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A SCUOLA IN BARCA A VELA

IL LIMITE / Raniero Regni /247

I 

Il sentimento della natura cresce come ogni altra cosa. E noi dobbiamo ai bambini una riparazione più che una lezione     M. Montessori

 

 Uno dei paradossi più gravi con cui si scontra oggi l’educazione ambientale, dentro e fuori la scuola italiana (e non solo), è che i bambini e i ragazzi sono spesso consapevoli delle minacce globali all’ambiente, ma il loro contatto fisico con la natura si sta riducendo. Stiamo facendo crescere in loro la paura per un futuro minaccioso, fatto di catastrofi ecologiche e distruzione della biosfera, e non li esponiamo alla grandezza e alla bellezza della natura.  Bambini e giovani in genere guardano il mondo naturale dalle finestre delle abitazioni, vivono gran parte della loro vita in ambienti chiusi e in habitat urbani, ignorando la grande bellezza degli elementi naturali. Il vento, la pioggia, il rombo di un bosco scosso dalla tempesta, ma anche i versi degli uccelli e tutto il brulicante mondo degli animali, da quelli più piccoli a quelli più grandi.

Essere immersi in una natura che si impara a conoscere attraverso lo studio delle scienze e che si impara ad amare attraverso una pratica di vita all’aria aperta, impartisce poi una grande lezione implicita, ovvero che la nostra esistenza è inserita in qualcosa di più grande di noi, nella vita del cosmo, in cui ogni esistenza è collegata a tutte le altre, e tutte hanno un senso.

Lo abbiamo detto più volte. Esiste una relazione, non solo linguistica ma sostanziale, tra senso e sensi. L’educazione scolastica sta perdendo gran parte del suo senso perché sta perdendo i sensi, perché ignora il corpo, ignora che i bambini pensano con le mani e i ragazzini di scuola primaria pensano con le gambe ed hanno bisogno di uscire dall’ambiente ristretto delle aule scolastiche, che i giovani devono stare a contatto con il mondo naturale. E questo per alimentare la innata intelligenza naturalistica, la innata intelligenza ecologica, la innata biofilia che fa sì che i sogni dei bambini, anche di quelli che vivono in ambienti urbani, siano popolati di animali, come i loro disegni sono costellati spesso di alberi e fiori.   I bambini molto piccoli sono attratti spontaneamente da tutti i fenomeni viventi. Il loro universo onirico e fantastico è popolato di esseri viventi. È chiaro che poi, vivendo in città, lontano dal mondo naturale, questa spontanea propensione si perde ma può essere riattivata dall’educazione.   

Se poi l’accesso al mondo naturale, alla vita degli elementi è fatto con un mezzo straordinario come la barca a vela, l’esperienza si fa ancora più interessante. Ed è quello che accade, ad esempio, nella Scuola Italiana di Barcellona che ha realizzato un progetto di iniziazione al mondo della vela, in collaborazione con il glorioso Real Club Maritimo de Barcelona, nella splendida cornice del grande e antico porto della città catalana, non lontano dalla famosa statua di Cristoforo Colombo che, issato su una colonna e dando le spalle alla Rambla, indica imperiosamente con il gesto del braccio il mare aperto.

Che cosa può provare un bambino o una bambina di otto o nove anni, seduto sul bordo del suo piccolo Optimist, una barchetta più corta di una vasca da bagno, con in una mano la barra del timone e nell’altra la scotta con cui governa la vela? Sotto lo sguardo attento dell’istruttore, che lo segue con il gommone, assieme ai suoi piccoli compagni su imbarcazioni identiche, che cosa proverà mentre cerca il vento che lo spingerà verso il largo? Quale senso di autonomia e di indipendenza, di sicurezza e coraggio potrà provare? Quali conoscenze tecniche, di fisica dei fluidi, di portanza delle vele e di parallelogramma delle forze potrà acquisire quando, un po’ più grande, con un’altra imbarcazione, assieme ad uno o due altri suoi compagni imbarcati sulla stessa deriva, si spingerà ancora più lontano, diventando una macchia bianca all’orizzonte? Quali pensieri attraverseranno la sua mente, quali emozioni faranno battere il suo cuore, quale sentimento di immersione negli elementi naturali proverà, mentre il sole fa brillare diecimila scaglie di luce sulla superficie del mare, nella più bella palestra che si possa immaginare?  Anche le aride discipline scolastiche come la fisica e la meccanica gli appariranno vive. Anche la storia gli diventerà più comprensibile, scoprendo come la barca sia stato il primo e più veloce mezzo di trasporto, più antica della ruota e del cavallo. Capirà perché la grande e molteplice civiltà di cui è erede, sia cresciuta tra terra e mare, sia nata sulle rive dei fiumi, poi si sia sviluppata sulle coste del Mediterraneo e quindi abbia affrontato l’orizzonte sterminato dell’oceano.

In questo continuo movimento, tra l’aula in cui si studia, si leggono libri e si ascoltano lezioni, e l’ambiente cittadino o naturale, il paesaggio educatore circostante, dove si possono fare esperienze molto più ricche, potrà crescere meglio come cittadino critico e consapevole, attaccato alle tradizioni locali ma aperto al mondo globale.

Vedere, nel brulicante porto di Barcellona, grande città marinara, con un posto importante nella storia del Mediterraneo e oggi una delle capitali della cultura europea e mondiale, i giovani velisti della Scuola Italiana, scuola pubblica internazionale aperta a tutti, districarsi tra le imbarcazioni e allontanarsi tra sole e vento, fa bene al cuore. Questa immagine fa ben sperare per il futuro dell’Europa e del pianeta.

Infatti, a pochi giorni dalla celebrazione della Earth Day o Gionata mondiale della Terra, vedere questi giovani rasserena. Mi sembra quasi che essi cerchino una rotta, non solo per uscire dal porto, ma per uscire dalle contraddizioni insanabili in cui la società dei padri li ha cacciati, una strada verso il futuro. Essi tracciano una via verso la necessaria e inevitabile transizione ecologica, che per molti adulti sembra invece non esistere, verso la salvezza della Terra, per loro e per tutti. Sì, perché siamo davvero tutti sulla stessa barca e questi giovani, come è successo anche nel recente referendum italiano, faranno davvero la differenza. Allora, come dicono i velisti: buon vento ragazzi e ragazze!

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