La poesia di Annalisa Manstretta si colloca in una linea della lirica contemporanea che problematizza radicalmente la nozione di soggetto, dissolvendo i confini tra interiorità ed esteriorità e inscrivendo l’esperienza dell’io in una dimensione ecologica, fluida e metamorfica. A partire dalle raccolte La dolce manodopera (2006), Il sole visto di lato(2012), Gli ospiti delle stagioni (2015), fino alla più recente presenza in Nuovi Poeti Italiani 7 (2023), curato da Maurizio Cucchi, la scrittura di Manstretta sviluppa una poetica coerente, centrata su un “io” instabile, poroso, continuamente attraversato dal mondo naturale.
L’immagine iniziale — “si siede come di fronte a uno specchio” — introduce una dinamica riflessiva che non è però narcisistica né semplicemente introspettiva. Lo specchio, nella poesia di Manstretta, non restituisce un’identità compatta, bensì apre un campo di interferenze: interno ed esterno, luce e buio, io e io (duplicato, scisso) si riflettono e si contaminano reciprocamente. In questo senso, la sua poesia si avvicina a una concezione post-cartesiana del soggetto, dove l’identità non è data una volta per tutte, ma emerge come processo relazionale.
La natura — quel “verde dilagante” evocato nella raccolta Un’aria vegetale — non costituisce uno sfondo decorativo, bensì un vero e proprio dispositivo ontologico. Gli alberi, le stagioni, la materia vegetale diventano punti di ancoraggio per un io che si percepisce come precario e metamorfico. Tuttavia, questo ancoraggio non è mai stabile: l’io cerca rifugio nel mondo naturale, ma al tempo stesso si scopre parte di esso, dissolvendosi in una continuità che mette in crisi ogni distinzione netta.
La formulazione “la luce è scura, è uno spessore” è particolarmente significativa. Essa indica una percezione non dualistica della realtà: la luce non è l’opposto del buio, ma una sua modulazione, uno “spessore” che implica densità, stratificazione, opacità. In termini filosofici, si potrebbe leggere questa intuizione alla luce della fenomenologia di Maurice Merleau-Ponty, per il quale il visibile e l’invisibile non sono categorie separate, ma dimensioni intrecciate dell’esperienza percettiva.
Il nodo centrale diventa allora la domanda: “cos’è questo mondo e cos’è questo io?”. Nella poesia di Manstretta, il mondo non è un oggetto esterno da conoscere, bensì “l’ennesima forma liquida di io”. Questa affermazione rovescia la tradizionale opposizione soggetto/oggetto: il mondo è una proiezione, ma anche una trasformazione continua del soggetto stesso. Si tratta di una visione che dialoga implicitamente con alcune linee del pensiero contemporaneo, come l’ecologia profonda e le teorie post-umaniste, che mettono in discussione l’idea di un io autonomo e sovrano.
In particolare, si può leggere la poesia di Manstretta in relazione alle riflessioni di Timothy Morton sull’“ecologia oscura”: un approccio che rifiuta l’idealizzazione della natura come spazio armonico e separato, sottolineando invece la sua dimensione perturbante, “troppo vicina”. Anche nei versi di Manstretta, infatti, il mondo naturale non è mai rassicurante: è “non facile, non amico, ma vicino — troppo vicino”. Questa prossimità eccessiva genera una tensione continua, una sorta di inquietudine ontologica che impedisce ogni pacificazione.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Manstretta si caratterizza per una lingua rarefatta ma densa, capace di condensare in immagini essenziali una complessità concettuale notevole. L’uso di ossimori (luce scura), di immagini speculari e di slittamenti semantici contribuisce a costruire un discorso poetico che non si limita a rappresentare il reale, ma lo interroga e lo destabilizza.
In conclusione, la poesia di Annalisa Manstretta si configura come un laboratorio di ridefinizione dell’identità e del rapporto con il mondo. L’io, lungi dall’essere un centro stabile, appare come un nodo temporaneo di relazioni, un punto di passaggio tra interno ed esterno, umano e non umano. Il mondo, a sua volta, non è altro che una sua estensione, una forma “liquida” che ne riflette e ne trasforma continuamente i contorni. In un’epoca segnata dalla crisi ecologica e dalla messa in discussione delle categorie tradizionali del soggetto, questa poesia offre strumenti preziosi per pensare una nuova ontologia della relazione, in cui il confine tra io e mondo non è più una linea di separazione, ma una zona di contatto, di scambio e di incessante metamorfosi.




