Ai confini dell’impero/ 231
La mostra veneziana di Andrej Bilzho è un racconto per immagini che nasce dal recupero, dalla memoria e da un atto di trasformazione poetica. Le venticinque vedute esposte non sono semplici dipinti, ma frammenti di una città che rinasce attraverso materiali già vissuti: vecchie ante di legno, trovate tra calli e magazzini, segnate dal tempo e dall’uso. Supporti umili, carichi di una storia anonima, che l’artista rielabora conferendo loro una nuova vita e un nuovo sguardo. Come Venezia stessa, sospesa tra decadenza e rinascita, queste tavole diventano superfici narrative, luoghi di stratificazione visiva ed emotiva.

La Venezia di Bilzho perde deliberatamente la sua immagine da cartolina. In una sua recente intervista «…Venezia è così. Questa è la vera Venezia. Qui non si incontra nessuno… Venezia è un posto per persone strane, diciamo così, un po’ pazze, con un pizzico di follia, eccentriche. Persone inclini a… Persone con una ricca immaginazione, impressionabili, sensibili e così via. Perché questa è comunque una città per artisti, nel senso ampio del termine. Non solo pittori, ma in generale: scrittori, poeti e così via. Qui tutto è insolito…» «…Venezia è una cosa del genere. Qui c’è molta varietà. Ovunque si posi lo sguardo, si vedono cose particolari…» «…Qui si è conservata molta architettura, ci sono chiese e in generale la città è piena di dipinti di grandi maestri. Entri in una chiesa e trovi un Tintoretto che renderebbe famosa un’intera città o una galleria d’arte in un altro paese. Quindi qui c’è davvero di tutto. Per me, ad esempio, qui c’è tutto ciò che amo e non c’è nulla che non mi piaccia. Ho già detto che non amo le automobili. E cosa amo? Qui c’è l’acqua. Ce n’è molta. Qui ci sono le navi. Ce ne sono molte. Qui puoi sederti sul lungomare e bere vino. Facilmente. Puoi farlo in un bar, oppure puoi prendere una bottiglia e sederti sul lungomare. Qui sei libero, nessuno ti dirà nulla…».
Non c’è compiacimento estetico né ricerca di vedute iconiche rassicuranti. Al contrario, la città lagunare si trasforma in un mondo giocoso e visionario, abitato da gabbiani solitari, palle di sole infuocate che sembrano galleggiare nel cielo, navi che solcano i flutti di una laguna notturna. È una Venezia trasfigurata, talvolta malinconica, talvolta ironica, che si stende come una skyline lungo le assi allungate e strette delle ante, seguendo il ritmo verticale e orizzontale imposto dal legno. La forma stessa del supporto diventa struttura compositiva, costringendo lo sguardo a una lettura rallentata, quasi meditativa.

Il fondo oro che spesso domina il cielo di queste opere non è un semplice espediente decorativo, ma un rimando consapevole alla matrice bizantina della città, alla sua luce sacra e immobile, così come alla tradizione pittorica veneziana delle origini. Bilzho sembra dialogare idealmente con le tavole di Antonio Vivarini e con i maestri trecenteschi, nell’evocare quella dimensione sospesa tra spiritualità e materia che ha segnato la nascita dell’identità visiva veneziana. Tuttavia, questo riferimento colto è sempre filtrato da uno sguardo contemporaneo, ironico e disincantato, che non cade mai nella citazione nostalgica.

Nei paesaggi di Bilzho non compare alcuna presenza umana. Venezia è deserta, silenziosa, come colta in un tempo altro. Eppure, il vero protagonista è l’artista stesso, che si riflette in ogni veduta come osservatore solitario e partecipe. La sua è una narrazione intima, costruita attraverso una malinconica ironia che attraversa tutta la sua produzione artistica e letteraria. Bilzho interpreta Venezia attraverso gli occhi di un uomo che ne ha fatto la propria casa prima e poi una ricerca creativa graffiante e insieme poetica, capace di tenere insieme leggerezza e profondità.
Come ricorda la curatrice Olga Strada nel suo testo critico Venezia, la luna… e Andrej Bilzho, il legame tra l’artista e la città lagunare non è immediato per il pubblico italiano, ma affonda le sue radici in una biografia culturale complessa. Figura ben nota nella Mosca degli anni Novanta, Bilzho è l’ideatore del fumetto Petrovich e dell’omonimo club–ristorante, luogo emblematico dell’intellighenzia bohémienne, dove musica, poesia, cibo e memoria si intrecciano in un’atmosfera nostalgica e retro. Questo universo narrativo accompagna l’artista anche a Venezia, dove il suo alter ego Petrovich diventa una sorta di guida silenziosa, un compagno di sguardo.





