Home La Rivista TUTTO CRESCE. LA MISTICA DELLO SVILUPPO ILLIMITATO O POSTCRESCITA?

TUTTO CRESCE. LA MISTICA DELLO SVILUPPO ILLIMITATO O POSTCRESCITA?

 

IL LIMITE / Raniero Regni / 259

 

Dopotutto, che senso ha avere a disposizione linee aeree, un telefono nuovo all’anno, e la rete 6G in un mondo in fiamme dove tutti si detestano?

 T. Parrique

Cerco di sottrarmi al caldo opprimente di questi giorni. Mi rifugio in campagna, ma oramai anche le zone dell’interno dei pre-Appennini dove abito, che pure partono dai seicento metri sopra il livello del mare, nonostante il verde e gli alberi, sono preda dell’anticiclone africano. La sua impressionante campana di alta pressione è molto diversa da quella solita dell’anti-ciclone atlantico, a cui eravamo un tempo abituati. La casa di pietra dalle mura spesse un metro, che ci ha sempre protetto dal caldo estivo, non ce la fa più a mantenere una temperatura abitabile. La campagna umbra soffoca nell’immobilità dell’aria. Corro allora in un ambiente climatizzato. Finalmente si respira, ma se mi avvicino alla pompa di calore sento l’aria che si fa rovente.

È un piccolo esempio dei nostri maldestri tentativi che vengono chiamati pomposamente “adattamento e mitigazione del riscaldamento climatico”. Traduco. Abbiamo oramai accettato il peggio. Cerchiamo di sopravvivere come possiamo, finché non arriverà, come sostiene anche il detto popolare che “il peggio non è mai morto”, un peggio ancora peggiore.

Tutto cresce. La temperatura, il nostro consumo, la nostra velocità, i nostri movimenti forsennati, la ricerca di energia che diventerà fame con i nuovi server dell’Intelligenza Artificiale. È evidente che non possiamo continuare così, ma la cosa più impressionante è il fatto che continuiamo esattamente a comportarci così. Per cui, non volendo cambiare né modo di pensare né tantomeno di vivere, ogni nostra azione per risolvere il problema aumenta ancora di più il problema. Invece del fotovoltaico su ettari di tetti di capannoni già esistenti, facciamo l’agri-voltaico, trattando le nostre campagne come se fossero il deserto del Sahara. Invece di pale eoliche e comunità energetiche per raggiungere l’auto-sufficienza energetica locale, mega impianti prodotti dalla perversione della Green Economy. Invece di un’autolimitazione volontaria dei consumi, la fast fashion che brucia continuamente modelli, facendoli invecchiare artificialmente nelle nostre teste. Invece della riduzione dei rifiuti, per arrivare all’economia circolare, l’uso dei rifiuti come combustibili per ottenere contemporaneamente due effetti perversi: maggiore inquinamento e sopravvivenza di industrie obsolete come i cementifici.

Il capitalismo verde è una contraddizione in termini, come lo sviluppo sostenibile. È evidente che la vera alternativa verso la quale dovremmo guardare è quella di una società e di un’economia che non prenda più lo sviluppo, nel caso specifico, quello del Prodotto Interno Lordo (PIL), come unico modello. Il PIL è un indicatore che si rivela sempre più vuoto e astratto ma, al contempo pericoloso, perché ha cessato da tempo di essere un’unità di misura, per diventare invece un mito, e un mito pericoloso. Quello che è stato un indicatore, storicamente datato e forse un tempo utile, è diventato una finalità priva di senso.

Può la crescita illimitata e senza scopo rappresentare un modello? L’economista francese T. Parrique, risponde di no. Il suo libro Rallentare o morire. Per un’economia della post-crescita (2025) appare una lettura molto utile in questo momento, anche per raffreddare il nostro pensiero surriscaldato dall’aumento delle temperature. L’aumento del caldo non è solo il segnale inequivocabile di quello che gli scienziati che studiano il clima ci dicono oramai da tempo in un coro unanime, ma è anche il simbolo di quanto sia pericoloso un aumento, in ogni settore, senza un necessario contrappeso o freno, come predicano invece i “mistici della crescita”. Un aumento della crescita economica del 2 % annuo, osserva Parrique, fa raddoppiare le dimensioni dell’economia ogni trentacinque anni.  Può il nostro pianeta sopportarlo?

