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DUBOLINO: “SI METTA MANO AI CASI DI MALAGIUSTIZIA”

Attualità & Amarcord /Marcello Martelli /244

 Il recente intervento di Pietro Dubolino, già ai vertici della Corte di Cassazione, non è solo l’ennesima denuncia di un sistema che fatica a riformarsi, ma il segnale di una frattura sempre più evidente tra giustizia formale e giustizia percepita. Quando un magistrato di lungo corso, invoca interventi “semplici” con una legge ordinaria, per correggere storture evidenti, significa che il problema c’è. Il punto centrale, è la libertà personale. In uno Stato di diritto, essa dovrebbe essere intangibile, salvo casi estremi e rigorosamente giustificati. Eppure, la cronaca giudiziaria italiana continua a raccontare di cittadini sottoposti a misure cautelari, anche per lunghi periodi, che si rivelano poi innocenti. Non si tratta di eccezioni fisiologiche, ma di una patologia sistemica che mina la fiducia nelle istituzioni. L’ex alto magistrato individua un nodo preciso: il potere del pubblico ministero che acquisisce notizie dei reati di propria iniziativa. Una prerogativa che rischia di alimentare derive investigative poco controllate. Limitare questo potere, subordinandolo a input esterni più definiti, non significherebbe indebolire la giustizia, ma rafforzarne l’equilibrio. Il vero problema, tuttavia, è l’inerzia politica. Da anni si parla di riforma della giustizia penale e anche il recente referendum, salutato da alcuni come una vittoria, lascia in realtà un retrogusto amaro. Il risultato, letto superficialmente, sembra confermare lo status quo; analizzato nei dettagli, racconta invece un Paese diviso, in cui una parte consistente dell’elettorato – più sensibile ai temi delle garanzie – chiedeva un cambiamento. Il dato generazionale è tutt’altro che secondario. Se davvero, come indicano le analisi dell’istituto di ricerca Swg, il “No” ha prevalso grazie al voto degli elettori più anziani over 64, allora il responso referendario non può essere interpretato come un rifiuto netto della riforma, ma piuttosto come l’espressione di una frattura culturale. Una frattura che la politica ha il dovere di colmare, non di ignorare. Continuare a non intervenire significa accettare che cittadini innocenti possano pagare un prezzo altissimo in termini di libertà e reputazione. Significa anche alimentare un sentimento di sfiducia che, alla lunga, erode la legittimazione stessa della giurisdizione. “Battere un colpo” non richiede rivoluzioni. Basterebbero modifiche mirate al codice di procedura penale, con legge ordinaria, capaci di riequilibrare i poteri e rafforzare le garanzie. Ma per farlo serve volontà politica e, soprattutto, il coraggio di affrontare un tema che troppo spesso viene piegato a logiche di consenso immediato. Ma la giustizia non può essere terreno di propaganda politica. È il fondamento della convivenza civile. E ogni giorno di ritardo nel correggerne le distorsioni, è un giorno in cui lo Stato tradisce i suoi cittadini, troppo spesso vittime di casi di “mala giustizia”.

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