LETTERATURA E POESIA /Giuseppe Lalli / 176
Nei precedenti numeri 174 e175 della nostra RIVISTA abbiamo pubblicato la seconda parte delle riflessioni di Giuseppe Lalli sul libro di Daniele Fazio IN DIFESA DELL’UMANO – La filosofia di Karol Wojtyla. Qui di seguito la terza e ultima parte |
(Segue dal Numero 175 della Rivista di CentralMENTE)
Il pensiero di Karol Wojtyla può essere una efficace terapia anche nei confronti di altri mali del nostro tempo, quali:
– l’edonismo, che consiste nel vedere nel piacere l’unica bussola esistenziale;
– il nichilismo, che postula l’idea che non possiamo sapere nulla sul mondo e sul senso della vita, e tanto varrebbe rassegnarsi («L’essere è il nulla» sentenzia Martin Heidegger – 1889-1976 -).
– il materialismo, che è una filosofia della prassi – se così si può dire – che si esprime con stili di vita gaudenti e vuoti (la Bologna «grassa e disperata» di cui parlava tanti anni fa il cardinale Biffi) e mode insensate; e che azzera ogni anelito spirituale, facendoci vedere il prossimo solo in funzione utilitaristica (Quanto conta quella persona ? In che modo me ne posso servire ?) e la società come una montagna da scalare.
– il modernismo, malattia filosofica ma non meno reale, che conferisce alla tecnica un carattere antropologico, che afferma che l’uomo debba farsi da sé, senza guide morali che non derivino dalla propria ragione: un uomo che deve essere padrone della sua vita e della sua morte, una libertà senza limiti e senza responsabilità; e su tutto una patina di narcisismo: un “io” ipertrofico che tutto deve piegare al sogno di una felicità individuale.
È ciò che leggiamo nei libri e nei giornali, è lo spettacolo che va in onda ogni giorno a reti unificate, è la lezione che ci viene ammannita dalle cattedre universitarie e televisive, e che tanti politicanti ripetono come pappagalli: è il conformismo ipocrita che si ammanta di anticonformismo.
È la pedagogia del “vietato vietare”, che tanti danni ha fatto nella scuola e nella convivenza civile.
È la tendenza che si va facendo strada secondo la quale tutto ciò che la scienza permette, per questo solo fatto, è anche moralmente ammissibile (vedi utero in affitto e inseminazione artificiale cosiddetta “eterologa”).
«In tale contesto – come scrive nel suo saggio Daniele Fazio riportando un’opinione del teologo Antonio Staglianò – l’uomo è sempre meno riconoscibile come persona e sempre più come “il suo proprio esperimento”; l’uomo propriamente non è, bensì si fa».
È forse la conseguenza ultima di quello scientismo che Giovanni Paolo II aveva intravisto e lucidamente denunciato nella Fides et ratio, la più filosofica delle sue encicliche.
La stessa società occidentale – e segnatamente l’Europa – ha subìto un’evoluzione sempre più in senso individualistico.
Non vale nascondersi dietro la foglia di fico dei programmi e degli egoismi nazionali: l’Europa diventerà una solida realtà politica a condizione che riscopra convintamente le sue radici cristiane e personalistiche. Il pensiero liberale, traguardo dello spirito europeo di valore universale, ha nella rivelazione giudaico–cristiana la sua radice più profonda, ma una democrazia liberale senza valori rischia di essere una scatola vuota, pronta ad essere sacrificata sull’altare dell’efficienza.
Da ciò si deduce con chiarezza che la vera emergenza sociale del nostro tempo e in particolare del nostro Continente, come ha tenuto a sottolineare a più riprese il relatore dell’incontro, altro non è che una “questione antropologica”, vale a dire: quale uomo ? quale natura ? quale destino ? Le stesse domande che il giovane karol rivolgeva a sé stesso quando scriveva i testi teatrali.
Nulla da spartire con l’esistenzialismo (che si presenta come un umanesimo ateo) di Jean Paul Sartre (1905-1980), per il quale “gli altri”, lungi dal rappresentare, come per il futuro papa, una dimensione nella quale la persona si realizza, sono l’inferno («L’inferno sono gli altri» fa dire il filosofo francese a un personaggio di una sua celebre commedia).
