Home La Rivista L’IRRIDENTE FEDELTÀ DEL GIOCO: LA POESIA DI RENZO PARIS

L’IRRIDENTE FEDELTÀ DEL GIOCO: LA POESIA DI RENZO PARIS

© Foto di Andrea Auletta

Nel panorama della poesia italiana del secondo Novecento, Renzo Paris occupa una posizione singolare e riconoscibile: è forse lo scrittore che più di ogni altro, dopo le architettate fantasie creative del Sessantotto e i violenti sperimentalismi dell’avanguardia, ha saputo mantenere una coerenza poetica fondata sull’irrisione, sul gioco burlesco e su una spregiudicatezza consapevolmente sciancata del verso. Lontano tanto dalle liturgie ermetiche quanto dalle posture neo-sperimentali divenute manieristiche, Paris costruisce una poesia indocile e fatuamente lucida, sospesa tra leggerezza e gravità, capace di attraversare le macerie simboliche dei convulsi anni Settanta e la successiva disintegrazione della società politica del riflusso di fine Novecento.

La recente pubblicazione dell’antologia Poesie 1968-2022 offre l’occasione per ripercorrere l’intero itinerario poetico di Paris, restituendo l’unità profonda di una voce che ha sempre fatto dell’incoerenza apparente una forma superiore di fedeltà a se stessa. Questo personale canzoniere non si limita a raccogliere testi, ma integra il percorso lirico con testimonianze autobiografiche in forma di memoir, ponendo il lettore davanti a un vero e proprio esodo diaristico. Ne emerge una visione picara e baudelairiana dell’esistenza, dove la poesia diventa pratica di attraversamento, maschera e confessione insieme.

Entrare nell’universo di Paris significa accedere a uno spazio mistagogico e ferale, in cui il poeta agisce come sciamano di se stesso, officiando rituali linguistici che oscillano tra il sarcasmo e l’incanto. Le pose liriche, tutt’altro che casuali, poggiano saldamente su una tavolozza cromatica che rimanda all’amato Tristan Corbière: ironia acre, gusto per il rovesciamento, dissonanza come metodo. Il senso profondo di questa poesia risiede nel soffio continuo di un desiderio da saltimbanco, mai separato da una pesanteur contemplativa che riaffiora in testi segnati da un humour nero di matrice surrealistica.

La scrittura di Paris si muove per onde simboliche e per genealogie letterarie stratificate: i vagheggiamenti distesi di Chlebnikov si intrecciano con la guasconeria amorosa di Paul-Jean Toulet, fino a farsi metafora di nugae catulliane, dove la limpidezza ludica diventa strumento di scavo espressivo. In questo laboratorio stilistico affiorano anche le molecole cubiste di un Apollinaire, sedimentate in un linguaggio che rifiuta ogni monumentalità per privilegiare la mobilità del frammento.

La poesia sembra ammalarsi di una rigidità saturnina, canagliesca, come se il patto lirico fosse tradito da una modernità che stinge e consuma ogni messaggio autentico. È proprio in questa fase che l’atteggiamento primitivo e stregonesco di Paris, depurato dal sedimento irrazionale, si rifonda in una nuova sensualità del verso. Il paesaggio – emblematizzato dal “Tibet del Fucino” – assume una qualità sublime e insieme domestica, permettendo alla poesia di lievitare verso una dimensione più distesa, quasi in dialogo con un ipotetico Bertolucci, pur restando fedele alla propria idiosincrasia.

Questa tensione trova compimento nell’ultima stagione poetica di Paris, segnata da un cammino urbano dal passo lento, da un colloquio onesto con il fondo cittadino e da un esprit magico-rituale che affonda nella provincia. È qui che emerge con chiarezza la natura di poeta plebeo, dal sapore sabiano, per il quale – come recita un celebre verso – “la poesia è tornata bambina”. La dimensione conversativa e drammaturgica diventa il luogo privilegiato di una realtà che “inghiotte come una fornace”, tra echi pasoliniani e un carattere levantino, orientaleggiante, che consente a Paris di farsi critico sottile del costume sociale occidentale.

IL MATTINO DI DOMANI 

Come sarà il mattino di domani,

sarò ancora in piedi e la poesia
sarà pur sempre una cosa da ragazzi?

Lo chiedo a te, mia Sibilla,
accucciata sopra un platano frondoso
del Lungotevere, che come un fuso

volteggiavi in un capodanno di bicchieri,
lanciati nel cortile. La poesia
è tornata bambina, indossa la tua

vestaglietta blu, con il muso serrato,
in quel polverso ballo del Settantatre.
Sfoglia adesso, mi dici, le crude primavere

invernali, le schizofreniche estati autunnali,
dove termina ciò che non ha mai avuto fine.
Albeggia, il canto dell’allodola fuga

le ombre della notte. Vita mia, presto
volerò da te. Ma io perché indugio,
che cosa mi trattiene ancora?

IL PIANETA INTERIORE

Oggi che la terra è affebbrata

il mio pianeta interiore è
attraversato da gialli fuochi

di distruzione. È la memoria
il pianeta che muore, carico di icone
in movimento, di persone care

che si dissolvono. Mentre passeggio
nella stanza e sfioro come un cieco
le costole dei libri, mi sento

in un pianeta dove il futuro sono
le morte stagioni e la presente
che è già materia di ricordo.

Ma il mondo è ancora e sempre
salvato dagli occhi di un bambino?

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