Secondo l’autore, “la causa primaria del deragliamento ecologico non è l’umanità, ma il capitalismo, il prevalere dell’economia su tutto il resto e la ricerca sfrenata della crescita”. È molto probabile che le generazioni future si chiederanno come abbiamo potuto credere al mito della crescita continua e del PIL. E si prenderanno gioco di noi, avranno lo stesso atteggiamento che noi abbiamo oggi nei confronti delle popolazioni primitive che con la danza della pioggia pensavano di influenzare la meteorologia. L’economia cresce, la povertà rimane. L’economia cresce, ma l’ingiustizia economica, a cui si aggiunge oggi quella climatica (quanti potranno permettersi un impianto di climatizzazione?) non diminuisce. L’economia cresce, ma noi ci sentiamo sfiniti.

La verità è che “l’economia non potrà mai disaccoppiarsi dalla natura. In un modo o nell’altro, siamo chiusi in una biosfera i cui limiti sono finiti”. La tecnologia non potrà compensare un’espansione della produzione e del consumo senza limiti per tutti gli abitanti della Terra.  “Più” non può essere sinonimo di “meglio”. Allora, che fare?

La sfida è quella del meno, del più leggero, del più lento, del più piccolo. È la sfida della sobrietà, della frugalità, della moderazione e della sufficienza, che permetterà di passare dalla decrescita alla post-crescita, ovvero un’”economia stazionaria in armonia con la natura, dove le decisioni sono prese insieme e le ricchezze sono equamente condivise, in modo da poter prosperare senza crescita”. La decrescita non è recessione ma piuttosto una transizione verso un’economia democratica sostenibile, equa e felice. Bisogna produrre e consumare di meno, organizzandoci per far sì che questo grande rallentamento avvenga senza disagi sociali.  Viaggiare meno lontano, più lentamente ed evitando l’aereo, rinunciare alla carne, comprare più raramente prodotti nuovi, e così via. Molti sono gli studi e le cifre che il libro contiene. Ad esempio, “basterebbe redistribuire meno di un terzo del reddito annuale dell’1% dei più ricchi al mondo (6.000 miliardi di dollari) per estirpare la povertà al di sotto di una soglia di 7,40 dollari al giorno”.

La proposta, molto articolata ed argomentata, dell’economista francese, corredata anche dalle critiche che sono state sollevate nei suoi confronti, a cui abbiamo solo accennato qui, sembra coerente con quella pedagogia del limite che guida le riflessioni di questa rubrica. La post-crescita appare come un imperativo biofisico. La crescita illimitata in un ambiente finito è impossibile e prima o poi scoppia come una contradizione insostenibile.  Così come il calore che il nostro pianeta sta accumulando per via dell’effetto serra.

E succede quello che sta succedendo ai nostri mari che si riscaldano troppo. Siccome il calore è energia e questa, da qualche parte, deve pur scaricarsi, accade come sta accadendo al nostro Adriatico, al nostro Mediterraneo, che si stanno riscaldando più in fretta di tutti gli altri mari. Questi piccoli bacini chiusi metteranno in atto un’azione di riequilibrio che sarà però sempre più violenta. Qualcosa di più di un temporale estivo. Un impressionante fronte nuvoloso carico di fulmini, masse di aria calda e fredda che si scontrano e avanzano a tutta velocità, dietro il quale si nasconde una pericolosa minaccia.

Un grande poeta ha scritto un verso famoso e molto citato, molto saggio ma che finisce per essere anche molto consolatorio, se non alimenta l’impegno: “lì dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva”. Ma la situazione potrebbe essere più grave di quella che poteva immaginare Hölderlin.

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