Attualità /Marcello Martelli / 259
Aspettiamo la magistratura. È l’unica sede nella quale si accertano eventuali responsabilità penali. Ma non aspettiamo i giudici per porci una domanda che è già politica, morale e istituzionale: com’è stato possibile? Com’è stato possibile che dentro il servizio pubblico si consolidasse un potere tanto esteso da dare l’impressione che un programma non appartenesse più alla Rai, ma al suo dominus con un esercito di 60 giornalisti, di cui 24 interni e 41esterni?
È questa la domanda che fa paura. Perché chiama in causa non un uomo soltanto, ma un’intera filiera di dirigenti, controllori e amministratori.
Per anni la Rai ha predicato trasparenza al Paese. Ha chiesto conto ai governi, ai ministri, agli imprenditori, ai magistrati, ai banchieri. Ha acceso i riflettori sulle opacità degli altri. Ora quei riflettori sono puntati su Viale Mazzini.
E la risposta non può essere il silenzio. Se un programma del servizio pubblico diventa una macchina che ruota quasi esclusivamente intorno al prestigio, all’autorità e alle decisioni del suo conduttore, significa che qualcuno ha smesso di governare l’azienda. Quando un’organizzazione si identifica con una persona, il problema non è più la persona: è l’organizzazione.
La Rai non può essere un arcipelago di principati o repubbliche autonome. Non può finanziare, con il denaro del canone, strutture percepite come autonome, impermeabili ai controlli e legate al carisma del capo più che alle regole dell’istituzione. Perché il servizio pubblico non è una proprietà privata. Non è un marchio personale. Non è un regno costruito attorno all’insostituibilità di un volto televisivo. È un’istituzione della Repubblica. E le istituzioni non possono funzionare sulla fiducia cieca nei confronti di un leader, per quanto celebre, autorevole o autoritario.
Il punto, allora, non è difendere o condannare qualcuno prima delle sentenze. Il punto è stabilire se la Rai abbia smesso, negli anni, di controllare sé stessa.
Se così fosse, il caso che oggi occupa le cronache sarebbe soltanto l’epilogo di una lunga rinuncia: la rinuncia dell’azienda a esercitare la propria autorità, sostituita da quella dei suoi personaggi più forti e intraprendenti.
Ogni impero personale nasce allo stesso modo.Non perché un uomo diventa troppo potente.Ma perché le istituzioni, lentamente, rinunciano a esserlo. E quando un’istituzione abdica, il potere non scompare. Cambia semplicemente padrone. È questa, oggi, la vera notizia. Non il destino di un singolo protagonista. Ma il sospetto che il servizio pubblico abbia smesso di essere davvero pubblico.+




