GUBBIO È CONDANNATA? TRA CEMENTIFICI E INCENERITORI

 Il Limite / RANIERO REGNI / 215

 Assetato, bevi lunghe sorsate di quella che rimane la bevanda più straordinaria: l’acqua. Ma neanche questo gesto antico e necessario, che tutti consigliano, appare oggi privo di ombre.  Infatti oltre la miniera di sostanze e sali indispensabili alla nostra vita, un bicchiere d’acqua, magari versato da un’apparentemente innocente bottiglia di plastica, contiene microplastiche e nanoplastiche.  Quei piccolissimi pezzettini di materia sintetica sono infatti il risultato di una degradazione degli infiniti oggetti di plastica che noi utilizziamo ogni giorno, che disperdiamo nell’ambiente e che poi finiscono nel nostro corpo come in quello di tanti altri viventi.

È da immaginare quali conseguenze avrà sulla nostra salute la presenza ubiqua delle microplastiche, presenti persino nel latte materno. Queste sono il prodotto della lunga e onnipotente filiera dell’economia basata sui combustibili fossili. La plastica è uno dei derivati del petrolio e la nostra economia si basa sull’una e sull’altro. E l’Italia è il massimo produttore europeo di oggetti e imballaggi in plastica monouso che rappresentano una delle fonti più cospicue dell’inquinamento da microplastiche.

Per sottrarsi a questa contraddizione, questa stessa industria promuove, ma non in maniera completa ed efficace, il riciclo. E noi, bravi cittadini, differenziamo con cura i diversi tipi di plastica (meglio ho visto fare in Germania, dove la differenziazione avviene per colore e tipologia di contenitori). Ma anche questa sana pratica del riciclo appare una mezza verità e quindi una mezza bugia. Infatti non ci viene detto che solo una piccola percentuale della plastica viene riutilizzato e anche questo lo si può fare solo per una o due volte (vedi: T. Schlossberg, Inconspicuous Consumption: The Environmental Impact You Don’t Know You Have, Grand Central Publishing, New York,2019. https://www.washingtonpost.com/opinions/interactive/2023/plastic-pollution-united-nationsagreement-science-recycle/).

E il resto che fine fa? Isole di plastica alla deriva negli oceani, discariche piene, microplastiche ovunque, traffici di rifiuti in mezzo mondo, soprattutto nel terzo mondo. E il resto? Viene bruciato. Come succede in ogni guerra, anche in quelle per l’ambiente e per il clima (mi riferisco al fondamentale testo di M. Mann che porta proprio questo titolo), la prima vittima è la verità. Oltre a mentirci sul riciclo, si fa passare l’uso della plastica, diventata combustibile per l’industria, come economia circolare. Lo chiamano CSS, combustibile solido secondario. È bastato cambiare nome ai rifiuti, soprattutto di derivazione plastica, perché più ricchi di potenziale calorico, per trasformare la mondezza in qualcos’altro. Ma la menzogna non finisce qui.

Si dice che l’uso del CSS è parte dell’economia circolare. Che menzogna! Come se i rifiuti plastici, proprio perché così numerosi, fossero delle fonti rinnovabili infinite. Che menzogna! Perché la vera economia circolare reimmette nella produzione e recupera la materia, mentre se si brucia il cerchio si interrompe. Il cerchio diventa una linea retta che porta dritto dritto all’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo dove ricadono i metalli pesanti e le micropolveri nocive prodotte dalla combustione. I rifiuti andrebbero prodotti di meno e riciclati di più, ma non come recupero di energia ma di materia. Se infatti la loro fine è essere bruciati in un inceneritore o in un cementificio, il ciclo si interrompe per sempre, a spese dell’ambiente e della salute. E, sia detto per inciso, se l’industria del cemento fosse una nazione sarebbe il quarto generatore mondiale di CO2.

Un recente disegno di legge, uscito il 5 agosto, incentiva nel nostro paese l’uso del CSS (rifiuti di plastica e di molti altri materiali), soprattutto per quelle industrie insalubri, ma che per i legislatori sono solo energivore, come i cementifici. A Gubbio, ad esempio, dove da due anni si inceneriscono fino a centomila tonnellate di rifiuti in due cementifici, assisteremo sicuramente ad un loro incremento con un aumento esponenziale delle minacce alla salute. Era prevedibile. Prima il governo Monti ha autorizzato il CSS, poi il governo Draghi ha semplificato e azzerato ogni procedura autorizzativa e di controllo come la Valutazione d’Impatto Ambientale, ora il governo Meloni spinge sull’aumento dell’uso dei rifiuti come combustibili. Era prevedibile e la strategia è abbastanza evidente: risolvere il problema di dove mettere i rifiuti e garantire profitti ad un settore industriale in crisi. E gli effetti sulla salute dei cittadini, esposti involontari? Infatti nessuno sa che cosa contiene una balla di CSS e nessuno sa che cosa esce da una ciminiera. Questa è la verità, che alcuni nascondono e molti non voglio sapere.

Questa situazione condanna la nostra città a diventare il punto di caduta del ciclo dei rifiuti di mezza Italia. Il tubo di scarico di un’economia distruttiva. E sappiamo che i cementifici hanno controlli molto meno stringenti di un inceneritore e recuperano persino le ceneri della combustione, che vengono reinserite nel prodotto finale insieme a tante altre sostanze. La mia città, la nostra città, è condannata a questo destino?

È un peccato, perché le confinanti Marche, proprio in questo periodo, facendo il bilancio di una stagione turistica estiva che si va concludendo, segnalano lo sviluppo eccezionale di un turismo che si è rivolto soprattutto alle zone dell’Appennino marchigiano. Molti italiani e stranieri, hanno magari lasciato le spiagge, che hanno conosciuto infatti una flessione delle presenze, prediligendo le zone interne. Molti turisti hanno scelto i borghi e gli agriturismi degli Appennini per cercare un contatto con una natura non così impegnativo come quello dell’alta montagna. Montagne più dolci come sono quelle dell’Appenino marchigiano e umbro, dove ritrovare un equilibrio e una misura, una convivenza armonica con un paesaggio di straordinaria bellezza e salubrità.

A Gubbio e al suo grande territorio, che avrebbe tutte le caratteristiche per rispondere a questa domanda, siamo invece davanti ad un drammatico bivio. L’inquinamento di questo genere di industrie non può andare d’accordo con il turismo e neanche con la salute dei cittadini. La cura della salute e dell’ambiente sono la stessa cosa, come ci ricordano l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Unione Europea con il concetto di One Health, una sola salute, “un approccio integrato e unificante che mira a equilibrare e ottimizzare in modo sostenibile la salute delle persone, degli animali e degli ecosistemi”. Questo approccio è l’unico che può guidarci verso il futuro.

Un destino non lo si può cambiare. Come ci insegna la tragedia greca, il destino lo si può solo accettare. E chi vi si oppone, l’eroe tragico, può solo soccombere. Una scelta invece la possiamo cambiare. Allora, abbiamo un destino oppure abbiamo ancora una scelta?