Home La Rivista Attualità e Amarcord CRIMINALITA’ MINORILE: EMERGENZA CHE L’ITALIA NON PUO’ PIU’ IGNORARE

CRIMINALITA’ MINORILE: EMERGENZA CHE L’ITALIA NON PUO’ PIU’ IGNORARE

Attualità e Amarcord / 269

 Violenza, disagio, recidiva e fragilità educative: dietro i numeri c’è una generazione che rischia di smarrire il confine tra libertà e sopraffazione. Ma la risposta dello Stato non può esaurirsi nella costruzione di nuove carceri.

  • C’è un momento in cui i numeri smettono di essere statistiche e diventano una domanda politica, sociale e morale. L’aumento dei reati commessi da minorenni, la crescente preoccupazione per episodi di violenza che coinvolgono giovanissimi e il peso della componente straniera negli istituti penali minorili impongono all’Italia una riflessione che non può più essere rinviata. Non bastano l’indignazione del giorno dopo, le dichiarazioni di circostanza o la rassicurazione che tutto rientri nelle normali oscillazioni della cronaca. Se l’allarme trova conferma nei dati, occorre guardarlo in faccia. Senza allarmismi, ma anche senza ipocrisie. La criminalità minorile è una delle contraddizioni più dolorose del nostro tempo. Chi commette un reato deve risponderne. La giovane età non può trasformarsi in un lasciapassare per la violenza, né le vittime possono essere sacrificate sull’altare di un malinteso buonismo. Il diritto alla sicurezza appartiene a tutti: a chi subisce un’aggressione, a chi vive nei quartieri più esposti al degrado, a chi pretende di uscire di casa senza paura. E appartiene anche ai ragazzi, che hanno diritto a crescere in un contesto capace di offrire regole, opportunità e prospettive. Proprio qui si misura la qualità di uno Stato. Punire è necessario, quando la legge viene violata; impedire che il reato si ripeta è altrettanto indispensabile. Un sistema giudiziario minorile efficace non può limitarsi a custodire chi ha sbagliato. Deve comprendere le cause del comportamento criminale, interrompere le traiettorie della violenza e restituire alla società persone capaci di rispettare le regole. Altrimenti la pena rischia di diventare soltanto una parentesi prima del ritorno alla stessa strada, alle stesse compagnie, agli stessi fallimenti.L’arrivo di nuove strutture detentive minorili, con i progetti annunciati per Lecce, L’Aquila e Rovigo, riporta al centro una questione decisiva: come rendere il sistema più capace di rispondere alla realtà. Se gli istituti esistenti sono sottoposti a pressioni crescenti, occorre garantire spazi adeguati, personale qualificato, sicurezza e percorsi trattamentali seri. Il carcere non può essere un deposito di adolescenti difficili, né un luogo nel quale la violenza si organizza, si consolida e si trasmette. Deve essere, quando la detenzione è indispensabile, un ambiente nel quale la responsabilità per il reato si accompagni a un lavoro concreto sul Ma sarebbe un errore credere che più posti detentivi, da soli, possano risolvere il problema. Le carceri sono l’ultimo anello di una catena che comincia molto prima: nella famiglia che non riesce a esercitare il proprio ruolo, nella scuola che perde i ragazzi più fragili, nei territori privi di presidi educativi, nelle periferie dove il riconoscimento sociale sembra arrivare più facilmente attraverso la prepotenza che attraverso il merito. Non tutti i giovani che vivono queste condizioni diventano delinquenti, naturalmente. E non ogni disagio conduce al reato. Ma ignorare questi contesti significa intervenire quando il danno è già stato compiuto, anziché tentare di prevenirlo.C’è poi il capitolo della presenza straniera negli istituti minorili, indicata nel dibattito pubblico intorno al 50 per cento. È un dato che merita attenzione e verifica attraverso le statistiche ufficiali, distinguendo con precisione tra cittadinanza, provenienza, condizione giuridica e tipologia di reato. Non è corretto confondere la popolazione detenuta con l’insieme dei giovani stranieri che vivono in Italia, né trasformare una percentuale carceraria in una sentenza collettiva. Ma sarebbe altrettanto sbagliato evitare ogni analisi per timore di affrontare un tema controverso.La domanda da porsi è concreta: quali percorsi di integrazione, scolarizzazione, accompagnamento e controllo sono mancati nei casi in cui un minorenne straniero entra nel circuito penale? Quali responsabilità spettano alle istituzioni, alle famiglie, ai servizi sociali e agli adulti che avrebbero dovuto intercettare il disagio? L’origine non assolve e non condanna nessuno. Sono i comportamenti individuali a dover essere giudicati. La stessa fermezza deve valere per tutti, senza discriminazioni e senza indulgenze selettive. La sicurezza, del resto, non si costruisce scegliendo tra repressione e prevenzione, come se fossero alternative inconciliabili. Si costruisce tenendole insieme. Servono indagini efficaci, processi tempestivi, risposte proporzionate ai reati e tutela reale delle vittime. Servono anche scuole autorevoli, educatori presenti, servizi territoriali funzionanti e programmi capaci di accompagnare i ragazzi fuori dalla devianza. E serve un controllo serio dei risultati: quanti giovani tornano a delinquere, quanti completano un percorso formativo, quanti trovano un lavoro, quanti riescono a reinserirsi nella comunità.È su questo terreno che le nuove strutture dovranno essere giudicate. Non soltanto sul numero dei posti disponibili, ma sulla qualità del personale, sull’assistenza psicologica, sulla formazione professionale, sulla continuità dei rapporti con il territorio e sull’effettiva capacità di ridurre la recidiva. Aprire un istituto senza assicurare queste condizioni significherebbe costruire mura senza costruire soluzioni. La politica ha il dovere di sottrarsi a due tentazioni opposte. La prima è minimizzare, perché riconoscere l’emergenza obbliga ad assumersi responsabilità. La seconda è trasformare ogni episodio in una guerra simbolica, promettendo risposte immediate a problemi che richiedono competenza, risorse e continuità. La prima abbandona i cittadini alla paura; la seconda rischia di alimentarla senza risolverla.Dietro ogni minorenne che commette un reato c’è una responsabilità individuale da accertare e, spesso, una storia che merita di essere compresa. Comprenderla non significa giustificarla. Significa impedire che si ripeta. E dietro ogni vittima c’è una richiesta di giustizia che non può essere liquidata con la promessa di un generico recupero sociale.L’Italia deve decidere se vuole limitarsi a inseguire la criminalità minorile oppure affrontarla prima che diventi una condanna definitiva per chi la pratica e per chi la subisce. Le nuove carceri possono essere uno strumento, ma non sono una strategia. La strategia è uno Stato che sa essere fermo con chi viola la legge, presente dove il disagio cresce e credibile quando promette una seconda possibilità.Perché la vera sconfitta non è soltanto un adolescente che finisce in carcere. È una società che arriva troppo tardi, dopo aver lasciato che la scuola, la famiglia, le istituzioni e il territorio smettessero di parlargli. La sicurezza comincia dalle regole e la giustizia si misura nella loro applicazione. Ma il futuro di una comunità si misura anche dalla sua capacità di impedire che i ragazzi diventino delinquenti, prima ancora di diventare adulti.

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com