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SAN FRANCESCO E IL LUPO DI GUBBIO: 1226-2026, ottavo centenario della morte del Santo

 Il Limite / RANIERO REGNI / 23

 

La notizia più importante di questa settimana è, per chi scrive, sicuramente la nascita del suo terzo nipote, Giovanni. Un nuovo bambino è approdato alle rive della luce. Bello, non troppo stressato dal pur difficile, pericoloso viaggio, qual è per tutti quello della nascita. Nasce un bambino e mette al mondo di nuovo i suoi stessi genitori e nonni. Un bambino che nasce – è stato detto – è il messaggio che Dio manda agli uomini in cui dice che non è ancora stanco di loro.

 Giovanni era, tra l’altro, il vero nome di Francesco d’Assisi. Giovanni, figlio di Bernardone, detto Francesco. E di questo straordinario personaggio torno a parlare all’inizio di questo anno che gli sarà dedicato come ottavo centenario della sua morte o, meglio, del suo “transito”, dalla Terra al Cielo, alla gloria degli altari e alla fama mondiale che ne fanno uno dei grandi maestri dell’umanità. E torno a parlare anche del suo rapporto con la natura e gli animali che ne hanno fatto anche il patrono dell’ecologia. Anche se Francesco è sempre molto di più di ogni etichetta che gli viene assegnata da ogni agiografia devozionale che gli sta stretta, ma quella del suon rapporto con il creato è senz’altro la meno inesatta. La zoofilia e fitofilia, in generale, la biofilia francescana sono un dato fondamentale del suo messaggio. San Francesco ama tutto ciò che vive, animali e piante, ama la vita e, quando ne deve parlare, compone il Cantico delle creature.  Ginestre, cicale, pecore, agnelli, uccelli, pesci, lepri, persino i vermi, un vero e proprio bestiario ed erbario, popola il racconto, vero o presunto, della vita di Francesco. L’amicizia con gli animali suona quasi sempre come rimprovero per gli umani. Come è stato detto, Francesco è un Orfeo Cristiano, che ha un rapporto con la natura e con gli animali selvaggi come quello che aveva l’uomo prima della Cacciata dal Paradiso, secondo la Bibbia, che non si nutriva di animali. Animali che convivevano pacificamente anche fra loro, fino al Diluvio. Infatti nell’arca il leone sta vicino alla gazzella.  Solo dopo il diluvio, gli animali si nutriranno gli uni degli altri e la Terra sarà bagnata dal primo sangue umano, frutto di un fratricidio.  

Ma, tra tutti gli animali che popolano la tradizione francescana, ce ne è uno che ha un particolare rilievo: il lupo. L’episodio del lupo di Gubbio è noto a tutti e, in tutto il mondo, è divenuto quasi un’allegoria della potenza dell’amore e del miracolo della pacificazione.

Chi è il lupo? Nel medioevo cristiano – cosa diversa nell’antichità greca e latina, o nella tradizione germanica, in cui il totem e il capostipite magico di numerose tribù è spesso un lupo, di cui si apprezzano le qualità – il lupo è il simbolo del male. Forse perché nel Vangelo Gesù è il Buon Pastore e si parla di andare come agnelli in mezzo ai lupi, il lupo diventa la belva insaziabile, crudele, astuta, ingannatrice, la più vorace delle creature, simbolo del male e del demoniaco, predatore notturno e feroce, nemico dell’uomo. Per la sua natura malvagia, è trattato come un criminale che attenta ai beni umani, diventando così la belva per eccellenza del Medioevo, fino a rappresentare simbolicamente la morte, soprattutto la “morte secunda”, quella spirituale, che inghiotte l’anima con le sue fauci spalancate.  

Allora la conversione del lupo di Gubbio assume un valore simbolico unico: ammansire il più cattivo è simbolo della santità. Convertire l’animale più pericoloso in un essere docile è una conversione. Fare la pace con il nemico peggiore diventa il simbolo universale della pacificazione. Come ci ha ricordato il grande studioso francese del Medioevo J. Le Goff, l’uomo medievale aveva una forte mentalità simbolica, per cui “l’uomo medievale, come il poeta Baudelaire, vive in una foresta di simboli. L’ha detto Sant’Agostino: il mondo si compone di signa e di res, di segni e di cose “. Quindi c’è un lupo simbolico e c’è un lupo reale. Il Medioevo è sicuramente “il tempo dei lupi” perché, almeno nell’alto Medioevo, i campi coltivati, abbandonati da una popolazione rurale sempre meno numerosa, vengono sopraffatti dalla boscaglia che è l’habitat di questo straordinario animale.

