ANTONIO SECCI: LO SPAZIALISMO. CENTRO DI FORMAZIONE MULTIMEDIALE, CALA GONONE

Ospitiamo il testo di presentazione della mostra del critico e storico dell’arte Mariolina Cosseddu. (R.P.)

Dopo l’omaggio che il Museo Maclula ha reso ad Antonio Secci a un anno dalla scomparsa del grande artista, il Comune di Dorgali propone i lavori a Cala Gonone, luogo dell’anima di Antonio Secci: oltre 30 dipinti, disegni, fotografie e video sull’opera di Secci con la testimonianza dei lavori di Gianni Dova, Guy Harloff e Roberto Crippa. Dal Maclula al Centro di formazione multimediale di Cala Gonone la mostra , curata da Mariolina Cosseddu e Ivo Serafino Fenu, prosegue il suo viaggio e sarà visitabile sino al 31 Agosto. 

TRA LA MONTAGNA E IL MARE

Mariolina Cosseddu

Se questa mostra trova la sua ragion d’essere nel ricordo di un grande artista da poco scomparso, va subito precisato che il posto e la funzione che dobbiamo riconoscere ad Antonio Secci si pone al di là di qualsiasi commemorazione, di qualsiasi generico omaggio, di qualsiasi convenzionale tributo postumo. Semmai può essere accompagnata da quanto Cristiana Collu scriveva già nel 2008, in occasione della personale all’Acquario di Dorgali:  “Non sono sufficienti né una né tante mostre, né uno né tanti cataloghi per spiegare l’arte di Antonio Secci…tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo personalmente possiamo dire senza retorica che lui è davvero una persona speciale: re della montagna e signore del mare”. Tra la montagna e il mare si è dipanato il suo destino umano e artistico, tra l’asprezza dell’isola e il margine liquido da varcare, in andata e ritorno e in un ritorno diventato definitivo. Era il 1978 quando Antonio Secci decide di lasciare Milano e fare di Cala Gonone scelta di vita e  di lavoro. Lo studio a pochi passi dalla spiaggia di granuli bianchi e rosati, l’azzurro dell’orizzonte marino davanti agli occhi. Il senso del confine nel cuore, la soglia, fin da ragazzo, metafora di nuovi approdi, di varchi a cui accedere, di linee da congiungere. C’era, in questa geografia dell’anima, l’ordito celato che sostiene una poetica del limite, di spazi sfrangiati a cui sarebbe giunto pochi anni più tardi, luoghi di colore intrisi di luce. 

 L’esperienza milanese lasciata alle spalle è stata ricca e fertile ma conclusa, il silenzio di quest’angolo periferico del mondo è casa e forse solitudine ma terra conosciuta e piena di altri desideri. Sicuramente anche di dolori, di fratture insanabili, di squarci laceranti eppure ricomposti,    poco tempo dopo,  nell’equilibrio magistrale del dettato pittorico. E’ ormai tempo per fare i conti con un passato felice e vorticoso che ha segnato in maniera indelebile una ricerca che si nutre di apporti e condivisioni, di esaltanti relazioni e di sperimentali istanze ancora calde di assimilazione e destinate a dare frutti nell’immediato.  La sua biografia racconta e mette in scena una mappa di incontri e rapporti straordinari per un giovane ritenuto da subito un talento, un vero talento che apre innumerevoli porte e crea occasioni irripetibili: da Dova ad Harloff, da Fontana a Crippa e fino a Missoni (innamorato dei suoi colori e delle sue composizioni),  Secci è parte attiva di una stagione che se lascia segni indelebili, spinge anche ad un suo prossimo superamento, ad inoltrarsi in una via aperta ad un personalissimo linguaggio di astrazione materica elaborato nel tempo e radicato nella coscienza. Di quel decennio milanese così’ formativo e sollecitante, e di cui Ivo Serafino Fenu ne ricostruisce, in questo catalogo, con lucida e precisa analisi critica, i debiti e gli apporti, le collaborazioni e le distanze, di quegli anni dicevamo occorre farne motivo consapevole di una vita che chiede anche altro e l’altro è un ritorno e una innegabile rinuncia. 

