Il Limite / Raniero Regni / 240
L’inquinamento dell’aria interna è la minaccia ambientale numero uno per la salute, ed è da due a dieci volte peggiore dell’inquinamento dell’aria esterna
Environmental Protection Agency
Per una persona poco istruita nella storia naturale, la sua passeggiata in campagna o al mare è una passeggiata attraverso una galleria di meravigliose opere d’arte, nove decimi delle quali hanno la faccia rivolta al muro
T. Huxley
Studiando o più semplicemente guardandosi intorno è oramai evidente che esiste una pressione enorme esercitata su bambini e ragazzi da parte dei media elettronici. La loro potenza e invadenza è aumentata in maniera esponenziale dall’invenzione dello smartphone in avanti. L’alta definizione degli schermi digitali associata alla loro versatilità e leggerezza li ha resi oramai presenti dappertutto.
Per questa ragione ne abbiamo parlato più volte in questa rubrica, sia nella prospettiva dell’aumento dello screen time, ovvero del tempo che le giovani generazioni passano al chiuso davanti ai monitor, sia nel senso di una mancanza di conoscenza del mondo naturale spinta fino al punto di una vera e propria sindrome da deficit di natura.
La pressione di tutta l’immensa industria elettronica, la più potente concentrazione economica attuale, per vendere ogni sorta di macchine e aggeggi, è senza precedenti. Il marketing elettronico è all’assalto dell’infanzia e della scuola, della famiglia e dell’educazione. Con la complicità persino di una parte della pedagogia e della didattica, si spinge e si legittima l’idea che siamo davanti ai nuovi nativi digitali che vivono oramai nell’infosfera, si spinge per una completa artificializzazione dell’educazione, dentro la scuola e dentro la casa. E, intendiamoci bene, non vogliamo fare qui nessuna concessione allo sterile dibattito tra apocalittici e integrati, tra tecnolatri e tecnofobi, tra tecno-ottimisti e tecno-pessimisti.
Non si può infatti mai generalizzare, ma il vero problema non è ciò che noi possiamo fare con la tecnica ma ciò che la tecnica può fare di noi. L’accelerazione delle scoperte scientifiche dovute all’IA e all’informatica è davvero qualcosa di rivoluzionario ma credo che c’entri poco con l’interesse economico a vendere apparecchi elettronici ai nostri figli e nipoti, colonizzando completamente il loro pensiero e la loro immaginazione. Una sindrome di esposizione precoce ed eccessiva agli schermi? 
L’uso dei computer è fatto prevalentemente per ragioni di gioco e di consumo, l’intrattenimento domina comunque sull’apprendimento, anche quando lo scopo vorrebbe essere educativo. La maggior parte delle pagine web viene vista per dieci secondi o anche meno. Oggi la misura media dell’attenzione è di otto secondi, dopo si passa ad altro. Ecco perché i ragazzi faticano a leggere e a seguire un film. Quando si tratta di fornire alla mente la materia prima del pensiero, “di più” può significare “di meno”. Le frequenti interruzioni disperdono infatti i pensieri, indeboliscono la memoria e ci rendono tesi e ansiosi. Si passa dalla lettura al browsing. Il tempo dedicato alla concentrazione, alla lettura concentrata, diminuisce.
Bambini e ragazzi stanno sviluppando un’attenzione parziale continua, ovvero un’attenzione continuamente interrotta, diffusa ma superficiale. I produttori degli strumenti digitali parlano, con un entusiasmo interessato, di una nuova forma della mente giovanile di tipo multitasking. La ricerca scientifica ci dice il contrario. Gli esseri umani possono eseguire bene diverse attività in contemporanea solo quando una di queste è molto praticata, quasi automatica, come camminare, fare esercizi fisici e lavorare a maglia. Quando i compiti richiedono maggiori competenze cognitive, di fatto non si svolgono diverse attività contemporaneamente, bensì si passa dall’una all’altra. Ci spostiamo da un compito all’altro, perdendo un po’ di efficacia a ogni passaggio. I costi cognitivi della rapida transizione da un compito all’altro possono essere molto elevati, come dice P. Wallace, una psicologa di Internet. I bambini ricordano più dettagli della scena vista se tengono gli occhi chiusi oppure se fissano lo schermo spento piuttosto che quello acceso oppure se ascoltano qualcuno che parla. Fare più cose contemporaneamente è nocivo all’apprendimento. Il nostro cervello in realtà non fa che muoversi da una cosa all’altra. E questo deteriora il nostro rendimento in tutto ciò che facciamo, dandoci però la sensazione di operare in ogni nostra attività con il massimo di efficienza. “Il mito del multitasking è proprio questo: un mito“, questa la netta conclusione della “etnologa di internet” di S. Turkle. “La situazione di apprendimento mediata dallo schermo risulta sempre più lacunosa quando confrontata con una medesima situazione basata sulla mediazione umana”, questa è la conclusione a cui arriva S. Lanza, insegnante e studioso del “tempo schermo” .
