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L’EUROPA NECESSARIA

Valore & Valori/ Mario Travaglini / 267

 Nei precedenti articoli ho cercato di spiegare come l’Europa sia arrivata alle sue attuali difficoltà, quali sono state le scelte che ne hanno condizionato il percorso e quali sono state le responsabilità politiche che  hanno contribuito a determinarle.

Ora è tempo di tirare le conclusioni non per chiederci ancora una volta che cosa non abbia funzionato, ma per provare a immaginare quale Europa vogliamo, su quali principi debba fondarsi e attraverso quali cambiamenti possa riconquistare la fiducia dei suoi cittadini. Questioni, in realtà, che ho già affrontato nel testo “LA DESTRA INCOMPIUTA  E LA DESTRA NECESSARIA” * e che qui trovano la loro sintesi.                         Prima di procedere  credo sia necessaria una premessa. Mettere in discussione l’attuale funzionamento dell’Unione europea non significa mettere in discussione l’idea stessa di Europa. Al contrario significa voler rispolverare le ragioni profonde che portarono alla nascita del progetto europeo, ossia garantire la pace, favorire la cooperazione tra i popoli, promuovere la prosperità economica e difendere quelle libertà che costituiscono il patrimonio della nostra civiltà.

Il  problema, oggi, non è avere più Europa o meno Europa. È avere un’Europa diversa, capace di intervenire dove l’azione comune rappresenta un vantaggio concreto e di lasciare agli Stati nazionali le decisioni che possono essere assunte più efficacemente vicino ai cittadini.

È il principio di sussidiarietà, una parola forse poco familiare, ma dal significato molto semplice: ciò che può essere deciso e realizzato a un livello più vicino alle persone non dovrebbe essere affidato a un’autorità  lontana, a meno che quest’ultima non sia realmente in grado di ottenere risultati migliori. Il che significa che questo principio dovrebbe suggerire una distinzione chiara. Difesa, politica energetica, grandi infrastrutture, ricerca scientifica, innovazione tecnologica e capacità di competere sui mercati mondiali sono ambiti nei quali una maggiore cooperazione europea può offrire vantaggi importanti, mentre altre materie, più strettamente legate alle tradizioni, alla sicurezza, alle esigenze sociali e alle scelte delle singole comunità nazionali, potrebbero invece rimanere nella responsabilità degli Stati.                                                                         C’è da dire, però,  che una diversa distribuzione delle competenze, da sola, non sarebbe sufficiente perché rimarrebbe in piedi il rapporto tra autorità e responsabilità.

In una democrazia questo rapporto dovrebbe essere semplice. Chi governa assume decisioni, ne spiega le ragioni e risponde delle conseguenze davanti ai cittadini. Se questi ultimi non condividono le scelte compiute, devono poter cambiare indirizzo attraverso gli strumenti della rappresentanza democratica: il voto.

Nell’Unione europea il meccanismo è più complesso in quanto le decisioni coinvolgono istituzioni differenti, governi nazionali e organismi sovranazionali. Tutti dispongono di forme di legittimazione e di controllo, ma la responsabilità politica finisce spesso per essere distribuita in modo tale da risultare difficilmente riconoscibile, tanto che il cittadino fatica a comprendere chi abbia realmente deciso e a chi debba chiedere conto dei risultati. Ne deriva che senza una responsabilità riconoscibile, anche la rappresentanza democratica rischia di perdere parte del proprio significato. Perché la libertà politica non consiste soltanto nel diritto di votare bensì anche nella possibilità concreta di incidere sulle decisioni collettive e di modificarne l’indirizzo quando non corrispondono più alle aspettative dei cittadini. Questa istituzione non può vivere soltanto di trattati, regolamenti e procedure. Ha bisogno che i cittadini ne comprendano le finalità, ne riconoscano l’utilità e possano valutarne i risultati. E, quando questa fiducia si indebolisce, non basta richiamarsi ai valori europei o denunciare i pericoli del nazionalismo. Occorre interrogarsi sulle ragioni della distanza che si è creata tra governanti e governati. Non basta, cioè, ghettizzare AFD in Germania o RN in Francia per esorcizzare il problema e poi girarsi dall’altra parte ma cercare di capire quali sono state le cause profonde che ne hanno determinato il successo. Resta, allora, una domanda che non può essere elusa.

Che cosa accadrebbe se questo progetto di rinnovamento dovesse fallire? Se l’Unione europea si dimostrasse incapace di correggere le proprie contraddizioni e di ricostruire quel rapporto di fiducia senza il quale nessuna istituzione può conservare a lungo la propria legittimazione? Qualora ogni serio tentativo di riforma si rivelasse impraticabile, si aprirebbero inevitabilmente interrogativi più radicali: dalla possibilità di un’Europa organizzata secondo differenti livelli di integrazione fino alla progressiva disgregazione dell’attuale Unione o alla decisione di uno o più Stati di abbandonarla. La Gran Bretagna lo ha già fatto e i risultati non sembrano negativi.                           Non si tratta di auspicare questi effetti, né di sottovalutarne le conseguenze economiche, politiche e geopolitiche. Si tratta semplicemente di riconoscere che nessuna costruzione politica può considerare garantita per sempre la propria esistenza, indipendentemente dalla volontà dei popoli che ne fanno parte.  In fondo, la domanda che abbiamo cercato di affrontare lungo questo percorso è più semplice di quanto possa sembrare: quale Europa può ancora meritare la fiducia dei suoi cittadini?

 La risposta non può essere trovata fuori da un’Europa capace di essere forte dove occorre esserlo, rispettosa delle libertà e delle sovranità democratiche, consapevole della storia di ciascuno Stato e sufficientemente coraggiosa da riconoscere la necessità di cambiare. L’Europa non si salva proclamandone apoditticamente l’irreversibilità. Può trovare nuove ragioni per durare soltanto dimostrando costantemente, ogni giorno, di essere necessaria ai suoi popoli.

  • M. Travalini, LA DESTRA INCOMPIUTA  E LA DESTRA NECESSARIA, Anicia, Roma, 2026

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