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San Francesco, l’”umile” bellezza umbra e la custodia del creato

IL LIMITE / Raniero Regni / 261

 

Come ogni anno, mi trovo sul “sentiero di Francesco”, il cammino che unisce Assisi a Gubbio e che oggi migliaia di pellegrini percorrono in tutte le stagioni. Partendo da Assisi, mi trovo su di un crinale in cui, se ci volge indietro, si vede ancora la rocca che domina la città del santo, ma se si guarda avanti, un occhio addestrato, può scorgere lontano il monte di S. Ubaldo. A parte alcune costruzioni moderne, che sorgono qua e là nella campagna assolata di questa lunga estate, il rilievo dei pre-Appennini e della dorsale appennina sullo sfondo è ancora lo stesso del tempo di Francesco.

Camminando in silenzio assieme ad altri pellegrini penso a lui. Era l’inverno del 1206, quel giovane aveva lasciato tutto, aveva detto addio alla famiglia e agli amici, alla sua città dove aveva vissuto la sua infanzia e la sua giovinezza dorate. Anche lui avrà guardato indietro per un’ultima volta e poi si sarà avviato su questo stesso sentiero, su cui sto camminando, verso il suo futuro che gli sarà apparso incerto ma comunque deciso. Non si va mai così lontano come quando non si sa dove andare, e quel ragazzo ne ha fatta molta di strada nella sua breve vita. Ha superato non solo la sua crisi esistenziale personale, ma ha proposto a tutti una via che ancora ci parla e parla al mondo, diventando non solo il più grande degli italiani ma il Santo cristiano più amato al mondo.

Lui ha ispirato il papa che per primo tra i pontefici ha assunto il suo nome, Franciscus, il papa dell’Enciclica Laudato si’, da cui è nata l’idea di dedicare questi primi giorni di settembre alla Custodia del creato, idea confermata dal suo successore Leone XIV. Infatti questa mattina, partendo per il cammino, ci siamo fermati davanti alla basilica superiore sotto la quale si trova la tomba del santo di cui si celebreranno tra pochi giorni gli 800 anni dalla morte. I custodi del Sacro Convento ci salutano, ci fanno immergere le dita in una bacinella benedetta dal Papa che contiene l’acqua di fusione proveniente dal un ghiacciaio islandese che è appena scomparso. Sì, perché quest’anno il tema della Custodia del creato è dedicato all’acqua, un bene prezioso, più prezioso del petrolio e oggi messo in crisi proprio dall’economia basata sui combustibili fossili. Il frate che benedice i pellegrini parla della crisi climatica, anche se sarebbe più giusto aggiungere che questa crisi non è un evento catastrofico voluto dalla divinità o dalla natura ma provocato dall’azione dell’essere umano sul pianeta. Invece di custodire la creazione la stiamo mettendo in crisi.

Ne è una prova eloquente il caldo soffocante che ci opprime anche in queste prime ore del mattino e anche la recente alluvione in Nepal, dovuta anch’essa al collasso di un gigantesco ghiacciaio che ha provocato un’ondata di fango mille volte più grande di quella del Vajont. La catastrofe nepalese mette in evidenza la drammatica attualità dell’analisi di Papa Francesco che aveva collegato il riscaldamento globale all’ingiustizia climatica. Infatti saranno le popolazioni che meno contribuiscono al riscaldamento globale quelle che subiranno i danni maggiori provocate dalle nazioni che invece lo provocano con i loro consumi e con la loro economia che immette sempre più CO2 nell’atmosfera. Stessa cosa accadrà ancora con il super El Niño che si sta caricando nell’Oceano Atlantico, il più potente degli ultimi 70 anni, un evento climatico capace di modificare l’andamento delle correnti oceaniche.

Ma il Nepal è lontano, qui vedo solo la bellezza umbra che mi circonda. Una bellezza umile, l’aggettivo che nel Cantico delle creature Francesco usa per descrivere proprio l’acqua, “Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta“. La bellezza dell’ambiente umbro, senza la quale sarebbe impossibile capire il messaggio francescano, è una bellezza non eclatante ma diffusa, non esaltante ma discreta e quasi nascosta, ma eloquente e affascinante. Essa incarna il senso del limite, la misura e l’equilibrio tra la storia e la natura, tra le opere dell’essere umano e il lavoro incessante dell’ecosistema. Il paesaggio umbro ha un volto familiare ma splendido, sia nei dettagli che nell’insieme, anche se noi oggi sembra che facciamo di tutto per deturparlo, costruendo, ad esempio, cementifici o fonderie a ridosso delle mura di alcune delle sue città più belle, come Gubbio e Assisi. La bellezza umbra è sacra e noi tutti abbiamo il dovere di proteggerla a favore nostro e delle future generazioni. Altrimenti anche il messaggio francescano perderebbe la fonte da cui si è generato.

Cammino e torno a pensare a San Francesco. Una suora francescana ci ricorda, in un momento di pausa, che nel maggio del 1226, Francesco è malato e sembra vicino alla morte, che arriverà poi ad ottobre. Si trova a Siena e suoi confratelli, temendo il peggio, gli chiedono di dettare per l’ultima volta i principi fondamentali a cui loro dovranno attenersi quando lui non ci sarà più. Allora lui detta “il piccolo testamento di Siena”, poche righe nel quale si legge: “Scrivi che benedico tutti i miei frati che sono ora nell’Ordine e quelli che vi entreranno fino alla fine del mondo. Siccome non posso parlare a causa della debolezza e per la sofferenza della malattia, brevemente manifesto ai miei frati la mia volontà in queste tre esortazioni. Cioè: in segno di ricordo della mia benedizione e del mio testamento, sempre si amino tra loro, sempre amino ed osservino la nostra signora la santa povertà, e sempre siano fedeli e sottomessi ai prelati e a tutti i chierici della santa madre Chiesa”.

Ecco la splendida umiltà francescana e l’altissima povertà, la fraternità con tutto ciò che vive a cui ci invita San Francesco. Al di là dell’evento del centenario e dell’eco mediatico, che trasforma tutto in uno spettacolo, è necessario ascoltare davvero ancora la sua voce.

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