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Giudici annullate la sentenza anacronistica: Quella casa nel bosco è un laboratorio pedagogico.

 Editoriale /PIERLUIGI PALMIERI/225 

Il tribunale ha valutato necessario un periodo di osservazione in struttura protetta per verificare il benessere dei bambini che vivono nel bosco

Questa mattina avevo iniziato  a scrivere il mio Editoriale sull’impresa dei nostri campioni del tennis che a Bologna hanno dato prova di grande cuore e di attaccamento ai colori quaificandosi per la finale del Campionato mondiale che porta alla conquista della prestigiosissima Coppa Davis*. Sono però obbligato a parlare ancora del “caso della casa” nel bosco  di Palmoli in Abruzzo, dove tre bambini vivono, ora  dobbiamo dire (spero solo momentaneamente)  purtroppo “vivevano” con papà Nathan e mamma Catherine. Qualche giorno fa, è uscita un’assurda sentenza con la quale il Tribunale dei Minorenni di L’Aquila, ha imposto ai tre splendidi fratellini “un periodo di “osservazione” in una casa protetta.  Così si vogliono condannare due genitori “indegni”, ma indegnamente si trascurano i riflessi devastanti sullo sviluppo psicofisico dei soggetti, che quei i servizi sociali e quel tribunale sono convinti di tutelare. 

I  bambini  e i genitori di cui  ho parlato nell’editoriale dal titolo “ E se avessero ragione loro?”, ovviamente riferito a Nathan e Catherine   (link: E se avessero ragione loro? – Centralmente) all’esame obiettivo sono sani e si sono dichiarati, senza condizionamento alcuno, soddisfatti di vivere immersi nella natura. Anche davanti a quei giornalisti attenti e non prevenuti a cui secondo la sentenza i genitori avrebbero fatto ricorso illegittimamente a causa di un procedimento giudiziario in corso. La trascuratezza degli adempimenti burocratici  attribuita  a Nathan e Catherine fa pendere la bilancia della giustizia dal lato sbagliato. Fa nascere grossi dubbi interpretativi, in chi mastica un po’ di diritto scolastico,  questo passaggio “Il certificato stesso, così come il progetto didattico-educativo previsto dall’art. 3 DM 5 dell’8 febbraio 2021 non sono stati ritualmente prodotti in giudizio; il certificato trasmesso in copia dal Servizio Sociale non risulta previamente depositato presso la dirigenza scolastica competente per la vigilanza”.   Cavilli che in un caso  del genere,  a mio parere, non avrebbero dovuto avere alcun peso specifico, visto che all’uopo gli stessi servizi sociali titolari dell’affido “esclusivo”, avrebbero potuto provvedere all’adempimento burocratico.

Il collegio giudicante nella sentenza si appoggia molto alla “letteratura scientifica”  e  alla teorie Socio-Culturale, Cognitivo-Evolutiva, dell’Apprendimento Sociale, dell’Ecologica e dello Sviluppo Psicosociale. Con tutto il rispetto per l’importanza degli autori di riferimento mi permetto di dire che questo richiamo   è intriso di una buona dose di quei deleteri  pedagogismi e sociologismi a cui spesso si ricorre a fini strumentali  e  puzzano pure di prevenzione. Vygotskij, Piaget,  Bandura, Bronfenbrenner,  Erik Erikson sono nomi altisonanti che, a mio parere, sono  richiamati nel  tentativo di dare scientificità ad una sentenza che solo apparentemente vuole tutelare l’infanzia. Oggi, al tempo della globalizzazione, alcune di quelle teorie, pur testimoniando la grandezza dei rispettivi pensatori, sono ritenute obsolete proprio in termini di spendibilità, da molti pedagogisti   . Comunque non sono applicabili automaticamente a qualsiasi contesto familiare, soprattutto in quelli dove i genitori vogliono dichiaratamente salvaguardare i propri figli dai “condizionamenti tecnologici e dalle malattie sociali che infestano la quotidianità dei centri urbani”.

