Home La Rivista Educazione e Ambiente Un nuovo record superato: più suolo consumato e più gas serra nell’atmosfera

Un nuovo record superato: più suolo consumato e più gas serra nell’atmosfera

IL LIMITE / 269

 I cosiddetti realisti dicono che i fatti hanno la testa dura. Spesso questo argomento è stato usato contro chi si impegna per salvaguardare l’ambiente, accusato di eccesso di idealismo, di utopismo, se non addirittura di un eccesso ideologico. In realtà, sono le questioni ambientali che hanno la testa più dura di tutti i fatti. Un esempio di oggi è la questione dell’ILVA, la più grande acciaieria d’Europa collocata a ridosso di una popolosa città, che si avvia verso quello che era un esito assolutamente prevedibile, ovvero con la richiesta di condanna per disastro ambientale per la sua dirigenza e il licenziamento in massa, con conseguente disastro sociale, dei suoi operai. Un disastro ambientale e un disastro sociale che si sarebbero potuti attenuare se solo si fosse pensato per tempo ad una delocalizzazione dell’impianto e a una sostituzione dei forni con più moderni forni elettrici o a idrogeno. Ma non c’è stato niente da fare, il braccio di ferro tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute, impostato così male da chi difendeva il diritto al profitto, ha portato alla fine a non avere né la salute, né il lavoro, né il profitto.

Ma mentre la cronaca è distratta da tanti eventi pur importanti, pochi giornali hanno dato il giusto rilievo al nuovo rapporto dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) sul consumo di suolo nel nostro paese. Negli ultimi due anni, ad una velocità di 3 metri al secondo, ovvero 280 mila metri quadrati ogni giorno, si è costruito e cementificato. Più cemento e meno verde: perché? Eppure la popolazione diminuisce, non cresce e lo si vede dappertutto, nei nostri borghi di provincia, eppure si costruiscono ancora più case, che però non risolvono la fame di abitazioni soprattutto nelle grandi città. La cementificazione continua in barba all’impegno europeo per arrivare a zero consumo netto di suolo, necessario per fronteggiare le ondatre di calore, che vogliamo dimenticare, e alle alluvioni, che presto si faranno vive.

Leggendo il rapporto ISPRA si vede che l’aumento di consumo di suolo è dovuto anche alla diffusione di superfici dedicate ad impianti fotovoltaici a terra, ai data center e alle infrastrutture stradali, così come si nota un aumento proprio in quelle regioni come l’Emilia Romagna, la Toscana e la Sicilia che sono state quelle più colpite dai dissesti geologici. La cementificazione ha interessato poi anche le aree lungo le coste a meno di 300 metri dal mare, il cui livello è destinato a salire.

La tendenza dovrebbe essere invertita e dovremmo procedere ad una rapida riforestazione urbana, le vie degli alberi auspicate da Stefano Mancuso, perché non esiste un condizionatore d’aria più efficiente di un albero. Dovremmo rendere il suolo libero il più possibile dal cemento e dall’asfalto, renderlo più permeabile per conservare l’umidità e alimentare le falde acquifere.

Contemporaneamente al rapporto ISPRA, è uscito anche il rapporto dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, l’agenzia dell’Onu che si occupa dell’inquinamento atmosferico e questo in vista della conferenza della Nazioni Unite, la COP 31, che si aprirà in Turchia proprio in questo mese di novembre. I livelli dei tre principali gas serra, ovvero anidride carbonica, metano e protossido di azoto, responsabili del riscaldamento globale, stanno tutti pericolosamente aumentando.  Siamo arrivati a +153 % di concentrazione della CO2 rispetto al dato precedente la rivoluzione industriale (1750). I gas serra stanno intrappolando una quantità di calore senza precedenti nell’atmosfera, fornendo energia ad eventi atmosferici sempre più estremi.

E i danni per l’ambiente sono immediatamente e strutturalmente danni per la salute. Tra il 2016 e il 2023, secondo il 10° rapporto “Lancet Countdown on Health and Climate Change” guidato da University College London, si stima che si ci siano stati tre milioni di decessi a causa del solo riscaldamento globale.

Basta unire i puntini e capire che la salute dell’ambiente e quella umana sono strettamente unite. È questo il nuovo paradigma che bisogna diffondere, quello che connette ambiente, salute, economia, tecnologia. E non c’è PIL che tenga, perché se questo sale, perché si cementifica, gli indicatori sulla salute e sulla qualità della vita scendono.

Penso a queste cose mentre partecipo ad un incontro sulla “Citta verde” organizzato da un gruppo politico di minoranza, presente nel consiglio comunale di Gubbio, la mia città. Si tratta di un piccolo comune, anche se molto esteso territorialmente, la cui popolazione sta pericolosamente avvicinandosi a scendere sotto i trentamila abitanti. Eppure anche qui si continua a costruire case e infrastrutture stradali, spesso inutili e impattanti. Tra i partecipanti ci sono gruppi di persone di buona volontà e di buon senso che si sono mobilitate per difendere un antico giardino comunale che, invece di essere potenziato con una nuova cerchia di alberi per rafforzare l’azione di climatizzazione naturale in mezzo al centro storico, è stato invece assediato da una ristrutturazione urbana. C’erano anche cittadini che hanno provato a difendere dall’abbattimento alberi secolari presenti nel centro urbano che poi, in alcuni casi, sono stati tagliati. Penso che la questione sia importante, ma se non colleghiamo il problema del verde urbano alla diminuzione della minaccia ambientale costituita da due cementifici che bruciano rifiuti a ridosso del centro urbano, rischiamo letteralmente di vedere l’albero ignorando la foresta.

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