggi saldamente nelle mani della Cina. In altre parole, si propone di uscire da una dipendenza per entrarne in un’altra, semplicemente spostando il problema. Il passaggio da una dipendenza all’altra non è una strategia. È una rimozione. Questa rimozione diventa ancora più evidente nel grande assente del ragionamento: il nucleare. Non una parola. Non un confronto. Eppure è una delle poche tecnologie in grado di fornire energia continua, su larga scala e a basse emissioni, riducendo la pressione sul territorio. Escluderla dal discorso significa restringere artificialmente il campo delle possibilità, costringendo il sistema a compensare altrove, spesso in modo più costoso e più invasivo. Il confronto tra Finlandia e Germania è, da questo punto di vista, illuminante. L’ho sollevato un paio d’anni fa proprio in risposta ad un articolo del Professore (1). La prima ha scelto di affiancare alle rinnovabili una base nucleare solida, costruendo un sistema più equilibrato. La seconda ha imboccato una strada diversa, abbandonando il nucleare e ritrovandosi più esposta, più dipendente, più fragile. Il reattore Olkiluoto 3 non è una bandiera ideologica, ma un elemento di sistema: garantisce continuità, riduce la necessità di moltiplicare infrastrutture, rende la transizione più sostenibile nel suo complesso. Senza questo tassello, la transizione rischia di trasformarsi in una corsa affannosa a installare sempre più impianti, alimentando proprio quelle tensioni locali che Regni denuncia. E allora la domanda diventa inevitabile: è davvero possibile una transizione energetica su larga scala basata esclusivamente su impianti diffusi, di piccola o media dimensione, armonizzati con il paesaggio e pienamente accettati dalle comunità locali? O non è piuttosto una rappresentazione rassicurante, che evita di confrontarsi con la complessità del problema? Ma nel momento in cui si limita a difendere il territorio senza interrogarsi fino in fondo sul sistema, finisce per restare intrappolato in una contraddizione: chiede una transizione senza accettarne le condizioni. E forse è proprio qui che si annida il vero nodo del dibattito contemporaneo. Non tanto tra favorevoli e contrari alle rinnovabili, ma tra chi è disposto a guardare l’intero sistema e chi, invece, si ferma nel momento in cui quel sistema bussa alla propria porta Perché finché l’energia resta lontana, è un principio. Quando arriva sotto casa, diventa una scelta. E le scelte, a differenza dei principi, hanno sempre un prezzo. Non è ambientalismo. È il modo più elegante per non decidere: la pretesa di avere energia, consenso e coscienza pulita. Tutto insieme.
1) La rivista della Domenica (30.04.2023) :DUE P(ESI)AESI, DUE MISURE – Centralmente




