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DIARIO MEXICANO 2, TRA L’OCEANO E IL MURO

 Il Limite / RANIERO REGNI / 238 

 

Continua il reportage di Raniero Regni, titolare della rubrica “Il Limita” della nostra Rivista della Domenica, che, è stato per due settimane in Messico e negli Stati Uniti per un giro di conferenze  . Oggi,  con lo stile a cui ci ha abituati, ci regala un pezzo  con riflessioni dal significato profondo, . Il suo  occhio attento non si è poggiato solo sulla qualità dell’offerta educativa dei Centri educativi  che applicano il Metodo messo a punto da “ la più grande pedagogista italiana. Ci fa “assaggiare” le sognanti montagne della California”, che portano ai fantastici vigneti della Via del vino di Guadalupe, per  tornare sul dramma del Muro i cui colori mascherano la vergogna del razzismo contro il quale cozza, la speranza dei disperati che vorrebbero uscire dalla miseria. Ci  ricorda che Maria Montessori fu per tre volte candidata al Nobel per la Pace e che il rapper portoricano Bad Bunny ha mandato un messaggio chiaro con il suo  The only thing more powerful than hate is love.
A un certo punto, riferendosi alla sua missione  culturale in America, Raniero dice che “Questo viaggio colpisce i sensi, tutti i sensi”. Anche questo articolo, aggiungo io.
P.L. Palmieri – Direttore Centralmente 

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È la terza volta che arrivo a Monterrey, con la sua area metropolitana è la seconda città più popolosa del Messico ma anche una delle più ricche dell’intera latino-America. È comunque necessario ricordare a me stesso che con questa espressione si indica di solito il centro e il sud del continente, ma che il Messico fa parte del nord America. Eppure l’elemento culturale e linguistico della colonizzazione spagnola è così forte, quasi più forte della collocazione geografia, da produrre un pregiudizio spaziale. Le scuole che visitato sono molto belle, nel centro di questa facoltosa città industriale, che trovo ancora più moderna di quando l’ho vista l’ultima volta. Si nota un design raffinato degli ambienti ma poco spazio verde, perché intorno svettano i grattacieli. Fuori ritrovo una foschia che non è dovuta al tempo, che impedisce di vedere il cielo e di leggere nitidamente gli alti picchi della Sierra Madre che la contornano, chiudendola in una valle. È la cappa di inquinamento che grava spesso sulla città. Non si vede neanche il Cerro de la Silla, una curiosa montagna a forma di sella da cavallo. L’industria del cemento mi insegue anche qui perché, insieme a quella siderurgica, contribuisce non poco a produrre una costante minaccia sulla salute, soprattutto dei più piccoli e più suscettibili proprio perché stanno crescendo.

Ma la generosa e affettuosa accoglienza della direttrice Gabriela e delle insegnanti mi fa vedere solo il bello di queste splendide scuole e di queste magnifiche educatrici. La conferenza è nell’auditorium del TEC, un’importante università privata, diffusa in molte città del paese. Tutto funziona alla perfezione, tutti i dettagli, come nelle scuole, sono curati, niente è lasciato al caso, nessuna concessione al classico pregiudizio sulla presunta approssimazione messicana.

