TRA PRESENTE E FUTURO

 Il Limite / RANIERO REGNI / 183

Spes non confundit

La speranza non illude

S.Paolo

 

Sembra esserci un che di sbagliato oppure di estremamente saggio, comunque qualcosa che deve essere compreso, in ciò che accade alla nostra psiche, mentre attraversa le diverse stagioni della vita. Quando si è giovani si è tutti protesi verso il futuro, verso l’anno che verrà. Lo si carica di progetti e di aspettative. Il prossimo concorso, il prossimo appuntamento, il prossimo successo. Non è sbagliato, è giusto, in ogni caso è così. E poi, come è stato detto, quando una cosa la sogni comincia già ad esistere. Non vedi l’ora che il tempo passi per avvicinarti di più alla meta.

Una cosa opposta accade quando si è avanti con gli anni, all’approssimarsi della vecchiaia, quando anche il tempo assume connotati diversi: ne hai ancora ma la sua misura comincia a diventare ossessiva. Allora si sprofonda nel passato. Il vecchio sa che “successo” è solo il participio passato del verbo “succedere”, è successo. Si aggira così in un mondo popolato più da morti che da vivi e gli è dolce e terribile pensare al passato.

E il presente? Sembra sfuggire a tutti. La saggezza greco-latina ci ha ammonito a cogliere il presente, sia nella sua versione edonistica dell’”attimo fuggente”, sia nella sua versione più seria di cogliere, senza avversione né desiderio, ogni momento come se fosse l’eternità. Accogliere ogni momento del presente con grazia e intensità, come un dono. È quello che ci ricordano anche le antiche pratiche della meditazione e quelle moderne della mindfulness, con cui proviamo a placare il nostro animo stressato: il potere dell’”ora”, dell’”adesso”.

Penso a queste cose all’approssimarsi del Capodanno. Penso ai latini che avevano un dio, Giano, che era la divinità che presiedeva all’inizio e al passaggio, da un anno all’altro (a lui è dedicato appunto Gennaio), un dio che aveva due facce, Giano Bifronte, una che guardava indietro e una che guardava avanti. Era il dio che a Roma aveva un tempio speciale in un luogo speciale, che ancora porta il suo nome: il Gianicolo. Era anche il dio la cui erma sorgeva sulle porte, sui ponti e agli incroci delle strade, perché lì avveniva il passaggio e la scelta di quale sentiero intraprendere. Ma, come scriveva Hemingway con sconsolata consapevolezza moderna, “dobbiamo abituarci all’idea: ai più importanti bivi della vita, non c’è segnaletica”.

In tutto questo giuoca un ruolo importante la speranza. Per gli antichi, l’”ultima dea” è un male: chi spera non sa. A questo ha risposto l’Ebraismo prima e il Cristianesimo poi. La speranza è una virtù teologale, ha come fondamento Dio stesso. La speranza è una certezza che genera resistenza ed è legata all’amore.  E amare vuol dire, come sosteneva G. Marcel, dire a qualcuno “tu non morirai mai”. La speranza non è un vago atteggiamento psicologico positivo ma è legata alla volontà essenziale. La speranza implica l’attesa paziente e questa implica l’attenzione per le persone e per il mondo. Ma è un’attesa operosa per migliorare il mondo.

Ecco perché risuonano come disperate e disperanti le parole di M. Cacciari in una recente intervista, dove il filosofo denuncia la situazione tragica in cui ci troviamo. Essa consiste nella scristianizzazione. “Nel fatto che non si ascoltano più le parole di Gesù… Pensi al modo in cui sono state affrontate le ultime guerre, ai naufraghi lasciati affogare. È evidente che le parole del Vangelo non hanno contato nulla. Non che abbiano mai agito profondamente, già Kierkegaard parlava di duemila anni di scandalo. E tuttavia vi era una disponibilità all’ascolto in vastissimi strati della società e della politica. Malgrado non si siano mai davvero incarnate, se non in figure straordinarie come Francesco d’Assisi, almeno chiamavano. Potevo non sentire la forza di seguirle, ma chiamavano”.  Ora? “Non chiamano più questa società. Se uno giace come morto per strada devi soccorrerlo, se ha fame dargli da mangiare, se è nudo vestirlo. Fine. Se non lo fai, senti di essere venuto meno a una voce che ti chiamava a farlo. Ora non c’è neanche questo. Ci saranno ancora cristiani, resti d’Israele, in qualche monastero o sotto casa mia, ma sono persone, non costituiscono più la nervatura di una comunità. Quelle parole non parlano più in alcun modo nella azione politica, in coloro che formano l’opinione pubblica. La politica fa esattamente l’opposto e non se ne vergogna neanche più. Questo è il salto”. Siamo di fronte ad un’impossibilità tragica della speranza?

L’impossibile è l’ultimo limite della speranza. Allora spero proprio l’impossibile. E il credente ha questa certezza del cuore. La speranza allora per il nuovo anno è sempre quella risuonata in un antico canto di Natale, che abbiamo ascoltato ancora una volta in questi giorni, “luce dona alle menti, pace infondi nei cuor”. Buon anno a teutte e a tutti.