Home La Rivista Dazi, debito e diplomazia: le due crepe che minacciano Trump

Dazi, debito e diplomazia: le due crepe che minacciano Trump

Valore&Valori/ Mario Travaglini /239

 Nel giro di pochi giorni, Donald Trump si è trovato ad affrontare due scosse che, prese singolarmente, sarebbero gestibili. Sommate, però, rivelano una fragilità più profonda: una sul fronte interno, che riguarda il perimetro del potere presidenziale e la sostenibilità del debito americano; l’altra sul piano internazionale, dove la postura degli Stati Uniti in Medio Oriente rischia di incrinarsi proprio mentre Washington negozia dossier strategici con Iran, Cina e Russia.                                       La prima crepa arriva dalla Corte Suprema. Con una decisione del 20 febbraio scorso, votata 6 a 3, i giudici hanno stabilito che l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) non conferisce al Presidente il potere di imporre dazi generalizzati e di lunga durata. In sostanza, la Casa Bianca non può utilizzare in modo estensivo lo strumento dell’emergenza economica per aggirare il Congresso in materia tariffaria.

È un passaggio giuridico rilevante, ma è soprattutto un segnale politico. Sei dei nove giudici sono stati nominati da presidenti repubblicani, e altri proprio da Trump durante il suo primo mandato. Eppure la Corte ha riaffermato un principio costituzionale netto: il potere di tassare spetta al Congresso. Non è solo una questione tecnica. È un limite imposto all’uso creativo dell’emergenza come leva di governo.                               Trump ha reagito con durezza, ma la mossa era prevedibile. Poche ore dopo la sentenza ha firmato un nuovo ordine esecutivo, introducendo una tariffa globale del 10% – in alcuni casi al 15% – per un periodo limitato di 150 giorni, questa volta richiamandosi all’articolo 122 del Trade Act del 1974. Una soluzione tampone. Un modo per guadagnare tempo. Non una soluzione strutturale.

Il nodo vero, infatti, è finanziario. Secondo le stime più accreditate, i dazi dichiarati illegittimi hanno già generato tra 140 e 175 miliardi di dollari di entrate. La Corte non si è ancora espressa sull’eventuale restituzione di queste somme, ma la prospettiva di una valanga di ricorsi da parte di importatori e aziende è concreta. Il rischio non è solo giuridico: è di bilancio. Perché oggi gli Stati Uniti non navigano in acque tranquille. Il deficit commerciale non è stato ridotto dai dazi, nonostante fosse l’obiettivo dichiarato. Al contrario, continua a riflettere squilibri strutturali. Nel frattempo, il debito pubblico si avvicina alla soglia simbolica dei 40 trilioni di dollari e il solo costo annuale del servizio del debito ha raggiunto i 1,24 trilioni. Una cifra che supera ormai la spesa per la difesa. In questo contesto, le entrate tariffarie non erano solo uno strumento politico: erano ossigeno fiscale. La sentenza della Corte, dunque, non è semplicemente una sconfitta legale. È una riduzione dello spazio di manovra in un momento in cui Washington ha bisogno di stabilizzare i conti e rassicurare i creditori internazionali. Trump può auspicare un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve, ma non è detto che la politica monetaria possa compensare squilibri strutturali di finanza pubblica. Se la prima crepa riguarda la leva economica, la seconda tocca quella strategica.                                           Mentre sono in corso negoziati delicati con Teheran e si cerca di mantenere un equilibrio con Pechino e Mosca, l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha rilasciato dichiarazioni che hanno incendiato il mondo arabo. In un’intervista, ha evocato un “diritto biblico” israeliano su un territorio esteso, richiamando implicitamente l’idea di un Grande Israele.

Mike Huckabee, Ambasciatore USA in Israele

Le reazioni sono state immediate: Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Emirati, Qatar e altri governi della regione hanno condannato le parole dell’ambasciatore, così come la Lega Araba e l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica. Il problema non è soltanto retorico. Molti partner arabi temono che l’amministrazione americana non abbia preso le distanze con sufficiente chiarezza. In un’area dove l’equilibrio si regge su percezioni sottili e calcoli di legittimità interna, anche l’impressione di uno sbilanciamento può avere effetti concreti. Cooperazione in materia di sicurezza, basi militari, accordi energetici e coordinamento sull’Iran sono dossier che richiedono fiducia reciproca. ,Se la credibilità americana dovesse apparire meno neutrale, i governi del Golfo rischierebbero pressioni interne crescenti, in un contesto già attraversato da tensioni anti-occidentali. E se il regime iraniano dovesse indebolirsi o cadere, l’assetto regionale entrerebbe in una fase imprevedibile, con nuove competizioni per l’influenza e il controllo delle rotte energetiche.

Trump si trova dunque davanti a una simultaneità pericolosa: una restrizione del potere economico interno e un irrigidimento del contesto diplomatico esterno. Separatamente, sarebbero episodi gestibili. Insieme, delineano un quadro più complesso.

La forza di una superpotenza non si misura solo nella capacità di imporre dazi o di schierare portaerei, ma nella solidità delle sue istituzioni e nella fiducia che ispira ai partner e ai mercati. Quando entrambe queste dimensioni mostrano crepe nello stesso momento, la vulnerabilità diventa sistemica. Non è ancora una crisi. Ma è un avvertimento. E nella politica americana, gli avvertimenti raramente arrivano per caso. Insomma, Donald, come dicono a Roma, è bene che tu stia in “campana”.

Foto in evidenza da Adnkronos

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