In un’epoca segnata dall’accelerazione tecnologica e dalla smaterializzazione dell’immagine, l’artista pugliese — formatasi all’Accademia di Belle Arti di Brera e oggi attiva tra Milano e la scena internazionale — pone al centro della propria indagine alcune questioni fondamentali: che cosa significa fare arte oggi? quale ruolo assume il tempo nell’esperienza estetica? come si intrecciano corpo, spazio, tecnologia e natura nella fruizione? La sua opera diviene così una soglia in cui si confrontano polarità apparentemente inconciliabili: il dato organico e quello artificiale, il gesto e l’elaborazione digitale, la memoria e la proiezione futura. Storino costruisce ambienti sensoriali e concettuali che invitano lo spettatore a un attraversamento, più che a una contemplazione, nel restituire all’arte la funzione originaria di esperienza del mondo.

Al cuore della ricerca di Storino vi è una concezione del tempo che supera la cronologia lineare per farsi evento e percezione. Nei progetti come Il sole è nuovo ogni giorno (Museo Archeologico di Santa Scolastica, Bari, 2021), l’artista rende visibile un tempo ciclico, fenomenologico, in cui la memoria e il divenire si intrecciano in un’unica trama percettiva.
L’uso del suono, della luce e della sospensione spaziale diventa strumento per interrogare il tempo come durata, nel senso bergsoniano del termine: un flusso continuo di trasformazione in cui l’opera non si dà mai come forma compiuta, ma come processo aperto.

In lavori come Cicàdidi (2018-2023), l’artista traduce il canto delle cicale in forma visiva e tridimensionale, generando una corrispondenza tra fenomeno naturale, ritmo vitale e struttura artificiale. La registrazione sonora si trasforma in oggetto, il tempo vissuto in materia plastica. Tale operazione evidenzia una poetica della trasduzione — il passaggio di un fenomeno da un linguaggio all’altro — che si fa metafora della nostra condizione contemporanea: un continuo scambio tra esperienza, memoria e mediazione tecnologica. L’opera di Storino si colloca entro un paradigma ecologico dell’arte, in cui il corpo umano non è più misura assoluta ma elemento dialogante con lo spazio e con l’ambiente tecnico-naturale. La dimensione installativa e site-specific dei suoi lavori sottolinea l’importanza della relazione: ogni opera vive nel rapporto che instaura con l’architettura e con il fruitore.

Nel progetto Cavalletto a dondolo (2018-2022), l’oggetto-simbolo della pittura tradizionale viene reinterpretato come struttura instabile, oscillante, capace di mettere in discussione il concetto stesso di “supporto”. L’artista trasforma così il cavalletto in corpo metaforico dell’arte, sospeso tra equilibrio e precarietà, memoria e movimento. L’oscillazione diventa gesto ontologico, rappresentazione del fare artistico come tensione dinamica tra passato e futuro, manualità e astrazione.

Questa attenzione alla relazione tra corpo e dispositivo si estende alla riflessione tecnologica: nei lavori di Storino, il digitale non è mai pura superficie, ma strumento di amplificazione sensoriale. La tecnologia assume un valore poetico e filosofico, integrandosi alla materia fisica — ardesia, legno, carta, metallo — in una coesistenza che rifiuta tanto l’opposizione quanto la fusione totale. È un’arte che cerca la porosità tra i linguaggi, una “tecnica umanizzata” che restituisce densità alla percezione.







