Benessere /G. Mazzocco/221
| Il benessere dei bei ricordi è la salute dell’anima |
A Colle d’Odio, negli anni 1945-1965, si praticava il migliore “gioco del formaggio” di tutta la zona; radicato fortemente, insegnato ai nostri nonni dai loro nonni, veniva praticato da giovani ed adulti e, in molte occasioni, anche fuori comune: in trasferta! Colle d’Odio è una frazione di Elice, in provincia di Pescara, con poche case affacciate lungo l’unica strada, in equilibrio su degli splendidi calanchi che, come graffi profondi, lacerano da secoli i ripidi pendii sottostanti.
Il nome (odio), secondo secolari voci, deriva dal sentimento che divideva due antiche famiglie, in lotta per un contenzioso terriero, che abitavano su due colli della zona, divisi da un fosso (fosso dell’odio) e con un unico ponte di congiungimento fra le due sponte (ponte dell’odio).Il destino volle che un ragazzo di una ed una ragazza dell’altra famiglia si innamorassero, osteggiati fermamente dai rispettivi parenti; l’amore impossibile li portò al sacrificio finale: abbracciati, si buttarono giù dall’alto ponte dell’odio.
Un funerale congiunto riunì le due famiglie e le lacrime di tutti lavarono le antiche rivalità, ma nessuno ebbe il coraggio di cambiare la parola odio in amore, per chiamare, in memoria dei due innamorati, colle dell’amore, fosso dell’amore e ponte dell’amore! L’uomo perse, allora, una occasione per rappacificarsi con la vita, ricordando l’amore e non l’odio!
Oltre settant’anni fa, a Colle d’Odio, ospite dei miei zii, vivevo il gioco del formaggio, quotidianamente, assieme ai miei amici del posto e assistevo alle gare degli adulti. In ottobre-novembre, quando i lavori dei campi davano un po’ di respiro, dopo la vendemmia e la raccolta delle olive, a Colle d’Odio (Li Cullitte) si mettevano in moto le fasi di una antica ritualità: il gioco del formaggio (lu iòche di lu càsce).
Il gioco aveva regole molto semplici: i componenti di due squadre dovevano, alternativamente, far rotolare una forma o pezza di cacio (la rota), appositamente realizzata per i lanci (con dimensioni precise ed indurita con strane tecniche), lungo la strada bianca di Colle d’Odio, cercando di arrivare il più lontano possibile. La squadra che aveva lanciato più lontano godeva del diritto di fare, per prima, il tiro successivo, partendo dal punto dove la forma si era fermata o era andata fuori strada. La gara finiva quando una squadra arrivava prima dell’altra, dopo parecchi lanci, al traguardo stabilito.
Da casa in casa, per passaparola, veniva comunicato che in un tal giorno, ad una certa ora ed in un preciso punto della strada bianca (la comunale) ci si radunava per il gioco del formaggio.
A quell’appuntamento venivano adulti e ragazzi e, fatti i rituali saluti, si sceglieva il “capo del gioco” (lu mastre di lu iòche), che doveva dirigerne tutte le fasi. L’incaricato raccoglieva le adesioni di chi voleva lanciare, formava le squadre e controllava le forme di cacio proposte (peso, durezza e simmetria). Si decideva, di comune accordo, la lunghezza del percorso, mentre si lasciava ai singoli gruppi la possibilità di scegliere l’ordine dei lanciatori, deciso in rapporto alle qualità dei singoli, alla strada (rettilinea o con dossi o con curve) ed alle caratteristiche del giocatore indicato dalla squadra avversaria.
Il “capo del gioco” sceglieva tre uomini. Il primo che, camminando davanti e dove un tiro non sarebbe mai arrivato, doveva avvisare coloro che abitavano lungo la strada dell’arrivo dei giocatori, raccomandando di tenere d’occhio i bambini e fermare chi veniva in senso contrario. Faceva, poi, appostare lungo il tragitto un secondo uomo, che doveva marcare il punto dove si fermava la pezza lanciata o dove usciva dalla carreggiata, segnando con il tacco della scarpa, sul ciglio erboso della strada, una piccola croce, ad indicare la posizione da cui si doveva ripartire. Incaricava, per ultimo, chi, di corsa, doveva riportargli la pezza lanciata, per controllarne l’integrità e per consegnarla per il successivo tiro.
Il pubblico, sempre molto numeroso e diviso in più tifoserie, gioiva per i tiri ben fatti o fischiava per quelli maldestri e camminava sempre dietro ai giocatori, commentando rumorosamente tutte le fasi. Il silenzio era quasi immediato quando il “capo del gioco” lo richiedeva: nel momento in cui chi aveva la pezza in mano si metteva al centro della strada, attirando l’attenzione di tutti.
Il lanciatore faceva un cappio ad un capo di una robusta corda ( dove infilava il dito medio) che arrotolava con molta cura attorno alla pezza, afferrata lateralmente con le altre dita e bloccata, sulla parte rotondeggiante, dal dito con la corda.
Sistemato l’avvolgimento e controllata la presa, il giocatore iniziava un personale rito propiziatorio, fatto da scongiuri vocali e strane gestualità, mentre indietreggiava di qualche passo.
A quel punto, il “capo del gioco”, dopo aver creato un giusto spazio di sicurezza fra il lanciatore ed il pubblico, richiamava, con un fischio, l’attenzione degli uomini dislocati lungo il tragitto di lancio e preposti alle diverse funzioni. Questo, per me, era il momento più emozionante!
