Attualita’ / Marcello Martelli/ 234
In Spagna più di 40 morti nell’incidente dell’Alta Velocità, forse per un giunto saltato fra i binari. Meglio il vecchio treno a carbone, visto che la grande tecnologia non salva dai disastri e non riesce neppure a prevenirli?
Ogni volta che un disastro ferroviario spezza decine di vite, la reazione è quasi automatica: sfiducia, rabbia, nostalgia. Se persino l’Alta Velocità può trasformarsi in una trappola mortale, allora forse avevamo ragione noi, viene da pensare, quando guardavamo con sospetto la “grande tecnologia”.
Meglio il vecchio treno a carbone, più lento ma – nell’immaginario collettivo – più umano, più controllabile, più sicuro. Le prime ricostruzioni di uno scontro ferroviario parlano sempre di un dettaglio tecnico, di un giunto, di un segnale, di una procedura mancata. E subito la tecnologia finisce sul banco degli imputati. Ma la tecnologia, da sola, non decide, non risparmia, non condanna. È un moltiplicatore: di efficienza, di velocità, di errori. Amplifica ciò che le viene affidato. Se il sistema è progettato male, mantenuto peggio o gestito con superficialità, la tecnologia rende il fallimento più rapido e più devastante. Non lo crea dal nulla.
Il problema non è che i treni vadano troppo veloci. Il problema è quando la velocità diventa un obiettivo politico, economico o simbolico che precede la sicurezza. Quando l’inaugurazione conta più della manutenzione, il record più dei controlli, il risparmio più della ridondanza. L’Alta Velocità non è di per sé un azzardo: in molti Paesi è statisticamente tra i mezzi più sicuri. Ma è anche un sistema che non perdona scorciatoie. Un bullone trascurato in un treno lento è un rischio; in un treno che viaggia a centinaia di chilometri orari diventa una sentenza.
Il “vecchio treno a carbone” che oggi qualcuno rimpiange non era affatto un paradiso. Era più lento, sì, ma anche più sporco, meno affidabile, spesso più letale di quanto la memoria selettiva voglia ammettere. La differenza è che allora il disastro appariva come una fatalità; oggi, nell’era dei sensori e degli algoritmi, ci sembra uno scandalo. E in parte lo è. Perché sappiamo che molti incidenti sono prevenibili. Non con la magia della tecnologia, ma con la serietà della governance.
La vera domanda non è se la tecnologia “salva dai disastri”. La domanda è: chi controlla i controllori? Chi decide i tempi delle ispezioni? Chi firma le certificazioni? Chi spegne un sistema quando qualcosa non torna, anche a costo di ritardi e perdite economiche? La sicurezza non è un software da installare: è una cultura. E la cultura costa tempo, denaro e responsabilità
.Ogni strage sui binari dovrebbe imporre una pausa di silenzio, certo, ma anche una pausa di verità. Non per tornare indietro, bensì per andare avanti meglio. Più trasparenza sulle cause, meno comunicati rassicuranti. Più investimenti invisibili – manutenzione, formazione, controlli indipendenti – e meno opere-simbolo. Più umiltà tecnologica: riconoscere che ogni sistema complesso deve prevedere l’errore umano e difendersi da esso.
Non è la modernità a uccidere. Uccide l’illusione che basti chiamarla progresso perché lo sia davvero.
Foto in evidenza di “RaBoe/Wikipedia”




