Letteratura -Arte – Poesia / Adriano Emi / 250
In occasione della pubblicazione del nuovo album Commedia musicale, abbiamo avuto la fortuna di conversare con Michele Bravi su alcune analogie che riscontriamo tra la sua estetica e quella di Pier Paolo Pasolini. Esse comprendono anche la genitorialità scoperta in ironico, fittizio punto di morte: da una parte c’è Coccodrillo del 1968, dall’altra, ci sono Funerale e Genitore 3 del 2026. Ma in questo articolo non ci occupiamo ancora di Commedia musicale, il cui ‘libretto’ è costruito come collage di foto, calligrammi, cancellature e pagine bianche tanto simili all’idea di Petrolio. Alla nostra analisi che qui sotto segue, l’artista ha annuito e sorriso.
La star persona di Bravi non nasce masochistica, lo diventerà dopo l’incidente che nel 2018 lo vedrà coinvolto come colpevole di omicidio stradale. Eppure, in modo delicato, già l’anno prima, con l’esplodere del fortunato Diario degli errori al Festival di Sanremo, l’immagine del cantante è rappresentata come scissa e di carta.

Come per Pasolini, è solo per un’assurda retroazione temporale, profetica, che Diario degli errori chiama in causa la volontà di morte, il giocare con il fuoco e con la vita «nell’abisso di un mattino senza alba». Questo «errore» mortifero, che qui è solo fantasticato nel momento in cui canta di un amore che nelle interviste specifica essere omosessuale, accadrà davvero l’anno successivo e stravolgerà la persona e l’arte di Bravi.
Dopo una pausa di quasi due anni dall’incidente, nel gennaio 2021 viene pubblicato l’album autobiografico La geografia del buio. Il secondo singolo, Mantieni il bacio, cita nel suo titolo l’omonima opera di Massimo Recalcati che è coautore del testo della canzone: il corpo e il bacio sono amore violenza e cenere e sono tutti retti dal dolore che è salvato dal confronto. Ma il videoclip ci mostra che tale confronto non esiste, perché non c’è nessun Altro al di fuori del narcisismo: come nel film Mulholland Drive, la bellissima storia d’amore omosessuale accade, in realtà, nella mente di uno schizofrenico delirante che si muove in modo violento ed è solo.


Notiamo rime visive di due corpi posizionati in modo da sembrare identici nelle pose e nei dettagli così da configurare il dispositivo dello Specchio: come teorizzato da Franco Fortini per Pasolini, tutto ciò che Bravi ha amato e odiato, tutti i ragazzi e tutte le idee, tutte le cose sono solo riflessi rovesciati di se stesso allo specchio. Questo narcisismo mitopoietico totalizzante, sensuale e macabro, tipico di Poesie a Casarsa, ricorre continuamente nella produzione di Bravi, da Solo per un po’ al backstage del videoclip di Prima o poi.
Tratta dallo stesso album, Maneggiami con cura è «bellezza» dell’«errore» (anche l’omicidio colposo) di chi «si spezza ma ricresce verso il sole» in una posizione particolare che può essere letta in più sensi, anche demoniaci: «con la testa sulla terra, sotto i piedi il cielo». Con un ritmo trionfale ed eroico, assolutamente non malinconico, il videoclip, girato dall’alto, cioè, almeno secondo Salvador Dalì, dal punto di vista di Dio, mostra in campo lunghissimo una figura minuscola che attraversa un miscuglio di alberi aggrovigliati come serpenti. Si tratta di un resiliente flusso continuo di chi è «diversamente fragile» ed è ciò in cui i follower scrivono di riconoscersi. La «bellezza anche dentro ogni errore» è una delle tante occasioni in cui Bravi, come Pasolini, sembra realizzare la filosofia di Georges Bataille: l’eccesso e la trasgressione della fellatio poliamorosa di Solo per un po’ sono inseparabili dal sacrificio e dalla necessità della perdita per la ricomposizione del sacro. Il non-sapere, che è tipico del trauma, per Bataille è atemporale sovranità dell’istante senza finalità, ed è il Sublime dell’infimo, mostruoso (queer), informe. Si tratta di un sacro nichilismo autodistruttivo di cui, a nostro avviso, Bravi sembra appropriarsi soltanto dopo aver involontariamente ucciso la donna vittima dell’incidente stradale. Se ripensiamo al sintagma «sotto i piedi il cielo», è ancora Bataille a scrivere che, per raggiungere la santità alla rovescia, occorrono tre condizioni: il furto, l’omosessualità e l’omicidio. Bravi come Pasolini fa dichiarato furto/pastiche di molti autori e opere: entrambi, ad esempio, riusano Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard, rispettivamente in Una disperata vitalità e Senza fiato, con la differenza che quella di Bravi non è profezia ma ricordo di una morte che è stato lui a causare.
La prima opera che in modo vistoso avvicina Bravi a Pasolini è La vita breve dei coriandoli, primo singolo del dopo-omicidio, primo inno alla bellezza della distruzione. Il videoclip riprende unicamente la pupilla del cantante che serve a visualizzare l’empatia del dolore come rispecchiamento (e questo è confermato dai follower che commentano di sentirsi capiti). Del testo rilevano alcuni versi che ci rimandano a Pasolini. Nel finale di Che cosa sono le nuvole?, Davoli e Totò, ridenti, resi ormai liberi dal dolore della vita, ora, dal basso della loro condizione di burattini spaccati, possono ammirare con dichiarato stupore l’alto delle nuvole: Totò così può dire «Oh straziante, meravigliosa bellezza del creato!». Questo finale pasoliniano sulle nuvole ci sembra ben spiegare i coriandoli di Bravi: «Tu che ridi accanto a me/ […] affascinati dalle immagini/ dal bianco e nero di quei vecchi film/ dal primo volo delle rondini/ di cosa sono fatti gli angeli/ la vita breve dei coriandoli/ ci fa sentire che noi siamo liberi/ e tutto questo ancora mette i brividi/ i brividi».