Dopo tre ore di areo, che si sommano alle altre, volando su questo immenso paese, e con un paio di ore in più di cambio di fuso orario, arrivo a Tijuana, all’estremo nord ovest, stato della Bassa California, vicinissima al confine con gli USA. Popolosa città di frontiera dove arrivano molti che vorrebbero passare dall’altra parte, ma che poi spesso finiscono per vivere per anni ai margini della città. Qui, finalmente, incontro il mare. Tutti i miei viaggi in Messico, un paese che conta undicimila chilometri di coste, si sono sempre svolti nell’interno (Città del Messico, Monterrey, Saltillo, Chihuahua, Pachuca), senza mai vedere quel mare per cui questo paese è giustamente famoso. Finalmente, dal terrazzo di un bellissimo appartamento vedo l’Oceano Pacifico, un mare immenso che copre un terzo del globo terrestre. Sento il suo grande respiro, che cerco di sincronizzare con il mio. Ascolto la risacca di onde che hanno viaggiato a lungo fino a frangersi sotto i miei occhi. Anche in questo momento è degno del nome che gli ha dato Magellano, perché la sua navigazione vi era stata pacifica. Un mare quasi tranquillo ma di cui si avverte l’immane potenza e l’enorme vastità. Spiagge da serfisti si dispiegano, tra sabbie e rocce, fin dove arriva lo sguardo. Sono quelle descritte da Kerouac in Big Sur, il grande sud, quelle viste al cinema in Un mercoledì da leoni. Il mare, il siempre mar di Borges, un “cielo caduto sulla terra” cantato di Lorca. Avevo bisogno di vedere il mare messicano, anche se non è quello dei Caraibi. Da Rosarito saliamo in macchina verso le “sognanti montagne della California”, verso l’interno, verso i famosi vigneti della via del vino di Guadalupe

 Anche da lì scorgo l’azzurro a perdita d’occhio. Un elemento che non ha confini, un elemento libero e possente di cui nessuno si può impadronire, patria di tutti i ribelli diceva Camus, di tutti gli uomini liberi. Che ispira pensieri creativi e invita alla meditazione su messaggi universali, come quello di Maria Montessori: fare la pace con i bambini, rispondere ai loro bisogni di crescita, fare la pace tra noi umani, fare la pace con la natura e con gli altri esseri viventi non umani. Montessori, non solo la più grande pedagogista italiana, non solo una delle figure eminenti della cultura mondiale, non solo una personalità decisiva della civiltà contemporanea, ma anche candidata per tre volte al Nobel per la pace, ci indica una via educativa di salvezza. Lei la chiama genialmente “educazione cosmica”. Un ritrovare, nello studio delle varie discipline, un centro, portando i ragazzi della scuola primaria a scoprire, attraverso le scienze, la “solidarietà nello spazio”, ovvero l’interdipendenza che come esseri viventi abbiamo con il nostro ambiente e con l’intera biosfera. E, attraverso lo studio della storia, la “solidarietà nel tempo”, che ci lega con un debito di gratitudine a tutte le generazioni passate di esseri umani che ci hanno donato le loro geniali scoperte. Un messaggio di pace per paesi senza confini, senza frontiere, in nome del bambino, del niño e della niña, un mondo in cui nessuno si senta straniero, ma tutti membri di un’unica, grande famiglia.

Questo viaggio colpisce i sensi, tutti i sensi. Compreso il gusto, con i sapori particolari dello squisito cibo messicano. Sopas, tacos, pan de elote, agua di frutta esotica, e altre prelibatezze, contribuiscono a far apprezzare le bellezze di un paesaggio, ricco di tante sfumature, che non finisce mai di stupire.

Il clima di giorno è mite ma la sera la temperatura si abbassa, siamo in inverno anche qui.  A Tijuana piove e le strade si allagano. Vado comunque verso il confine e qui incontro il muro. L’effetto è scioccante. Dopo la libertà suggerita dal respiro dell’oceano sconfinato, qui trovo i miserabili e angusti confini umani. Una doppia palizzata di metallo alta dieci metri con in mezzo poliziotti di ronda su pickup. Un muro di acciaio lungo centinaia di chilometri, che si immerge persino nell’oceano. Sul versante messicano è diventato un luogo per esposizioni d’arte e superficie per murales contenenti messaggi di unità e solidarietà, ma anche cimitero per tombe senza corpi di desaparecidos, decine di migliaia di scomparsi nel tentativo di superare clandestinamente il confine con gli Sati Uniti, persone di cui non si è saputo più niente.