Fuori da una prospettiva autenticamente umanistica, c’è solo il dominio della forza, una volontà di potenza in omaggio alla quale la storia dell’uomo e delle nazioni è solo una darwiniana “lotta per la sopravvivenza”: il forte ha la meglio sul debole, come avviene tra gli animali, che obbediscono al solo istinto e non anche a quella “ragione” che, a partire da Aristotele, è il tratto distintivo del genere umano (“L’uomo è un animale ragionevole”).
Il destino della filosofia è quello di tornare ad Atene, ma passando per Gerusalemme, dando così compiuta risposta alle domande ineludibili che il pensiero greco ha saputo porre all’umanità. Bisogna riguadagnare la sorgente della verità con il sudore della fronte e andando contro corrente.
Sollecitato alla fine da una domanda dello scrivente circa l’esigenza per i cristiani di porre in essere nuovi ed efficaci strumenti di presenza nelle nostre società secolarizzate, l’autore, dopo avere con grande realismo rilevato che i cristiani sono ormai anche in Italia una minoranza culturale, per di più a volte tutt’altro che motivata – ciò che è alla base della loro irrilevanza politica e sociale – , ha richiamato la necessità di conoscere innanzitutto quella dottrina sociale della Chiesa (a cui tante energie intellettuali ha dedicato papa Wojtyla nel secolo scorso) che si fonda sulla Rivelazione e che, alimentando l’idea, che diventa certezza culturale ed esistenziale, che Gesù Cristo è la chiave di volta per comprendere l’uomo e la sua storia, può suggerire risposte compiute da proporre anche ai non credenti.
In questa battaglia culturale, un compito importante spetta in ogni caso alla filosofia come bussola di orientamento nel gran mare delle parole e dei pensieri del nostro tempo: efficace antidoto contro errori e mistificazioni, oggi presenti in maniera ancor più insidiosa che ai tempi del giovane Woitila, e strumento insostituibile per pensare bene, che è condizione essenziale per pensare – e fare – il bene.
«La filosofia, dunque, per Wojtyla – come precisa Fazio nel suo saggio – si presenta come un aiuto necessario…quale apertura intellettuale alla verità – e per comunicare la verità del Vangelo a chi si ferma solo ai limiti della razionalità».
Forse nessun pensatore contemporaneo – se si fa eccezione per la richiamata Edith Stein – ha saputo al pari di Karol Woitila realizzare, alla luce della fede cristiana, una così chiara e convincente reinterpretazione filosofica e teologica. Siamo non solo in presenza di una chiave di lettura originale e profonda del mondo contemporaneo, ma anche di una indicazione di marcia in mezzo alla nebbia dello scetticismo e del cinismo che attanaglia le nostre vite e ammorba i rapporti umani.
Daniele Fazio, giovane filosofo siciliano, ha saputo illustrare magistralmente il pensiero filosofico di Karol Woitila, pensiero ignoto ai più, anche all’interno della realtà ecclesiale, mostrando una maturità intellettuale e un rigore morale ben superiori ai suoi 38 anni. Non ha mancato di illuminare lati poco conosciuti del papa filosofo, come quando, per mezzo della Segreteria di Stato Vaticana, fece chiedere per telefono al massimo esperto italiano di filosofia antica, il già menzionato Giovanni Reale, una copia della Metafisica di Aristotele con il commento del celebre studioso, opera cui molto teneva e che amava leggere e annotare di ritorno dai suoi viaggi apostolici.
Fazio, al quale lo scrivente, prima dell’istruttivo incontro, ha avuto modo di far conoscere, sia pure fugacemente, la città dell’Aquila che si apprestava a ricevere degnamente papa Francesco, ci ha fatto respirare, nel pomeriggio di domenica 22 agosto, insieme all’aria salubre di San Pietro della Jenca, quella delle alte vette dello spirito, sfatando il luogo comune che la filosofia è materia ostica o, peggio, chiacchiera inutile.
Quel filosofo polacco che, diventato papa col nome di Giovanni Paolo II, esortava a non aver paura di aprire le porte a Cristo, non smette, con la sua testimonianza e il suo insegnamento, di ricordare, ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà, di nutrire la passione per la verità, anche a costo, come si diceva, di andare contro corrente.
Il cammino intellettuale da lui tracciato, segnato da un umanesimo integrale e perciò aperto alla trascendenza, è tutto da percorrere, ma c’è da avere fiducia, giacché è l’invito che viene da un uomo che ha cambiato il corso della storia del Novecento.






