Un gesto, apparentemente minimo, contiene già tutto: l’aggiunta di una “e” a Pascal Marthin.
Quando Pascale Marthine Tayou altera il proprio nome, incrina l’ordine simbolico prima ancora di toccare la materia. Non è un vezzo anagrafico, è una dichiarazione di guerra sottile alle tassonomie del sistema dell’arte, alle gerarchie di genere, all’ossessione occidentale per l’origine. In quel segno grafico si annida una poetica dell’instabilità: identità come campo di forze, non come radice.

La mostra di Treviso — primo capitolo della collaborazione tra 21Art e Galleria Continua — non è una semplice esposizione, ma un dispositivo di frizione. Dentro la strategia culturale della società benefit fondata da Alessandro Benetton su un’idea di Davide Vanin, l’opera di Tayou agisce come detonatore critico: una pratica che smonta l’idea di centro e periferia, di identità e appartenenza, di purezza e contaminazione.

Tug of War (2007–2010) non mette in scena un conflitto: lo sospende. Due figure in bronzo lucidato, uomo e donna, tirano un filo rosso in una tensione senza esito. La superficie specchiante rimanda lo spettatore dentro il campo di battaglia: non c’è neutralità possibile. Qui l’eco della dialettica di Hegel è evidente — il riconoscimento nasce dal conflitto — ma Tayou ne sabota l’esito teleologico. Nessuna sintesi, nessun superamento: solo interdipendenza forzata.Il filo è cordone ombelicale e linea di confine, relazione e strangolamento. È la metafora plastica di ciò che Frantz Fanon aveva diagnosticato: il colonialismo non è un episodio storico, è una struttura che attraversa i corpi. Tayou non illustra Fanon, lo metabolizza. Il duello diventa coreografia geopolitica, teatro minimo del Nord e del Sud globale. E l’ironia — perché c’è sempre ironia — funziona come lama affilata: seduce e ferisce.

Dalla partecipazione a Documenta 11, sotto la curatela di Okwui Enwezor, Tayou si è sottratto alla comoda categoria di “artista africano”. La sua opera non rappresenta un continente: ne destabilizza l’immagine. Come nella riflessione di Achille Mbembe, l’Africa non è un altrove esotico, ma un laboratorio estremo delle contraddizioni del capitalismo globale.

La serie Eseka, nata dal deragliamento ferroviario in Camerun, traduce un trauma locale in allegoria universale. Il treno — feticcio modernista del progresso — deraglia come deragliano le promesse dello sviluppo. Qui si sente il fantasma di Walter Benjamin: l’angelo della storia che avanza guardando le macerie. Ma Tayou non indulge nel romanticismo della rovina; costruisce piuttosto una topografia emotiva, dove memoria e desiderio collidono.

Con Poupée Pascale (2019) e le serie tessili, l’artista scivola nel territorio del fragile. Cristallo, stoffe, oggetti quotidiani: materiali che sembrano sussurrare invece di gridare. Ma è proprio qui che la sua pratica si fa più radicale. Come aveva intuito Michel de Certeau, le pratiche del quotidiano sono tattiche di resistenza. Cucire, assemblare, intrecciare diventano atti politici. Il tessile rimanda inoltre ad una genealogia che attraversa Louise Bourgeois e Sheila Hicks, ma Tayou ne scardina l’orizzonte identitario: non rivendica un’essenza, costruisce un ibrido. Le sue bambole non sono souvenir etnografici, ma corpi ambigui, reliquie contemporanee. Il domestico non è rifugio, è campo di tensione tra intimità e mercato globale.

Nei Charcoal Frescoes il nero del carboncino si deposita come residuo di combustione. Il carbone è materia primaria, fossile, estratta: è energia e sfruttamento. L’estetica ornamentale, quasi seduttiva, maschera una riflessione sulle economie predatorie. In filigrana si legge Mbembe, ma anche la lezione dell’Arte Povera — si pensi a Jannis Kounellis— dove il materiale elementare diventa critica del sistema produttivo. A Treviso, i nuovi affreschi a gesso dialogano con il carboncino in una dialettica di bianco e nero, presenza e cancellazione. Superfici che sembrano decorative e invece sono campi minati. La polvere non è residuo: è memoria sedimentata, archivio di sfruttamenti invisibili.


Se c’è un asse teorico che attraversa l’intera pratica di Tayou, è quello dell’alterità. L’Altro non è figura esotica, ma condizione di possibilità. Si percepisce l’etica di Emmanuel Levinas: il volto dell’Altro come chiamata, come responsabilità. Le opere di Tayou non cercano armonia; insistono sulla frizione. Non pacificano, espongono.







