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DRAGHI PARLA, MELONI TELEFONA?

Vaslore & Valori / Mario Travaglini / 251

 Domenica scorsa Vittorio Feltri ha scritto un interessante  articolo sul quale vale la pena tornare. Raramente lo fa per semplice gusto del commento. Dietro certe aperture, certe riabilitazioni improvvise, certi inviti apparentemente innocui, c’è quasi sempre un tentativo di preparare il terreno politico e culturale a qualcosa che oggi appare prematuro ma che domani potrebbe diventare necessario. Per questo l’articolo dedicato al “punto di incontro” tra Giorgia Meloni e Mario Draghi merita probabilmente una lettura più attenta e profonda. Feltri formalmente parla del discorso tenuto da Draghi ad Aquisgrana, del pragmatismo, della necessità di dialogo e del ruolo dell’Europa dove  gli stati che la compongono sono “soli insieme”. Ha usato esattamente questi due termini proprio per sottolineare  come gli stati sono soli ma insieme in una istituzione ormai incapace di agire, ormai impotente nella evoluzione della geopolitica globale. Sostanzialmente Feltri sembra voler avviare  un’altra operazione: normalizzare il rapporto tra due mondi che fino a pochi anni fa apparivano incompatibili.

Da una parte la destra sovrano-conservatrice salita al governo cavalcando anche la critica alla tecnocrazia europea. Dall’altra Mario Draghi, simbolo per eccellenza dell’establishment comunitario, dell’euro e della stabilità finanziaria. Due universi che nel 2021 sembravano destinati a restare separati. Oggi, invece, qualcosa sembra muoversi. Feltri lo lascia intendere con grande abilità. Elogia Draghi in modo quasi personale, caloroso, inconsueto perfino per lui. Ne sottolinea la lucidità, la profondità strategica, la visione europea. Ma soprattutto introduce una formula politicamente molto intelligente: “federalismo pragmatico”. Non europeismo ideologico. Non sovranismo barricadero. Pragmatismo: una parola che serve a costruire un ponte. Il messaggio implicito sembra essere questo: Meloni e Draghi non devono necessariamente pensarla allo stesso modo su tutto per collaborare sui grandi interessi nazionali. Tradotto dal linguaggio giornalistico a quello politico: il tempo delle scomuniche reciproche potrebbe essere finito perché oggi “siamo soli insieme”. Non è un dettaglio secondario. L’Italia sta entrando in una fase storica estremamente delicata. Debito pubblico elevato, transizione energetica inceppata, competizione industriale globale, riarmo europeo, tensioni geopolitiche permanenti, rapporti mutevoli con Washington e Bruxelles. In un contesto simile, il conflitto ideologico puro tende a perdere centralità. Cresce invece il bisogno di figure considerate affidabili, prevedibili e rassicuranti tanto sul piano interno quanto su quello  internazionale.                 Ed è qui che il nome di Draghi torna inevitabilmente a galla. Ma forse sarebbe riduttivo leggere tutto soltanto in chiave Quirinale, anche se il Quirinale inevitabilmente aleggia sullo sfondo. Sergio Mattarella scadrà nel 2029 e nessun grande partito può permettersi di arrivare impreparato a quell’appuntamento. Un Draghi progressivamente “sdoganato” anche nell’area conservatrice diventerebbe automaticamente una figura molto più forte sul piano istituzionale. Eppure il punto potrebbe essere ancora più immediato e concreto. Perché una normalizzazione reciproca tra Meloni e Draghi potrebbe servire già oggi, ben prima della corsa al Colle. Ad esempio sul terreno delle grandi riforme istituzionali, a partire dalla legge elettorale. Modificare le regole del gioco in Italia significa inevitabilmente entrare in una zona ad alta sensibilità sistemica: mercati, Quirinale, Bruxelles, stampa internazionale e apparati amministrativi osservano sempre con estrema attenzione. In questo quadro, una figura come Draghi può diventare preziosa anche senza assumere ruoli formali. Non come regista occulto, ma come elemento di stabilizzazione implicita. Il solo fatto che il rapporto tra lui e Meloni venga percepito come non conflittuale riduce automaticamente il livello di allarme del sistema. Ed è forse proprio questo il senso più profondo dell’operazione culturale che Feltri sembra voler avviare: non costruire un asse politico, ma rendere possibile una futura compatibilità istituzionale. Del resto, la destra italiana sta vivendo una trasformazione storica. Dopo decenni passati all’opposizione o in posizione subalterna, oggi deve misurarsi con il problema della piena istituzionalizzazione del potere. Governare non significa soltanto vincere le elezioni. Significa costruire rapporti stabili con i centri economici, amministrativi e internazionali che garantiscono continuità al sistema-Paese. In questa fase, Draghi smette di essere semplicemente “l’uomo del 2021” e può diventare una risorsa di sistema. E Draghi, a sua volta, potrebbe aver compreso che il “melonismo” non è una parentesi populista destinata a evaporare rapidamente, ma il nuovo asse politico italiano attorno al quale bisognerà inevitabilmente dialogare. Per questo il vero significato dell’articolo di Feltri potrebbe non essere né un endorsement immediato né una candidatura anticipata. Potrebbe essere qualcosa di più sottile e più importante: la preparazione graduale di una convergenza di interessi tra sovranità politica e affidabilità istituzionale.                                  Oggi magari ci si aiuta a rendere più accettabile una riforma. Domani, forse, qualcun altro ricorderà quel gesto al momento giusto.In politica, soprattutto in Italia, il futuro raramente arriva all’improvviso. Prima viene quasi sempre annunciato da piccoli segnali, frasi apparentemente innocue, aperture studiate, parole scelte con cura. E questo, Feltri, da vecchio volpone, lo sa benissimo.

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