L’educazione naturale è un metodo apprezzato e consolidato nel tempo  e (obsoleto per obsoleto) è stato sponsorizzato da firme altrettanto prestigiose come  J.J. Rousseau (con il suo Emilio) e Liselotte Diem (con il suo 150 esercizi di sport) fino al premio Nobel Fridtjof Nansen. Il metodo di Nansen, adottato ufficialmente nei programmi della scuola svedese, imperversa  nei  civilissimi paesi scandinavi. L’assenza  pressoché  totale dell’Educazione naturale  nei programmi scolastici è una “colpa” della scuola italiana.

La scelta dell’educazione genitoriale è legittima e incontestabile e ci sono situazioni analoghe a quella di Palmoli  in tante realtà italiane  i bambini da scolarizzare si contano sulle dita di una mano ( vedi Isole Eolie e il magistrale servizio  delle Iene  sui “tre” alunni di Alicudi,  e  comuni di montagna come Rendinara e Campotosto proprio in Abruzzo ) . Le teorie di Vygotskij,  Piaget,  &Co.  a cui si appoggia il tribunale  dell’Aquila sono state in gran parte  sviluppate quando il “condizionamento/dipendenza” dagli smatphone e da altri fattori inquinanti  dell’epoca in cui viviamo non era neanche in fieri. Alle deduzione del tribunale  vorrei comunque opporre  la filosofia del grande Karl Popper, l’epistemologo  che ha convintamente sostenuto “La scienza non persegue mai lo scopo illusorio di rendere le sue risposte definitive, e neppure probabili». 

In conclusione i  bambini non devono essere strappati bruscamente dall’ambiente in cui sono cresciuti. Né  può essere conculcato il diritto dei genitori sani ad educare i figli secondo i loro principi pedagogici  e la loro filosofia di vita. Le presunte carenze di carattere igienico e strutturale dell’abitazione sono del tutto sanabili.

Ecco infine la mia proposta che sa quasi di “uovo di Colombo” per ovviare alla presunta mancata  di “socializzazione”: 

Ricordo che da anni inella scuola italiana mperversano progettazioni approvate, e spesso  finanziate, dal Ministero dell’Istruzione che nella maggior parte  non hanno alcuno spessore pedagogico e all’atto pratico risultano prive di efficacia  (i più critici, tra cui chi scrive hanno coniato per le scuole il neologismo “progettifici”).

Nel nostro caso un “progetto didattico”  ad hoc  avrebbe finalmente un suo perché: il Comune, la scuola e la “famiglia del bosco” potrebbero concordare  uno “scambio“ periodico delle esperienze tra le due “comunità  educanti ( Bosco e Scuola), Si organizzino  quindi attività motorie mirate prima a cadenza  settimanale  e poi, (eventualmente) bisettimanale nella scuola  e nel bosco, con alla base a fondamentali dei giochi  di squadra con  ( mini basket e/o mini volley ). Se a scuola è necessario disporre se non di una palestra, almeno di un cortile, nel bosco basterebbero una palla,, una tesa tra due alberi e un canestro. Mi piace  ricordare  che esiste anche  lo sport di orientamento (con una specifica federazione ufficiale).  Allora: .quale migliore occasione per portare nel bosco i bambini della scuola?. L’alternanza soft tra i due ambienti favorirebbe  un interscambio di conoscenze e di competenze,  foriere solo di serenità e di crescita sociale. Basterebbe, è il mio parere,  a  consentire ai figli di Nathan e Catherine  di acquisire elementi importanti per la futura autodeterminazione. Loro hanno risposto “E’ qui” alla domanda  della giornalista nel  servizio contestato dai giudici che gli chiedeva: “Cos’è la felicità?”. Una felicità  che rischia di essere soffocata nella nebbia  della burocrazia.  In questo senso la foto iche apre questo editoriale sembra premonitrice. Allora dal titolo del mio precedente editoriale tolgo il “se” con il congiuntivo e il punto interrogativo  e lo cambio in un perentorio: HANNO RAGIONE LORO!!*

*AGGIONAMENTO SERALE: In attesa dell’esito del ricorso presentato da Nathan e Catherine spero sia di buon auspicio la vittoria dell’Italia sulla Spagna. L’Italia, per fortuna almeno nello sport, dove la burocrazia non conta, con  Berrettini, Cobolli & & Co ha dimostrato di avere un gran cuore!

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