Assuefatti alla pigrizia dalle immagini del telegiornale, quasi anestetizzati, l’effetto del vedere con i propri occhi e di toccare il problema dell’immigrazione con il proprio corpo è tutta un’altra cosa. Volendo guardare il muro dalla parte statunitense, avendo già in tasca l’Esta, il visto d’ingresso che i cittadini europei possono ottenere, compilandolo e pagandolo on line e che dura due anni, mi metto in fila per passare la frontiera. A piedi, in una lunga coda che dura ore. Perché? Perché la nuova amministrazione ha messo un’altra procedura necessaria per accedere, altri moduli da compilare, altri dollari in contanti da pagare. Ma insisto, accompagnato dalle mie pazienti amiche messicane che coinvolgo nell’impresa. Un improvviso acquazzone ci bagna tutti. Qui non ci sono turisti, neanche lavoratori frontalieri, i quali passano velocemente per un altro accesso, neanche messicani benestanti, che transitano in macchina. Qui c’è una lunga fila notturna di povera gente, con i loro poveri zaini, con il carico di una vita difficile. Certo, poi il passaporto italiano aiuta e io sono comunque uno straniero, un turista privilegiato che prova a fare un’esperienza. Finalmente, dopo aver risposto alle ficcanti domande della poliziotta americana, a cui non bastano la foto con il riconoscimento facciale che scatta e riscatta più volte, e i due permessi di ingresso, riesco a entrare negli Sati Uniti. Il mio soggiorno dura pochi minuti, sotto l’inquietante sguardo dei ritratti del presidente e del suo vice appesi alla frontiera, torno sui miei passi a Tijuana. Il giorno dopo visito vivaci e colorate scuole Montessori, piene di bambine e bambini di diverse età in pieno lavoro, incontro le inseganti e scambio con loro pensieri e preoccupazioni, ma anche entusiasmo, impegno e voglia di migliorare, sotto lo sguardo attento di Teresa, la direttrice, che avevo incontrato nel corso di Perugia più di trent’anni fa. Mi fa impressione vedere a chi lei ha intitolato questa scuola: Maria Antonietta Paolini. Ritrovo il nome di questa grande allieva di Montessori, il nome della mia indimenticabile maestra. La mia amica e collega, oltre che impareggiabile traduttrice, Sylvia, a cui devo questo viaggio, allieva diretta di Paolini per decenni, è commossa più di me. Il suo impegno di tanti anni, come formatrice montessoriana dei corsi internazionali AMI, si vede ben ripagato: un seme del frutto montessoriano, portato così lontano dal vento della passione educativa a favore dell’infanzia, ha dato vita ad un’altra pianta rigogliosa. Ecco perché ci sono più scuole Montessori qui che in Italia.

Domani tornerò a San Diego, visiterò la splendida baia e il suo porto dove stazionano almeno quattro gigantesche portaerei, passerò il bellissimo ponte che mi condurrà alle ricche villette di Coronado. Sì, ho visto la povera fiesta messicana e gli ingorghi di Tijuana che indicano le sue contraddizioni, ma oltre il confine, anche il paese più ricco del mondo possiede le sue, tra cui il fatto che gran parte della popolazione è di origine messicana e lo spagnolo si parla ovunque negli stati del sud. Eppure c’è come un atteggiamento razzista costruito apposta, che umilia e rende difficili i rapporti. Non saprei come risolvere il problema, non saprei quali ragionevoli politiche migratorie adottare, ma questo genere di procedure umilianti non mi sembrano la strada giusta. Sento come un gigantesco continente che preme contro quel muro. La storia mi ha insegnato che tutti i muri prima o poi crollano e tutte i regimi autoritari cadono, ma intanto viene prodotta una grande sofferenza. Accolgo così con favore il messaggio di unità dell’intero continente americano, da nord a sud, il messaggio di speranza lanciato in TV dal rapper portoricano Bad Bunny, durante lo show della finale di Super Bowl statunitense, davanti a 140 milioni di spettatori. Alla fine, dopo quasi tutte canzoni e discorsi in spagnolo, e dopo l’elenco completo delle nazioni che compongono il continente americano, egli mostra una palla ovale da football, dove si può leggere la scritta Togheter, we are America, Insieme siamo l’America, non intendendo gli USA ma, di nuovo, l’intero continente. Mentre sullo sfondo campeggia la scritta “l’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”.(The only thing more powerful than hate is love).

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