L’apprendimento è migliore e più duraturo nel tempo quando l’attenzione non è mediata dallo schermo, ma da altri esseri umani o dalla natura. Confrontando la stessa scrittura a mano con quella sullo schermo si vede che scrivere a mano permette meglio di fissare i pensieri. Così è impossibile durante l’infanzia apprendere il linguaggio orale attraverso uno schermo, perché noi umani capiamo le intenzioni prima di capire le parole attraverso un’attenzione congiunta e una comunicazione multisensoriale. Mentre per le industrie che vivono sulla tecnologia si tratta di attrarre l’attenzione in cambio di soldi. L’educazione non c’entra niente.
Con la digitalizzazione dell’infanzia e la meccanizzazione della mente infantile si stanno ottenendo risultati scolastici scadenti, frammentazione dell’attenzione, disturbi del linguaggio, problemi di memoria, comportamenti antisociali, isolamento sociale, ansia, depressione, fino a sviluppare forme di dipendenza, riduzione della creatività. Quello che accade è un “digital divide” (divario digitale) alla rovescia. Se infatti negli anni ’80 del secolo scorso i ragazzi che usavano i computer erano i migliori in matematica, oggi è il contrario. E poi c’è più di un sospetto che la tecnologia finisca per uccidere il desiderio, perché i giovani hanno più cose di quelle che desiderano.
Anche gli effetti negativi dei social sono oramai evidenti. Come ha osservato recentemente un giornalista esperto di media digitali come R. Luna, un contenuto falso postato sui social circola molto più velocemente di un contenuto vero. È l’engagement quello che viene ricercato dagli sviluppatori dei social: quanto i contenuti sono capaci di ingaggiare gli utenti, di generare le loro reazioni, maggiore successo ha. E, le sfumature non polarizzano abbastanza, non provocano engagement. L’algoritmo è creato per generare dipendenza e lo scrolling infinito. I giovani non sono capaci di smettere anche causa dell’immaturità del cervello dell’adolescente. Invece di genare gentilezza, sviluppano rabbia e paura. E gli sviluppatori lo sapevano ma non si sono fermati per non perdere fatturato. Oggi non sono più neanche definibili social, ma strumenti di intrattenimento individualizzati.
Di fronte alla dilatazione del tempo schermo attraverso televisione, tablet, computer, cellulari, le ricette pedagogiche sono chiare. Niente schermi prima dei tre anni, impedire un uso quotidiano prima dei cinque anni, non più di un’ora al giorno durante l’età scolare, niente smartphone prima dei dieci anni e limite ai videogiochi, al massimo una volta a settimana. Questo sul piano del contenimento della dilatazione del tempo schermo, che dovrebbe essere accompagnato da un aumento, a scuola e in famiglia, del tempo passato a contatto con la natura. Infatti non si può dire solo no, ma bisogna dire sì a qualcosa di alternativo.
La pars costruens di questo discorso riguarda infatti una rinaturalizzazione dell’educazione, sia a scuola e che nella società. Come gli alberi dovrebbero riconquistare le città, così gli umani dovrebbero riguadagnare i boschi. Lo studio della storia naturale e delle scienze della natura dovrebbe essere incrementato a scuola anche e soprattutto attraverso uscite nel mondo naturale. Infatti ci siamo oramai troppo separati dall’habitat che è quello a cui l’essere umano è più legato sin dalle sue origini e che desideriamo come specie. L’artificializzazione degli ambienti in cui crescono bambini e ragazzi è un’amputazione della loro umanità. Delle otto intelligenze in cui si articola la nostra mente a più dimensioni, secondo H. Gardner, esiste l’intelligenza naturalistica, ovvero la capacità umana di riconoscere piante, animali e altre parti dell’ambiente naturale, come le nuvole o le rocce. Oggi questa intelligenza è totalmente sottoalimentata. E l’ecopsicologia e la terapia della natura riprendono antiche saggezze taoiste sulla natura come cura.
Diventare indipendenti dagli schemi elettronici e avventurarsi nella natura appaiono due operazioni da farsi contemporaneamente. Ed ha ragione lo studioso statunitense R. Louv ad auspicare una riforma naturalistica della scuola, una scuola di scienze fatta soprattutto all’aperto e un’educazione ambientale in classe. Invece di far trovare schermi anche lì, sarebbe meglio che l’educazione scolastica rappresenti una pausa dagli stimoli elettronici. La cosa paradossale è che oggi troppi ragazzi associano la natura alle catastrofi ambientali senza aver avuto un contatto diretto con essa, con la sua bellezza e la sua forza. Sanno che la natura è in pericolo ma non la conoscono e non la praticano. L’associano alla paura e all’apocalisse ambientale, e non alla gioia e alla meraviglia.
L’educazione nella natura, a partire dall’educazione sensoriale, come sapevano Baden Powell e Montessori, stimola l’apprendimento e la creatività e riduce il deficit di attenzione. I bambini vivono attraverso i loro sensi, mentre oggi il gioco all’aria aperta è quasi criminalizzato o visto come pericoloso. La scuola perde completamente i sensi dei suoi studenti e forse, anche per questo, sta perdendo il senso. Studiare storia o scienze, cercando di memorizzare informazioni per mettere delle crocette in un test oppure studiare il proprio ambiente naturale e storico per sentire e sapere chi si è e a chi si appartiene?




