POST DELLA SETTIMANA / 236
Acquisizioni, manifestazioni d’interesse, valutazioni a otto e nove zeri. Da mesi il mondo dell’editoria italiana — e non solo — è attraversato da un fermento che smentisce clamorosamente il luogo comune più ripetuto dell’ultimo ventennio: la carta è finita, i giornali non contano più. Se fosse davvero così, perché grandi gruppi industriali, imprenditori, fondi e nuovi attori economici starebbero facendo la fila per acquistare quotidiani storici o interi gruppi editoriali?
La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo. I giornali non sono più soltanto aziende che vendono copie o raccolgono pubblicità. Sono piattaforme di influenza, presìdi di reputazione, strumenti di posizionamento culturale e politico. In un’epoca dominata dai social network, dalla disintermediazione e dall’infodemia, il marchio di una testata storica conserva un valore simbolico enorme: credibilità, autorevolezza, capacità di orientare il dibattito pubblico.
Altro che residui del Novecento. Il paradosso è che proprio la crisi strutturale del settore — calo delle vendite, pubblicità frammentata, transizione digitale incompiuta — ha reso queste testate “abbordabili” per soggetti con grandi capitali. Dove una volta servivano dinastie industriali, oggi può bastare un singolo imprenditore molto motivato. E così il risiko editoriale riparte, tra promesse di rilancio, investimenti tecnologici e inevitabili interrogativi sul futuro dell’informazione.
La domanda centrale, però, non è economica. È democratica: questo movimento rafforza o indebolisce il pluralismo e la libertà di stampa? Non esiste una risposta univoca. Da un lato, l’ingresso di nuovi capitali può essere una boccata d’ossigeno. Senza risorse, i giornali muoiono davvero: si riducono le redazioni, si abbassa la qualità, si rinuncia all’inchiesta e al lavoro sul campo. In questo senso, un editore disposto a investire — anche accettando bilanci in perdita — può garantire sopravvivenza, innovazione e indipendenza professionale. La storia dimostra che non tutti gli editori “forti” sono editori invasivi.
Dall’altro lato, però, la concentrazione proprietaria e l’opacità delle motivazioni destano preoccupazione. Quando più testate finiscono sotto lo stesso controllo, il rischio di un appiattimento delle linee editoriali è reale. E quando l’editore ha interessi economici rilevanti in altri settori — energia, finanza, infrastrutture, sanità, politica — il confine tra informazione e convenienza diventa pericolosamente sottile.
La libertà di stampa non viene censurata con un colpo di spugna, ma erosa giorno dopo giorno, attraverso scelte, silenzi, priorità. Il pluralismo, infatti, non si misura solo dal numero di testate in edicola o online, ma dall’effettiva autonomia delle redazioni e dalla diversità delle voci. Dieci giornali con dieci proprietà diverse ma lo stesso “non detto” valgono meno di tre testate davvero indipendenti. E la vera sfida oggi è garantire trasparenza: chi compra, perché compra, quali garanzie offre sull’indipendenza editoriale.
In fondo, questo ritorno di interesse per i giornali ci dice una cosa molto chiara: l’informazione conta ancora. Conta troppo per essere lasciata morire, e conta abbastanza da essere contesa. Sta alla politica, alle autorità di garanzia, ma anche ai direttori e ai giornalisti, fare in modo che questa nuova stagione non si trasformi in un capitalismo editoriale di relazione, bensì in un’occasione di rilancio del ruolo pubblico della stampa. Perché i giornali, a dispetto dei necrologi prematuri, sono vivi. E proprio per questo vanno difesi. Non dal mercato in sé, ma dall’idea che possano diventare soltanto un altro strumento di potere.
(Marcello Martelli – Facebook) – :




