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Con l’articolo che segue affrontiamo la problematica della scoperta e della gestione del talento, che, come vedremo anche nei prossimi numeri della Rivista della Domenica, è altrettanto complessa quanto quella che riguarda le persone che definiamo “diversamente abili”. Gabriele Tonelli, Maestro di Vela di consolidata esperienza, ci aiuta a districarci nella particolarità della tematica. Di recente, ha concluso un Master all’Università Lumsa di Roma discutendo un’interessante tesi dal titolo “TALENTO E VOCAZIONE:LA NAVIGAZIONE A VELA COME ESPERIENZA”. Oggi, con piacere , iniziamo ad offrirne gli spunti più interessanti ai nostri lettori .(PLP) |
ALLA SCOPERTA DEL TALENTO
di Emanuele “Lele” Tonelli
La scoperta del talento, sia personale che altrui, è un processo educativo che coinvolge non solo la crescita individuale, ma anche la capacità di entrare in una relazione profonda.
È infatti nel dialogo, nel riconoscimento reciproco e nel confronto quotidiano che le potenzialità trovano spazio per emergere e svilupparsi.
Non si tratta di un evento improvviso, ma di un processo che, nel tempo, coinvolge ascolto e attenzione. Per riconoscerlo in sé stessi, è di grande aiuto la presenza di qualcuno capace di ascoltare, osservare senza etichettare, offrire spazi in cui sperimentare, mettersi alla prova e cambiare idea. La scoperta del proprio talento è strettamente legata alla conoscenza di sé e si costruisce relazionandosi in contesti educativi significativi, nei quali l’individuo possa essere riconosciuto nella sua unicità. A volte, si scopre il proprio talento non per una rivelazione interiore, ma perché qualcuno lo ha individuato, lo ha nominato, e lo ha incoraggiato. Altre volte, invece, il talento rimane sommerso e silenzioso finché una passione, un incontro, una sfida non lo fanno emergere. Anche per questo, educare al talento significa creare le condizioni perché qualcosa possa accadere, non produrre direttamente un risultato ma preparare il terreno affinché un seme possa germogliare.
In questo processo, il ruolo degli educatori è centrale. Un insegnante, un mentore, un adulto di riferimento possono fare la differenza non tanto per quello che insegnano ma per la qualità dell’atto educativo. Come avviene quando in mare si affrontano situazioni impreviste e si trovano le soluzioni per superarle. permettendo così a un potenziale, ancora inespresso, di essere colto e sostenuto. Gli educatori che riconoscono il talento non sono quelli che cercano precocemente l’eccellenza, ma quelli che accolgono la varietà delle attitudini e accompagnano ciascuno nel dare forma alla propria. È uno sguardo che non impone, ma orienta, non misura soltanto, ma incoraggia, non pretende risultati immediati, ma sostiene processi. In questo senso, l’educatore è chiamato a essere testimone, facilitatore di possibilità non ancora realizzate in contesti adeguati. Per farlo, è necessario che l’adulto abbia fatto esperienza della propria ricerca, che sappia cosa significa non sapere subito chi si è, che conosca bisogna conoscere il valore dell’attesa, della scoperta, della fatica e della gioia che accompagnano ogni crescita autentica.
Accanto alla figura dell’educatore, l’ambiente educativo nel suo complesso gioca un ruolo determinante. Ambienti rigidi, orientati esclusivamente alla performance o all’omologazione, rischiano di soffocare talenti fuori standard, o di scoraggiare percorsi non lineari; al contrario, ambienti flessibili, accoglienti, stimolanti e differenziati permettono agli individui di esplorare, sperimentare, cambiare idea, trovare il proprio ritmo. La scoperta del talento ha bisogno di luoghi in cui l’errore sia considerato parte del processo e non un ostacolo in cui le diversità siano considerate risorse, con un tempo dell’apprendimento adeguato. La scintilla può accendersi ovunque esista uno spazio in cui si può essere: visti, ascoltati, provocati positivamente e incoraggiati non solo nelle scuole ma anche in centri educativi, laboratori creativi, contesti formativi non formali.
Riconoscere il talento altrui è un atto di responsabilità, che chiede di andare oltre le apparenze, oltre le aspettative standard e cogliere ciò che una persona può diventare, anche quando ancora non lo sa. In questa prospettiva, il talento non è qualcosa che si possiede, ma una possibilità che può essere coltivata o ignorata, sviluppata o dispersa.
La sua scoperta richiede quindi condizioni favorevoli, un clima educativo che non imponga un modello unico di successo, ma valorizzi pluralità di attitudini, forme di intelligenza, stili di apprendimento. Allo stesso tempo, la scoperta del talento chiama in causa il concetto di vocazione non intesa in senso religioso ma come chiamata personale a realizzare ciò che si sente autentico, ciò che dà senso. Scoprire il talento proprio non significa solo capire “in cosa si è bravi” ma riconoscere cosa ci dà energia, dove si concentra il nostro impegno, il nostro piacere e il nostro desiderio di contribuire. Si tratta quindi di un percorso esistenziale che evolve con il tempo, non lineare, fatto di esplorazioni e di pause, di conferme e di revisioni.
La pedagogia offre strumenti, linguaggi, esperienze e contesti in grado di favorire questa scoperta, sia per chi è alla ricerca del proprio talento, sia per chi ha la responsabilità di coltivare quello altrui.
L’obiettivo in fondo, è proprio questo, non prevedere tutto ciò che una persona potrà diventare, ma aprire diverse possibilità, lasciare intravedere nuovi orizzonti, aiutare ciascuno a sviluppare un pensiero creativo e autonomo. In questo senso, il talento non è solo una questione di eccellenza, ma è verità personale, è l’energia che prende forma quando ciò che si fa risuona con ciò che si è.
Valorizzare un talento significa quindi, non solo allenare abilità, ma porre domande, nutrire visioni, permettere a ciascuno di avvicinarsi un pò di più alla propria autenticità.
- EmanueleTonelli, TALENTO E VOCAZIONE: LA NAVIGAZIONE A VELA COME ESPERIENZA,MASTER DI PRIMO LIVELLO “ GIFTED. DIDATTICA E PSICOPEDAGOGIA, PER ALUNNI AD ALTO POTENZIALE COGNITIVO E PLUSDOTAZIONE