Con questa canzone, Bravi inizia a fondere innocenza e disfacimento e a concepire il mondo cinematograficamente: come per Pasolini, ogni fotogramma, esprimendo la morte, realizza il senso; prima della morte, non può essere compreso un “Che cosa?” così come non può essere compresa “La vita dei coriandoli”. Totò e Ninetto Davoli possono solo rispecchiare la bellezza del Creato con gli occhi, possono solo capire affettivamente il «come» dei ritmi, dei cromatismi, non il «che cosa» sono le nuvole. La centralità è dunque il modo, lo stile in ‘soggettiva libera indiretta’ che fonde soggetto e oggetto, presente e passato, vittima e carnefice. Così anche Bravi come Pasolini diventa stile. Per questo, l’esigenza massima diventa il manierismo, necessariamente decadente, passatista, fantasmatico, spettralizzato. Si tratta di uno statuto onirico fortemente doloroso, sanguinario, dove ha forza motrice un doppio trauma: per Pasolini, il sentirsi causa della morte del fratello partigiano e l’irrisione della sua omosessualità da parte del PCI; per Bravi, l’essere causa della morte di una donna e la perdita della nonna malata di Alzheimer. Pensiamo a Bravi che ricorda che giocare infantilmente a nascondino era «giochiamo ai nazisti» e a come usa la metafora del Minotauro, comparabile a Il sogno del Centauro analizzato da Massimo Fusillo: la doppia identità e la doppia temporalità sono statuto esistenziale dove la felicità è fascinazione verso un’immagine ingiallita che risiede solo nel passato mitico dissacrato e rivissuto doppiamente in sogno, con violenza sadomasochista.
Amato e lodato da Morgan con parole come «disperato», «dolce», «figlio mio», «Dio», il genio di Bravi poggia su un timbro graffiato, spezzato, nasale, afono, e su un’estensione vocale che dal baritonale macabro sa innalzarsi a voce di testa e falsetto: così sa rendere il bambino e l’adulto, la vita e la morte, la vittima e il carnefice, come sue creazioni, nella stessa voce. In Empirismo eretico, Pasolini, riflettendo su Che cosa sono le nuvole?, parla di un significato non verbalizzato bensì affettivo, che deriva non dal senso ma dal suono della poesia e dalla canzone dell’immondezzaro (Domenico Modugno) in uno statuto «espressionista macro-pop e allucinato» reso dalla metafora incarnata dei burattini morti, spaccati, che hanno senso solo in rapporto panico col tutto. Per questo motivo, è solo la morte finale a poter permettere, in una retroazione paradossale, il pianto in vita di Ninetto e la conseguente sua santità nel male: con la rabbia di dover essere un assassino, nel piacere dell’orrore, dell’allucinazione. In modo simile, Bravi, ospite nel programma Belve come pentito e martire, descrive l’orrore dell’incidente, parla del Minotauro e di stati allucinatori in cui, consapevole della colpa, desiderava la distruzione non solo di se stesso ma anche di tutti i suoi cari. Tale morte, proiettata in allucinazione nel futuro, è esattamente la condizione futura che deve esistere per dare senso al presente insensato e traumatico.
Nel febbraio 2022, in occasione della partecipazione a Sanremo, RAI 1 festeggia la «rinascita di Michele Bravi». Fausto Puglisi è autore dei costumi che intendono rappresentare la metamorfosi del cantante attraverso il mito di Apollo e Dafne. Spiccano tratti femminili demoniaci tanto diversi dall’identità maschile del 2016 che riappare oggi nel 2026: come in Petrolio, il gender muta ciclicamente. La canzone in gara, Inverno dei fiori, inscrive la rinascita e la trasformazione nel buio del lutto.





