L’opera di Roberto Diago si colloca al crocevia tra memoria storica, identità diasporica e pratica materiale della resistenza. Diago è oggi riconosciuto come uno degli artisti cubani di maggiore rilievo internazionale, con partecipazioni alla Biennale di Venezia (47ª e 57ª edizione) e alla Biennale dell’Avana, oltre a mostre presso il Museo Nacional de Bellas Artes e il Museo Reina Sofía a Madrid. La sua centralità nel panorama contemporaneo risiede nella capacità di inscrivere la memoria della schiavitù e della diaspora africana all’interno dei linguaggi e delle urgenze della contemporaneità globale.


Uno dei concetti chiave per comprendere la poetica di Diago è quello di maroonage, che rimanda alle comunità di schiavi fuggitivi nelle Americhe tra XVIII e XIX secolo. Nell’orizzonte contemporaneo, tale nozione dialoga con le pratiche artistiche che mettono in discussione i dispositivi istituzionali della memoria e dell’archivio, nel trasformare l’opera in uno spazio di contro-narrazione. In questo senso, la sua ricercati Jago può essere accostata alle poetiche diasporiche di artisti come Kara Walker, che rilegge la storia della schiavitù attraverso silhouette perturbanti, o Theaster Gates, che utilizza materiali recuperati e processi comunitari per riattivare una memoria afroamericana .


La scelta di materiali poveri – metalli ossidati, legno grezzo, plastica, scarti urbani – si iscrive in una più ampia tendenza dell’arte contemporanea a problematizzare la materia come portatrice di significato sociale. Se negli anni Novanta il riuso nasceva da una necessità economica legata al “Periodo Speciale” cubano, oggi esso si configura come gesto consapevole, in sintonia con le riflessioni ecologiche e postcoloniali che attraversano la pratica artistica globale. In tal senso, l’opera di Diago può essere letta accanto a quelle di El Anatsui, che trasforma materiali di scarto in monumentali arazzi metallici, evidenziando le traiettorie coloniali inscritte negli oggetti di consumo.


Le cicatrici che segnano le superfici delle opere di Diago rimandano a una concezione del corpo come archivio, tema centrale nella teoria critica contemporanea. Lontano da una figurazione mimetica, il suo lavoro insiste su una dimensione tattile e stratificata, dove la pelle diventa mappa di traumi e resilienze. Questa attenzione alla corporeità ferita trova risonanze nelle pratiche performative e installative di Tania Bruguera, anch’ella attiva tra Cuba e scena internazionale, che interroga le strutture di potere attraverso il coinvolgimento diretto del pubblico.

Nel contesto delle politiche dell’identità e delle discussioni su razzializzazione e discriminazione sistemica, Diago propone una riflessione che evita tanto il vittimismo quanto la retorica celebrativa. La cicatrice, lungi dall’essere semplice segno di sofferenza, diviene dichiarazione di esistenza e di continuità storica dove, la sua pratica, si inserisce in quel filone dell’arte contemporanea che concepisce l’opera come dispositivo critico, capace di attivare una consapevolezza storica nello spettatore.

Il progetto Hombres Libres / Free Men, presentato nel Padiglione della Repubblica di Cuba alla Biennale di Venezia del 2026, è la sintesi di tali istanze. Le teste scultoree che avanzano verso il pubblico configurano uno spazio relazionale in cui lo spettatore è chiamato a confrontarsi con una pluralità di presenze segnate, ma non piegate. La libertà evocata non è uno status acquisito, bensì una pratica in divenire.

In un contesto globale segnato dal riemergere di nazionalismi, crisi migratorie e nuove forme di esclusione, l’opera di Diago dialoga con le ricerche contemporanee che interrogano il concetto di cittadinanza e appartenenza. La sua insistenza sulla memoria coloniale non è nostalgica, ma strutturalmente politica: il passato è convocato per illuminare le dinamiche di subordinazione che persistono nelle democrazie occidentali e nei sistemi economici globalizzati.





