Home La Rivista RINTRACCIARE LE SCHEGGE DELLA SANTITÀ E DEL SILENZIO NELL’ARTE CONTEMPORANEA

RINTRACCIARE LE SCHEGGE DELLA SANTITÀ E DEL SILENZIO NELL’ARTE CONTEMPORANEA

Nel paesaggio saturo, accelerato e ipercomunicativo della contemporaneità, parlare di santità e silenzio può sembrare un gesto inattuale, se non apertamente anacronistico. Eppure, proprio questa inattualità costituisce la sua forza critica. Rintracciare le schegge della santità e del silenzio nell’arte contemporanea non è un’operazione nostalgica, ma un atto di posizionamento radicale: significa sottrarsi ai regimi dominanti della visibilità, della produttività e della spettacolarizzazione per aprire spazi di relazione, temporalità altre e narrazioni oppositive. La santità, qui, non va intesa in senso confessionale o dogmatico, ma come intensità etica e qualità di presenza. È una forma di attenzione radicale al mondo, una disposizione che eccede la logica utilitaristica e performativa. In questo senso, essa si manifesta come una pratica di resistenza: resistenza alla mercificazione dell’esperienza, alla riduzione dell’opera a contenuto consumabile, alla trasformazione dell’artista in produttore di immagini intercambiabili. La santità si dà allora come eccedenza, come ciò che non può essere completamente integrato nel circuito del valore.

Parallelamente, il silenzio si configura come una strategia di sottrazione. In un’epoca dominata dal rumore informazionale e dalla necessità di esprimersi continuamente, il silenzio non è assenza ma densità. È uno spazio carico di possibilità, una sospensione che interrompe il flusso e consente l’emergere di ciò che altrimenti resterebbe invisibile. Nell’arte contemporanea, il silenzio si manifesta spesso attraverso pratiche che riducono, rallentano, svuotano: installazioni minimali, gesti impercettibili, temporalità dilatate che sfidano la soglia di attenzione dello spettatore. Sul piano critico-artistico, ciò comporta una ridefinizione del ruolo dell’artista. L’artista non è più soltanto colui che produce oggetti o immagini, ma colui che costruisce condizioni di possibilità per esperienze di attenzione e di ascolto. In questo senso, l’opera diventa un dispositivo relazionale che attiva temporalità non lineari e modalità di fruizione non immediate. Il pubblico, a sua volta, è chiamato a un coinvolgimento diverso: non più consumo rapido, ma partecipazione lenta, quasi contemplativa.

Queste pratiche si pongono in tensione con il sistema dell’arte contemporanea, che spesso privilegia la visibilità, la novità e la circolazione rapida. La ricerca del silenzio e della santità implica invece un rifiuto, o quantomeno una sospensione, di queste logiche. In questo senso, rintracciare le schegge della santità e del silenzio significa anche interrogare il nostro modo di abitare il tempo. La contemporaneità è caratterizzata da una compressione temporale che riduce il presente a un punto infinitesimale tra un passato immediatamente obsoleto e un futuro già anticipato. Le pratiche artistiche che lavorano con il silenzio introducono invece una dilatazione: restituiscono spessore al tempo, permettono di sostare, di indugiare. È in questa sospensione che può emergere una diversa qualità dell’esperienza. Infine, questo gesto radicale ha implicazioni politiche. In un mondo in cui tutto tende a essere visibile, quantificabile e monetizzabile, il silenzio e la santità rappresentano forme di opacità e di gratuità. Essi sfuggono alla cattura, resistono alla traduzione immediata in valore. In questo senso, costituiscono una critica immanente al capitalismo contemporaneo e alle sue forme di soggettivazione.

Per dare concretezza al discorso , vale la pena guardare a pratiche e figure che, pur molto diverse tra loro, hanno costruito opere come veri dispositivi di attenzione, sospensione e sottrazione. Un punto di riferimento quasi inevitabile è John Cage. Il suo celebre 4’33’’ non è semplicemente “silenzio”, ma una ridefinizione radicale dell’ascolto: il suono ambientale, casuale, diventa materia estetica. Qui il silenzio è un campo di emergenza del reale, una soglia percettiva: sospendere l’intenzionalità per lasciare apparire ciò che normalmente resta sullo sfondo.

Su un versante più visivo e contemplativo, Agnes Martin costruisce tele quasi monocrome, attraversate da griglie impercettibili. La sua pittura non comunica un contenuto, ma attiva uno stato: quiete, concentrazione, una forma di “ascesi dello sguardo”. La santità, qui, si manifesta come disciplina percettiva, come esercizio di depurazione.

Similmente, On Kawara con le Date Paintings registra il passare del tempo attraverso un gesto ripetitivo e rigoroso: dipingere la data del giorno. È una pratica quasi monastica, dove l’opera diventa traccia di esistenza, atto minimo e insieme assoluto. In questo senso, la santità si declina come fedeltà al tempo, come attenzione quotidiana che sfugge alla spettacolarità.

Un’altra figura chiave è James Turrell. Le sue installazioni di luce non rappresentano nulla, ma costruiscono ambienti percettivi in cui il visitatore è immerso. Il silenzio qui è sensoriale: uno spazio in cui la percezione si fa lenta, quasi meditativa. Opere come gli Skyspaces invitano a contemplare il cielo come evento, restituendo una dimensione quasi sacra all’esperienza del vedere.

Se ci spostiamo verso pratiche più esplicitamente relazionali, Marina Abramović, soprattutto in lavori come The Artist Is Present, mette in scena un incontro basato sulla durata e sul silenzio. Sedersi di fronte a qualcuno, guardarlo negli occhi senza parlare, diventa un’esperienza intensissima. Qui la santità emerge come qualità della relazione: una presenza piena, non mediata, che sospende il flusso ordinario del tempo.

Sul piano delle correnti, il Minimalismo ha lavorato profondamente sulla riduzione e sul silenzio formale. Artisti come Donald Judd o Robert Morris hanno eliminato il superfluo per lasciare emergere la relazione tra oggetto, spazio e spettatore. Il silenzio, qui, è strutturale: è ciò che resta quando l’opera rinuncia a rappresentare.

Più recentemente, alcune pratiche legate all’ecologia e alla cura — si pensi a Olafur Eliasson — lavorano su esperienze percettive che rallentano il tempo e riconnettono il soggetto a fenomeni elementari (luce, acqua, aria). Anche qui emerge una forma di “sacro immanente”, non religioso ma esperienziale.

 

Se volessimo trarre un filo comune, potremmo dire che in tutte queste pratiche il silenzio non è mai vuoto, e la santità non è mai dogma. Sono piuttosto modalità operative: strategie per sottrarsi al rumore del mondo e aprire spazi di intensità. In un sistema dell’arte sempre più orientato alla visibilità e alla rapidità, questi artisti costruiscono invece condizioni di rallentamento, di attenzione e di presenza.

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