Valore & Valori / Mario Travaglini / 259
Che cosa rende davvero democratica una democrazia? La risposta più immediata è abbastanza semplice: il voto. In altri ambiti ho spesso affrontato il tema che riguarda il deficit di democrazia. Nel nostro paese sembra non interessi granché se non quando per questioni di bottega serve a rispolverare il solito antagonismo tra fascismo e antifascismo. La domanda che pongo, dunque, non mi sembra né inutile né pleonastica ma del tutto attuale, specie se la si lega al fatto che in queste ore il Parlamento ha approvato una riforma che si propone di dare più peso al diritto di voto. È un obiettivo certamente condivisibile. Ogni misura che favorisca la partecipazione rafforza, almeno in apparenza, la qualità della vita democratica. Eppure il voto, da solo, non basta. Una democrazia non è realmente tale soltanto perché consente ai cittadini di esprimere una preferenza nell’urna. Lo diventa quando quel voto permette anche di individuare con chiarezza chi abbia assunto una determinata decisione e, soprattutto, chi debba risponderne davanti agli elettori. È questa la vera essenza della rappresentanza.
Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere un interessante articolo pubblicato da Le Figaro in occasione del decimo anniversario della Brexit. Gli autori sviluppavano una tesi che andava ben oltre il giudizio sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il loro ragionamento, all’apparenza economico, toccava in modo prepotente il quadro istituzionale. La Brexit, in sostanza, veniva interpretata come il recupero di un principio fondamentale della democrazia: la coincidenza tra il luogo della decisione e quello della responsabilità.
Il punto di partenza della riflessione segnalava che molte delle previsioni formulate nel 2016 non si sono realizzate nella misura annunciata, mentre l’aspetto più interessante riguarda il rapporto tra il potere di decidere e il dovere di rispondere delle decisioni assunte. Qui, a mio modo di vedere, emerge un principio che dovrebbe appartenere a qualunque autentica democrazia.
Non esiste responsabilità senza autorità. E’ un rapporto sinallagmatico, come direbbero i giuristi. Non esiste autorità se chi governa non dispone realmente del potere di decidere. E non esiste una reale capacità di decidere se il livello istituzionale competente non possiede un adeguato grado di sovranità. Questi tre elementi non sono valori alternativi, ma momenti di un’unica catena logica. La sovranità rende possibile la decisione. La decisione attribuisce l’autorità. L’autorità genera inevitabilmente la responsabilità. Quando questa catena si interrompe, la democrazia si indebolisce.Se il cittadino non riesce più a capire chi abbia realmente deciso, difficilmente potrà giudicarlo al momento del voto. Se, al contrario, chi esercita il potere può sempre attribuire le proprie scelte ad altri livelli istituzionali, il principio della responsabilità politica finisce inevitabilmente per dissolversi.
Il conservatorismo liberale non si chiede “chi ha il potere?”. Si chiede “come si legittima il potere?”. È una differenza enorme.
La sinistra tende spesso a vedere la legittimazione nella rappresentanza sociale. II liberalismo classico nella tutela delle libertà individuali. Il conservatorismo la vede nella continuità delle istituzioni.
Il conservatorismo liberale, invece, secondo me, tiene insieme queste dimensioni attraverso un principio molto semplice: Il potere è legittimo solo se è identificabile, limitato e responsabile.
– Identificabile, perché il cittadino deve sapere chi decide.
– Limitato, perché nessun potere può diventare assoluto.
– Responsabile, perché chi decide deve rispondere delle conseguenze.
Il problema, allora, non riguarda soltanto il Regno Unito o l’Unione europea. Riguarda ogni sistema democratico. Una democrazia matura non si limita a garantire il diritto di voto. Deve anche garantire la trasparenza della responsabilità politica. L’elettore deve sapere chi ha deciso, affinché possa confermarlo o sostituirlo. Negli ultimi decenni il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sull’estensione dei diritti. Molto meno si è riflettuto sul tema della responsabilità. Eppure libertà e responsabilità sono inseparabili. La libertà priva di responsabilità degenera facilmente nell’arbitrio; la responsabilità priva dell’autorità necessaria per decidere si trasforma in una finzione. È probabilmente questo uno degli insegnamenti più interessanti che si possono trarre dalla vicenda della Brexit. Non tanto un giudizio favorevole o contrario all’uscita dall’Unione europea, quanto una riflessione sul funzionamento stesso delle istituzioni democratiche.
La forza di una democrazia non si misura soltanto dal numero dei cittadini che partecipano al voto quanto invece dalla possibilità concreta che quel voto consenta di individuare chi ha esercitato il potere e chi dovrà rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni. Ecco, quindi, che quando potere e responsabilità coincidono, la democrazia si rafforza. Nel caso inverso, quando si separano, il voto rischia di trasformarsi in un rito sempre più perfetto nella forma, ma progressivamente meno incisivo nella sostanza e determina quella disaffezione al voto che più volte è stata denunziata.