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Macrodisastro

Valore & Valori / Mario Travaglini / 269

 Chiarisco subito: quello del titolo è un neologismo che nasce dall’incontro tra Macron e disastro. Non è elegante e neppure originale ma bisogna riconoscere che il presidente francese ha fatto molto per renderlo appropriato. E’ vero, non sono da attribuire a Emmanuel Macron tutte le responsabilità della situazione in cui versa oggi la Francia, ma dopo quasi dieci anni di presidenza diventa difficile sostenere che egli sia soltanto l’incolpevole erede di errori altrui che rischiano, tra parentesi, di ripercuotersi anche in Europa e, quindi, anche nel nostro Paese.

Per comprendere ciò che sta accadendo dobbiamo tornare almeno al quinquennato del suo predecessore François Hollande, durante il quale ha ricoperto la carica non secondaria di ministro delle finanze. Sono anni nei quali emergono con crescente evidenza le contraddizioni di una società attraversata da tensioni identitarie, rifiuto di integrazione e l’affermazione strisciante di una radicalizzazione islamista. Gli attentati terroristici del 2015 rendono drammaticamente visibile tutto questo, portato peraltro all’attenzione generale, nello stesso anno, da  Michel Houellebecq con il romanzo Sottomissione; un romanzo che ricordo soprattutto per la lucidità con cui l’autore immagina una società progressivamente incapace di riconoscersi nei propri valori, divenendo una profezia e anche una provocazione letteraria sulla debolezza delle élite, sul conformismo e sulla disponibilità a sacrificare i principi alle convenienze del momento.                       La sua presidenza, nata sotto il segno del rinnovamento e del superamento delle vecchie appartenenze politiche, non riesce a ricomporle, anzi le aggrava. Dai gilet gialli alle proteste contro la riforma delle pensioni, fino alle tensioni odierne, il rapporto tra istituzioni e cittadini appare sempre più difficile. La dissoluzione dell’Assemblea nazionale nel 2024, anziché restituire stabilità, ha ulteriormente complicato la governabilità, tanto che da allora ci sono state ben tre crisi di governo ed una crescente radicalizzazione politica con i comunisti di Mélenchon da una parte e Rassemblement National di Le Pen dall’altra.

Tuttavia, il problema che mi preoccupa maggiormente è quello dei conti pubblici perché le proteste, per quanto gravi, possono rimanere entro i confini nazionali mentre le conseguenze di una crisi finanziaria, invece, rischiano di attraversarli molto rapidamente e contagiare il nostro paese. Qualche numero ci aiuta a capire meglio il problema: secondo le previsioni della Commissione europea, il debito pubblico francese, già al 115,6% del prodotto interno lordo nel 2025, dovrebbe raggiungere il 118,1% nel 2026 e superare il 125% nel 2027. Il disavanzo pubblico rimane intorno al 5% del PIL, ben lontano dal limite europeo del 3%. La crescita economica prevista per quest’anno è appena dello 0,6%. Il rendimento dei titoli di Stato francesi a dieci anni è arrivato nell’area del  5,1%, superando quello dei titoli italiani e, secondo le rilevazioni recenti, anche di quelli greci e portoghesi. In parole semplici, la Francia continua a spendere troppo, molto di più di quanto incassa; questo disavanzo non è necessariamente un male se giustificato da investimenti produttivi, infrastrutture e crescita futura. Quando diventa invece una caratteristica permanente  il problema cambia natura, perché qualcuno (BCE, agenzie di rating, mercati finanziari etc.) comincia a chiedersi se quella traiettoria sia sostenibile. E gli interessi, come sappiamo, non sono gratuiti perché quando il Tesoro emette nuovi titoli o rinnova quelli in scadenza a rendimenti maggiori, il costo del debito aumenta progressivamente. Risorse che potrebbero finanziare servizi, investimenti e riduzioni fiscali vengono destinate al pagamento degli interessi. Si crea così un meccanismo difficile da interrompere: il debito aumenta, costa di più e rende ancora più complicato ridurre il disavanzo. Disavanzo che è espresso in euro, ovviamente. Ossia la moneta che la Francia condivide con l’Italia e con altri  diciannove paesi  della comunità, oltre a quattro microstati (Andorra, Città del Vaticano, Principato di Monaco e San Marino). L’economista francese Marc Touati, partendo da questa considerazione, sposta il problema da Parigi all’intera Europa richiamando l’attenzione sul rischio che la sfiducia verso la Francia finisca per indebolire la moneta unica. Touati arriva a ipotizzare un euro a 1,05 dollari sulla base della crescita americana, della possibile evoluzione dei tassi d’interesse e delle conseguenti decisioni delle banche centrali.  Ovviamente  è uno scenario, non una certezza, ma il rischio che descrive è comprensibile e probabilisticamente fondato.                                       Ed è qui che il Macrodisastro comincia a interessarci direttamente. Sappiamo bene che l’Italia e la Francia hanno economie profondamente integrate. Le nostre imprese commerciano, investono e collaborano quotidianamente, le banche operano su entrambi i mercati, i risparmiatori, direttamente o attraverso fondi e assicurazioni, sono esposti a strumenti finanziari europei. Una crisi di fiducia nei confronti del debito francese potrebbe quindi produrre effetti anche sul nostro sistema finanziario.

C’è poi un rischio meno immediato, ma non meno importante. Se gli investitori cominciassero a dubitare della stabilità complessiva dell’area euro, potrebbero chiedere rendimenti maggiori anche ad altri Paesi indebitati. E l’Italia, nonostante i miglioramenti registrati su diversi indicatori finanziari, conserva un debito pubblico elevato. E’ del tutto ovvio che nostri conti non peggiorerebbero improvvisamente, ma basterebbe un cambiamento nella percezione del rischio europeo per rendere più costoso finanziarsi. Una Francia politicamente instabile e finanziariamente fragile rappresenta dunque certamente un elemento di vulnerabilità aggiuntivo. Ecco perché ciò che accade oggi a Parigi non può essere osservato con il distacco riservato alle vicende interne di un Paese vicino.                                                                                                                Forse il paradosso più interessante è proprio questo: un presidente che ha fatto dell’ambizione europea uno dei tratti distintivi della propria politica si trova a lasciare in eredità un problema che rischia di diventare europeo.           E noi italiani abbiamo più di una ragione per seguire gli sviluppi con attenzione. Non per compiacerci delle difficoltà francesi, e nemmeno per distribuire lezioni che la nostra storia economica non ci autorizza a impartire, ma perché sappiamo bene quanto possa costare perdere la fiducia dei mercati e quanto sia difficile riconquistarla.                                          Il Macrodisastro, dunque, non è soltanto una battuta sul cognome del presidente francese, è anche il nome provocatorio di una preoccupazione molto concreta. Perché, se la crisi dovesse aggravarsi, rimarrebbe una domanda alla quale prima o poi qualcuno dovrebbe rispondere: chi pagherebbe il conto? Soltanto i francesi, oppure anche gli altri cittadini europei?

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