DI CHI E DI CHE COSA E PERCHÈ SIAMO CONTEMPORANEI

Una delle affermazioni  dell’Estetica  sostiene che nell’arte non esiste progresso, ma piuttosto una continua rivisitazione di percorsi. Le forme artistiche non si sviluppano secondo una linea evolutiva retta e irreversibile ma si intrecciano, si dislocano, si riattivano a distanza di tempo. Il “nuovo”, spesso, non è che un ritorno riformulato, un passato che riaffiora con nuove sembianze e inediti significati.

In questo senso, il tempo dell’arte è simultaneamente attuale e anacronico. Ogni opera vive dentro una costellazione temporale in cui il presente si apre al passato, e il passato si rende leggibile solo attraverso la lente del presente. Non c’è un “poi” che supera un “prima”, ma una tensione costante tra tempi diversi che coesistono, si rispondono, si interrogano reciprocamente.

Siamo dunque contemporanei di un tempo che non si lascia chiudere nel presente. Siamo coesistenti con ciò che ci precede e che, nel contempo, ci abita silenziosamente. La nostra epoca è attraversata da presenze anacroniche, da ciò che Michel Foucault avrebbe definito delle “eterocronie”, ovvero tempi altri che si intrecciano al nostro. Siamo circondati da “non-più” e da “non-ancora” – forme, simboli, sensibilità che sfidano ogni idea lineare della storia e del progresso.

In questa prospettiva, la contemporaneità non è una semplice collocazione cronologica, né l’adesione passiva all’attualità. È, piuttosto, un gesto critico, un atto di consapevolezza. Essere contemporanei significa saper riconoscere, nel cuore del proprio tempo, la dis-cronia che lo attraversa, la faglia tra ciò che appare presente e ciò che realmente opera nel presente.

Significa cogliere nel nostro tempo la luce oscura del non sincrono, riconoscere l’eco dell’arcaico e del primitivo non come sopravvivenze da superare, ma come elementi strutturanti del presente. Questi elementi non appartengono a un passato remoto, ma sono attivi e coevi, pur agendo da angoli ciechi della storia.

Essere contemporanei, forse, significa proprio questo: abitare la dis-cronia, riconoscere che il tempo non scorre in linea retta ma in cerchi, fratture, ritorni. E che l’arte, come la storia, ci parla non soltanto di ciò che è “nuovo”, ma soprattutto di ciò che ritorna con nuova forza.

Questa consapevolezza della dis-cronia non è solo una posizione teorica, ma ha ricadute concrete sulla pratica curatoriale e sull’interpretazione dell’arte. Curare oggi non significa semplicemente organizzare oggetti nel tempo e nello spazio, ma attivare relazioni tra tempi differenti, mettere in dialogo opere che, pur distanti per origine, condividono tensioni formali, politiche o simboliche. La filosofia dell’arte contemporanea ci invita a pensare oltre la linearità storicistica, a riconoscere che ogni esposizione è un atto di montaggio temporale: un gesto che può rendere visibile l’arcaico nel contemporaneo, il futuro nel passato. In questa prospettiva, l’arte non è solo un indice del presente, ma uno spazio in cui il tempo si stratifica, si incrina, si espone. Ed è forse proprio in questa fessura temporale – tra ciò che è stato, ciò che è, e ciò che potrebbe essere – che si gioca oggi la responsabilità critica del pensiero artistico e curatoriale.

Per chi opera nel campo artistico, questa consapevolezza della dis-cronia apre a una comprensione più complessa del gesto creativo. L’artista contemporaneo non è colui che inventa dal nulla, ma che sa far affiorare, attraverso forme nuove, stratificazioni temporali nascoste, risonanze inattuali, genealogie rimaste inascoltate. In quest’ottica, la pratica artistica diventa un lavoro sul tempo, sulla memoria e sull’attualizzazione: un atto che rilegge il passato non come repertorio da archiviare, ma come materia viva da riattivare. La contemporaneità dell’arte, dunque, non sta nell’essere “al passo con i tempi”, ma nel saperli disarticolare, mettere in crisi, sospendere. In questo senso, il compito dell’artista oggi è forse proprio quello di rendere visibile ciò che nel nostro tempo resta invisibile: le presenze arcaiche, le forme primitive, le rotture latenti che attraversano il presente come vene sotterranee, pronte a emergere sotto nuove configurazioni estetiche.

 Pensiamo, ad esempio, a Kader Attia, il cui lavoro ruota intorno al concetto di “riparazione” come gesto estetico, culturale e postcoloniale: le sue sculture e installazioni assemblano oggetti etnografici, rovine e materiali industriali, restituendo visibilità a fratture storiche e identitarie mai sanate. Oppure a Danh Vo, che destruttura la nozione di eredità e trasmissione culturale, facendo convivere nei suoi lavori elementi personali, simboli religiosi e reliquie della storia coloniale, come nel celebre We The People (una riproduzione frammentaria della Statua della Libertà). Anche William Kentridge, nei suoi disegni animati e performance, intreccia memorie coloniali sudafricane, estetiche moderniste e riferimenti classici, producendo un tempo visivo che non può essere ordinato secondo una sequenza storica lineare.

Angelino Fiori che usa le casse tipografiche come il luogo delle tragedie, Mare Nostrum, dove incasellati, insieme a tomi che ne testimoniano l’esistenza, compaiono gli scomparsi di ogni tempo ed epoca. I luoghi di plexiglass di Roberto Puzzu abitati da echi classici che rivivono nel nostro tempo in simbiosi con l’ambiente che li ospita . Questi artisti si servono professionalmente del linguaggio dell’arte nella collocazione appropriata di forme, volumi, linee colori che si relazionano sempre proporzionatamente e armonicamente con lo spazio circostante nella creazione di un’operazione complessa nella restituzione dell’opera d’arte che diventa un campo di tensione temporale, un luogo in cui l’arcaico, il passato ed il contemporaneo si confrontano senza risolversi, in cui il “passato” – spesso ridefinito in termini critici e politici – non viene evocato come alterità esotica, ma come parte viva e controversa del nostro presente. 

La tecnologia, poi, non annulla l’arcaico, ma lo riattualizza, lo rende nuovamente operativo. L’opera digitale diventa un dispositivo temporale complesso, in cui convivono dati, riti, memorie, corpi e algoritmi. La contemporaneità, in questa prospettiva, non è soltanto cronologia, ma montaggio di tempi eterogenei, stratificazioni percettive e affettive che si esprimono tanto nel linguaggio del codice quanto nei simboli dell’inconscio collettivo.

Essere artisti oggi, anche nel digitale, significa dunque non solo esplorare il nuovo, ma riconoscere il ritorno del non-risolto: i miti sepolti, i traumi storici, le cosmologie alternative che riaffiorano attraverso linguaggi computazionali, virtuali e interattivi. Un’arte che abita il presente non per celebrarlo, ma per mostrarne le fenditure.