Il lanciatore, curvo in avanti, faceva oscillare il braccio con la mano che stringeva la pezza, con la corda arrotolata, mentre guardava davanti il punto dove voleva che atterrasse. Improvvisamente si raddrizzava e, prendendo una breve rincorsa, lanciava la forma con un urlo liberatorio. Tutti, in silenzio, ne seguivano la traiettoria, per esplodere, subito dopo, in un boato d’apprezzamento o urla di disapprovazione, quando toccava terra e continuava a rotolare lungo la strada o finiva fuori carreggiata.
A quel punto ci si stringeva attorno a chi aveva fatto il lancio, dandogli segnali di apprezzamento con calorose pacche sulle spalle, aspettando che la pezza fosse riportata al “capo del gioco” e che lo stesso decidesse di far fare un successivo lancio o di avviarsi verso il prossimo punto di tiro.
Il gioco coinvolgeva tutta la comunità che, camminando lungo la strada bianca al seguito dei giocatori, si scambiava preziose informazioni sui raccolti fatti, sulla qualità della farina, sul sapore dell’olio, sui vitelli e le pecore da commercializzare, sui tacchini e le galline da vendere per le festività di Natale e fornivano ai vari sensali, che partecipavano come interessati spettatori, precise indicazioni per le mediazioni da fare nelle prossime fiere. Questo era un aspetto molto importante del gioco del formaggio, perché permetteva di mercanteggiare a casa i prodotti del lavoro dei campi e delle stalle. I mediatori, che stabilivano in quel momento il loro tornaconto, raccoglievano le notizie sui beni messi in vendita e si impegnavano a proporli agli acquirenti dei paesi vicini.
Il gioco del formaggio a Colle d’Odio era, così, un modo prezioso per smerciare i prodotti, con una vendita tutelata ed un prezzo orientativo: un marketing primitivo, ma assolutamente efficace.
Quando una squadra tagliava il traguardo stabilito, il “capo del gioco” proclamava i vincitori, ritirava la forma ed invitava tutti a recarsi sotto la tettoia di un grande fienile, per mangiare tagliolini di farina mista, mais e frumento, conditi con mollica fritta di pane raffermo (li ppiicarille chi la miica fritte). A seguire, si sgranocchiavano ceci abbrustoliti e si riempivano i bicchieri di vino. Questo era il momento del taglio della pezza che il “capo del gioco”, data la durezza della crosta, faceva con una piccola accetta, ricavando dei minuscoli assaggi. Tutti assaporavano il formaggio, che aveva corso lungo la strada bianca; anche a noi bambini ne venivano date delle scaglie, come se fossero delle ostie pagane, con la raccomandazione di masticare per tanto tempo.
Non ho mai più mangiato un formaggio migliore!
La serata continuava in allegria, con le enfatizzazioni dei vari lanci, e si cantavano vecchi stornelli, accompagnati dall’uomo della fisarmonica (lu du botte).
Per noi ragazzi era un momento magico, perché potevamo ascoltare le storie dei grandi e ci mettevamo d’accordo per l’indomani, per giocare al formaggio con delle rotelle di legno, ricavate dal taglio di un piccolo tronco, che gli adulti ci avevano consegnato, per farci provare. Ricordo che, prima di lanciare, prendevamo il nome di chi, il giorno prima, ci era piaciuto di più!
L’antico gioco del formaggio praticato a Colle d’Odio oggi si chiama ruzzola e, da gioco di strada, è diventato sport nazionale, riconosciuto dal CONI, dalla Federazione Italiana Giochi e Sport Tradizionali (FIGeST), dall’Unione Italiana Sport Popolari (UISP) e dall’European Traditional Sports and Game Association, con piste omologate e campionati nazionali.
Quando la tradizione si modernizza e diventa cultura sociale, un pezzo di memoria si proietta nel futuro e crea le basi per nuovi modi di vivere. Il gioco del formaggio ha origini antichissime, diffuso, soprattutto, nel centro Italia, con regole differenti da zona a zona e praticato in stagioni diverse. Giuseppe Belli lo ricorda in un sonetto, mentre Daniele Perugini lo annovera fra le antichissime attività ludiche. Bartolomeo Pinelli lo esalta in una acquaforte del 1809, mentre Carlo Fontana ed Enrico Mascagni, indimenticabili campioni, sono stati immortalati, con le ruzzole in mano, in una storica foto di fine Ottocento.
Il gioco è stato ricordato anche da Gabriele D’Annunzio che, nel suo “Libro Segreto” del 1935, ha parlato del cacio pecorino abruzzese (nerastro, rugoso e durissimo), usato per il gioco del formaggio di cui, da giovanissimo, era stato un ottimo lanciatore.
Il gioco del formaggio a Colle d’Odio (Lu iòche di lu càsce a Li Cullitte) è stato un potente esempio delle tradizioni popolari abruzzesi, che ha rafforzato i legami fra i singoli e sviluppato i rapporti con le altre comunità. Per me è stato un momento magico dell’infanzia, a contatto con un ambiente che giocava con me ed in rapporto con tanti adulti che mi hanno, sempre, regalato sorrisi.
Non ultimo, ricordo ancora il sapore antico di li ppiicarille chi la miica fritte e di lu càsce di la rote di li Cullitte.













