Berlino celebra Yayoi Kusama con una retrospettiva monumentale che ripercorre quasi ottant’anni di carriera.Un evento che rende omaggio a una delle artiste più influenti del Novecento e del contemporaneo, capace di trasformare le ossessioni personali in linguaggi universali. Alla soglia dei cento anni, Kusama resta un’icona vivente, la cui vicenda biografica è inseparabile dalla sua ricerca artistica. La mostra berlinese sceglie di raccontarla dall’inizio, senza pedanterie ma con rigore filologico: dalle prime prove pittoriche in Giappone al trasferimento negli Stati Uniti, dal dialogo con l’arte occidentale al ritorno in patria. Un percorso che intreccia estetica, psicologia e storia culturale, rivelando l’intensità di un’esistenza radicalmente votata all’arte.

All’interno dei vasti spazi del Gropius Bau, diretto da Stephanie Rosenthal, si snoda un itinerario di quasi 3000 metri quadrati. Oltre 300 opere – tra dipinti, sculture, gouache su carta, documenti, abiti e installazioni – costruiscono un arco cronologico che va dal 1952 a oggi. Accanto a capolavori storici, trovano spazio materiali inediti provenienti dall’archivio personale di Kusama a Tokyo, insieme a una nuova Infinity Mirror Room, pensata appositamente per questa occasione.


La retrospettiva che il Gropius Bau di Berlino dedica a Yayoi Kusama segna un punto di svolta nella ricezione europea dell’artista giapponese, avviata ormai verso il compimento del secolo di vita. L’allestimento, curato da Stephanie Rosenthal, si distingue per l’ampiezza della prospettiva storica e per la densità documentaria, evitando derive spettacolari a favore di una ricostruzione puntuale, fondata su materiali d’archivio e su opere raramente esposte.

La mostra restituisce con chiarezza la progressiva elaborazione del linguaggio di Kusama, dalle gouache degli anni Cinquanta – campi cromatici saturi attraversati da rarefatti segni puntiformi – alla sistematizzazione della “ossessione” del dot. Già in queste prime fasi si avverte la consapevolezza di un gesto che non è semplice decorazione, bensì proiezione corporea nello spazio, estensione allucinatoria dell’io, anticipazione di una pratica che troverà pieno sviluppo nelle installazioni ambientali.

L’approccio curatoriale scava la dimensione biografica, imprescindibile per comprendere la genealogia dell’opera. È in particolare con One Thousand Boats Show (1963) che l’artista traduce in termini installativi l’immagine traumatica dell’infanzia: la barca colma di protuberanze falliche in tessuto, replicate sulle pareti circostanti, funziona come scena primaria raddoppiata, condensazione di desiderio e repulsione, personale e collettivo. Kusama tematizza il trauma non in chiave confessionale, ma attraverso un dispositivo ossessivo di moltiplicazione che annulla il singolo segno nell’infinita ripetizione.

La sezione dedicata al soggiorno newyorkese mette in evidenza la centralità di Kusama nella definizione delle pratiche ambientali e performative degli anni Sessanta. L’interazione con il minimalismo, la pop art e il femminismo emergente si traduce in un corpus di happening e installazioni in cui la dimensione psicotica della ripetizione si fonde con la volontà di annullare le barriere tra arte e vita. Il confronto con i coevi – da Oldenburg a Warhol – restituisce Kusama come figura liminale, al contempo assimilata e irriducibilmente eccentrica.

Particolarmente rilevante è il lavoro di ricostruzione filologica compiuto dai curatori: materiali inediti provenienti dall’archivio di Tokyo, documentazioni di performance scomparse, oltre a una nuova Infinity Mirror Room che ribadisce la tensione tra immersione sensoriale e vertigine psichica. La scelta di coniugare ricerca storica e nuove produzioni rafforza l’idea di una continuità nella poetica di Kusama, più che di una frattura tra epoche.







