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QUANDO LA CTTA’ URLA SUI MAXI-MANIFESTI CONTRO LE AGGRESSIONI, I FURTI E LE RISSE….

Attualità & Amarcord / Marcello Marterlli/ 251

 In una piccola città-capoluogo, un maxi-manifesto che urla: “BASTA AGGRESSIONI, FURTI, RISSE!” non è mai soltanto un manifesto. È uno specchio. E spesso è anche un sintomo. Perché quando una comunità sente il bisogno di trasformare la paura in caratteri cubitali, significa che qualcosa si è incrinato nel rapporto tra cittadini, istituzioni e spazio pubblico. Non importa, all’inizio, se i reati siano realmente esplosi o se la percezione dell’insicurezza abbia superato i numeri: il dato politico e sociale è che una parte della città non si sente più tranquilla. E decide di dirlo ad alta voce.

Nelle grandi metropoli, episodi di microcriminalità e violenza finiscono quasi assorbiti dal rumore di fondo urbano. In un piccolo capoluogo, invece, ogni aggressione ha un’eco più lunga, ogni furto diventa racconto collettivo, ogni rissa si trasforma in allarme permanente. Le dimensioni contano: nelle città piccole si vive ancora con l’idea implicita che “certe cose qui non devono succedere”. Quando succedono, il trauma è più forte. Ma quei manifesti raccontano anche altro. Raccontano il rischio di una politica che preferisce gli slogan alle soluzioni. “Basta aggressioni” è una frase che raccoglie consenso immediato, perché intercetta un sentimento reale. Tuttavia il problema nasce quando la denuncia diventa propaganda e la paura viene usata come carburante elettorale. Perché una città non si mette in sicurezza soltanto con parole gridate dai muri. Servono controlli, certo. Serve una presenza visibile delle forze dell’ordine. Serve illuminazione nelle periferie, presidio delle piazze, telecamere dove necessario. Ma serve soprattutto ricostruire il tessuto sociale che impedisce alle città di diventare luoghi anonimi e rabbiosi. Dietro molte risse ci sono disagio giovanile, alcol, assenza di spazi di aggregazione. Dietro tanti piccoli furti ci sono povertà, marginalità, dipendenze. Dietro l’aggressività crescente c’è spesso una società più nervosa, isolata, impoverita culturalmente ed economicamente. Negare questi aspetti sarebbe ipocrisia.

Ma sarebbe altrettanto ipocrita usare questi problemi per dividere la comunità tra “buoni” e “cattivi”, tra “noi” e “loro”. Il punto decisivo è un altro: chi firma quei manifesti vuole rassicurare i cittadini o vuole alimentarne la paura? Perché le due cose non coincidono affatto.

Una politica seria non minimizza l’insicurezza, ma non la teatralizza. Non trasforma ogni episodio in una campagna permanente. Non governa con l’ansia. Governa creando fiducia. E poi c’è una domanda che nessun manifesto può evitare: dov’erano le istituzioni mentre cresceva questo malessere? Perché le città non diventano insicure all’improvviso. Il degrado si accumula lentamente: una piazza abbandonata, un quartiere senza servizi, giovani lasciati senza prospettive, commercianti che chiudono, cittadini che smettono di vivere gli spazi pubblici. È lì che nasce la sensazione di perdita del controllo.Per questo quei cartelloni non parlano solo di criminalità. Parlano di una comunità che teme di stare cambiando volto. Parlano della nostalgia di una normalità percepita come perduta. Parlano del bisogno di sentirsi protetti.

La risposta, però, non può essere soltanto un muro pieno di parole in maiuscolo. Una città si salva quando torna a essere vissuta, non quando viene raccontata come un campo assediato. Altrimenti, il rischio è che i manifesti finiscano per descrivere non la realtà, ma lo stato d’animo di una comunità che ha imparato ad avere paura di sé stessa.

 

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