La poesia di Anna Segre nasce in uno spazio di confine, là dove il linguaggio terapeutico incontra la parola lirica e dove l’ascolto profondo dell’altro si trasforma in forma poetica. Psicoterapeuta e poetessa, Segre porta nella scrittura una sensibilità affinata dal contatto quotidiano con la fragilità umana, facendo della poesia non solo un atto estetico, ma anche un gesto etico e relazionale.
Al centro della sua ricerca poetica si colloca l’essere umano nella sua vulnerabilità: il dolore, la perdita, il silenzio, ma anche la possibilità della rinascita e del senso. La parola poetica non è mai decorativa, bensì necessaria. Ogni verso sembra nascere da un’urgenza interiore, come se la scrittura fosse il luogo in cui ciò che non può essere detto nel discorso ordinario trova finalmente voce. In questo senso, la poesia di Segre si avvicina a una forma di testimonianza emotiva, in cui l’io lirico non si impone, ma si offre come spazio di risonanza.
L’influenza della pratica psicoterapeutica è percepibile soprattutto nella qualità dell’ascolto che permea i testi. La poetessa non giudica, non spiega, non risolve: accoglie. I suoi versi spesso procedono per immagini essenziali, pause, sospensioni, lasciando al lettore il tempo di abitare il testo. Il silenzio, infatti, non è assenza ma presenza attiva, elemento strutturale della poesia, analogo a quello che nella relazione terapeutica permette l’emergere della verità emotiva.
Dal punto di vista stilistico, la lingua di Anna Segre si distingue per sobrietà e precisione. Il lessico è limpido, privo di compiacimenti retorici, e proprio per questo capace di colpire con maggiore forza. Le immagini, spesso legate al corpo, al respiro, al tempo e alla memoria, funzionano come simboli aperti, mai chiusi in un significato univoco. La poesia diventa così uno spazio di incontro, in cui il lettore è chiamato a riconoscere parti di sé.
Un altro elemento significativo della sua poesia è la tensione tra ferita e possibilità. Il dolore non viene negato né sublimato, ma attraversato. Tuttavia, accanto alla consapevolezza della sofferenza, emerge una fiducia discreta nella trasformazione. La parola poetica, pur non guarendo in senso clinico, apre varchi di comprensione, consente di nominare l’indicibile e, nel farlo, restituisce dignità all’esperienza vissuta.
Non posso soffrire
del niente tra noi
non posso sentire lo strappo
della non relazione
la perdita
del nostro mai
Io da sola
nuda
per strada.
Una pazza.