 Così la fine degli anni Settanta e il decennio successivo sono lenti a passare e privi di riscontri e soluzioni artistiche immediate  mentre la scelta di tornare alla montagna e coltivare la terra lo convince che “la natura è maestra” e la sua consolante presenza gli fornisce spazi di ripensamenti e riflessioni, di attese sospese e di opere in divenire.  Orgoglioso dei frutti della sua campagna come dei lavori che sviluppa nello studio a un passo dal mare, l’artista sempre più solitario e meditativo vive una lunga, incerta stagione che si rivelerà però necessaria alla sua piena maturità. Seppure presente nella storica rassegna voluta da Salvatore Naitza a Nuoro in “Venticinque anni di ricerca artistica in Sardegna” (1957-1983),  il rischio della perdita e dell’oblio affiorano in un momento cruciale ma non definitivo. Sarà Cristiana Collu, alla fine degli anni novanta, a rimettere in discussione il suo percorso e il suo operare con una retrospettiva che sancisce una nuova vita per Antonio Secci  ( a ciu Antonio sarà sempre grato) mentre si deve a  Maurizio Sciaccaluga  la sapientemente ragionata curatela della mostra che rivela  l’originalità  di quel percorso rispetto alle radici di partenza. Se lo “spazialismo” rimane ancora ideale modello concettuale, le soluzioni a cui giunge Secci in questi anni appaiono sostanzialmente lontane e orientate in altre direzioni, materiche e carnali, nel senso di una materia intesa come carne viva da affrontare nella pazienza e nella verità della sua natura più intima: “Antonio Secci allontana da sé, in maniera evidente, ironica, paradossale, l’approccio spazialista. Lo cita chiaramente per tradirlo, finalmente, in modo da proclamare il definitivo distacco”( Sciaccaluga, Nuoro, MAN, 1999). Così, dopo aver sperimentato il rapporto con i materiali più vari, dalle reti alle plastiche, dal metallo al sughero e al filo di nylon, che, scriveva Naitza “significa anche avere il gusto profondo della manualità, dell’artigianato, della sensibilità tattile…” (Nuoro, 1983), e dopo aver affrontato la superficie del dipinto come cosmo stellare attraversato da scie luminose, Secci trova la quiete della forma negli impianti regolari di una armonica geometria. Una nuova dimensione costruttiva e cromatica nasce con nuovi intenti e con straordinari esiti, più vicina, mi pare, alla pittura analitica di quanto non si dica. Dove la materia si fa colore e dove si congiungono in simbiosi perfetta pittura e scultura. Bisognerebbe ragionare, in una futura antologica, quanto sia stata significativa, per lui, la giovanile  attività scultorea testimoniata da pochi esemplari conservati oggi nel suo studio ma protagonisti della sua prima personale alla galleria “La Gabisthuria” di Sassari nel 1966. D’altronde le sue radici affondano nella prassi ceramica e le sue prime prove vanno tutte in quella direzione.  In realtà l’interesse per la forma plastica è chiaramente evidente fin dalle prime prove materiche negli anni milanesi e non è un caso se, come suggeriva Sciaccaluga, piuttosto che il vuoto Secci cercherà sempre più nel tempo il pieno e il rilievo. Ai segni zigzaganti e spigolosi dei primi settanta si sostituirà, negli anni successi, un tratto tondeggiante, voluminoso, che si trasforma in corpi, arterie gonfie di energia, membra in movimento su ampie superfici di colore acceso e cangiante: passaggio necessario per le sovrapposizioni e gli incastri del periodo successivo.

 Ora, se gli squarci richiedono una lettura drammatizzata del testo pittorico, tanto è stato scritto in questo senso come innegabili lacerazioni e ferite del tessuto materico, certo è che pare di cogliere, in particolare nelle opere dagli anni novanta in poi, una dimensione sempre più lirica e pacificata del dettato compositivo. Vasti campi di colore si aggregano tra loro per forza propria, per logica interna, per compiaciuta esaltazione reciproca, per musicali assonanze. Da una parte il punto di forza nel colore che si espande e si dilata puro e saturo, dall’altra la vitalità sottesa delle superfici scabre e stratificate, pazientemente spatolate come spiagge lisciate dal mare, increspate dal vento salino, come sabbia di granuli corrosi dal tempo in uno spazio illimitato. Piani di colore e di luce che si cercano e si attraggono, si sfiorano e si completano lasciando aperti varchi per altri possibili orizzonti. Sembra di assistere allora ad una vera epifania della materia, svelamento di segreti nascosti, di profondità rivelate, di verità intuite nella bellezza innegabile di un’organica rappresentazione. L’opera appare cosi un organismo compiuto e autosufficiente e se si fa evocativo e poetico lo deve alla sensibilissima  immaginazione che lo ha progettato accuratamente prima di disporlo su piani connessi come tessere di un astratto mosaico fatto di impervi territori, di mareggiate spumose, di “scaglie di mare”, di “ragnatele di nubi”, per dirla con Montale (lui che Montale lo aveva conosciuto e amato negli anni milanesi). Impaginati con misura ed equilibrio, le parti in gioco mostrano le fibre simmetriche di cui sono composte, come vene sotterranee di un ordine superiore che si trasforma in una architettura pittorica e scultorea. E sempre in grado di portare a inaspettate condizioni il rapporto tra le parti.  Con una mai rinnegata attenzione alla percezione ottica della sostanza materica di cui cerca, tra le fenditure, ombre leggere che appena si intravvedono come dubbi e fragilità delle cose, segni di spazi interiori, elementi di una materia che, come dice Kiefer, ha in se lo spirito. 

 

In quello studio a un passo dal mare e a ridosso della montagna oggi regna uno strano ordine: gli occhiali ancora sul tavolo di lavoro, i supporti lignei pronti per essere usati, pennelli e spatole in riposo, i lavori ultimati sul cavalletto e alle pareti, mentre la luce filtra solitaria dalla grande vetrata. Poi  la porta cautamente si richiude.