Per certi versi, una cosa simile sta accadendo anche ora. Non a caso nel nostro paese si torna a parlare di lupi, sì perché i lupi sono tornati in molte parti della penisola da cui erano stati cacciati fino quasi all’estinzione. Infatti, nonostante la cementificazione e l’urbanizzazione anche della campagna, in tutta la dorsale appenninica interna, un’area vasta quanto l’Austria, i boschi sono in aumento. Chi ha una memoria pluridecennale del mutare del paesaggio agrario italiano, può leggere facilmente il nuovo inselvatichirsi di molte colline e di molta montagna. Ad uno sguardo attento si leggono ancora facilmente ad occhio nudo quelli che un tempo erano campi o vigneti, strappati dai contadini con una dura fatica alla boscaglia incolta, che ora stanno tornando al punto di partenza. Almeno in Umbria, si vedono prima le ginestre ed altre piante pioniere, arbusti e rovi, che cominciano a colonizzare quelli che un tempo erano campi di grano oppure pascoli per il bestiame, che però producevano poco perché per via dell’altitudine e perché magari avevano un fondo breccioso o pieno di sassi. Poi arrivano le diverse varietà di querce e altri alberi di alto fusto e il bosco si riprende la collina e la montagna. Insieme al bosco arrivano anche i suoi abitanti: cinghiali, cervi, caprioli e lupi. Tutta la fauna selvatica che, nonostante la caccia ancora praticata in molte zone, ritrova il suo habitat naturale e se lo riprende. Qua e là case abbandonate, quasi in rovina raccontano di un duro e povero mondo contadino oramai lontano, che aveva cercato di dissodare la montagna ma, alla fine, ne era fuggito per cercare fortuna altrove.

Oggi è difficile vedere i lupi che sono animali elusivi che cercano di scansare l’uomo. Ma il loro numero aumenta e con esso anche gli avvistamenti e i contatti. E allora è prevedibile che si riaccenda il problema della convivenza, anche in montagna, tra un predatore selvatico e gli allevatori di pecore, bovini o asini.     

Ma torniamo al lupo di Gubbio, di cui si parla nei Fioretti. Il grande medievista F. Cardini, ha scritto sul tema in più occasioni con la sua straordinaria intuizione e la sua sterminata erudizione. Egli propone di quell’episodio della vita di Francesco, tre fondamentali interpretazioni. La prima è l’interpretazione allegorico-sociologica che vede il lupo come simbolo della morte e del peccato, della morte spirituale, da cui è assediata ed è prigioniera un’intera città. Ma il lupo è anche il simbolo delle forze ctonie che possono inghiottire il singolo o un’intera comunità. Le fazioni da cui sono dilaniati i comuni italiani danno vita a feroci guerre civili. L’azione pacificatrice di Francesco potrebbe essere stata rivolta in quella direzione, come accade in un altro episodio della vita del Santo, come la cacciata dei demoni da Arezzo. I demoni sono simbolo del maligno che spinge alla guerra di tutti contro tutti.

Poi c’è l’interpretazione allegorico-antropologica. Il lupo è simbolo dell’emarginato, del deviante, del bandito, dell’uomo-belva, dell’ossesso, di colui che è passato al bosco, che si è dato alla macchia e rappresenta perciò una minaccia per il consorzio civile. Il cattivo è il captivus diaboli che viene convertito o l’ossesso che vien esorcizzato. Ma può trattarsi anche di un feudatario ribelle che assume, come è nell’antica tradizione germanica, la fisionomia del guerriero-belva che quando combatte assume le caratteristiche terrorizzanti del predatore. La metamorfosi che subisce il guerriero in battaglia che si toglie le armi e combatte nudo come un animale, già raccontata da Tacito a proposito dei Germani.

La Chiesa di Santa Maria della Vittoria di Gubbio, sede del primo dei cinque convegni organizzati per ricordare Francesco d’Assisi a ottocento anni dalla sua morte

Poi c’è l’interpretazione cronistico-letterale, ovvero la memoria prima tramandata oralmente e poi scritta, di un episodio realmente accaduto coinvolgente la concreta biografia del Santo. Per cui, anche se non compare nelle biografie ufficiali ma solo nei Fioretti, non per questo è meno degno di fede.

In ogni caso è una risposta straordinaria all’Homo homini lupus, l’uomo come lupo dell’altro uomo. L’espressione di Plauto, ripresa in età moderna da Hobbes, che dice che l’uomo allo stato di natura diventa una belva assassina come il lupo, è in realtà offensiva per l’animale. Il lupo non uccide quasi mai l’altro lupo, il suo co-specifico, perché questo rappresenterebbe un indebolimento del branco. Solo l’essere umano invece si è dimostrato capace di trattare gli altri esseri umani come appartenenti ad un’altra specie, che può essere predata e sterminata. Allora, il messaggio di Francesco è un messaggio di salvezza nei confronti delle due più grandi minacce che gravano sull’intera umanità, la guerra e la distruzione dell’ecosistema. Si tratta di un invito, urgente e necessario, a fare la pace tra gli uomini e a fare la pace con la natura.

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