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A KIND OF PARADISE. AL MUSEUM RIETBERG DI ZURIGO LA FOTOGRAFIA COLONIALE DIVENTA UN ARCHIVIO VIVENTE

Ai confini dell’Impero / Roberto Puzzu / 260

Che cosa accade quando le fotografie dell’epoca coloniale vengono sottratte allo sguardo che le ha generate e affidate agli artisti contemporanei? Possono ancora raccontare la storia del potere che le ha prodotte oppure diventare strumenti per immaginare nuove narrazioni? È intorno a queste domande che si sviluppa A Kind of Paradise. Colonial Photography in Contemporary Art, la grande mostra del Museum Rietberg di Zurigo, un progetto che affronta uno dei nodi più urgenti del dibattito artistico contemporaneo: la decolonizzazione degli archivi visivi.

Più che una semplice esposizione di opere, A Kind of Paradise si configura come un laboratorio di rilettura della memoria. Per la prima volta, il museo mette in dialogo la propria importante collezione di fotografie coloniali – realizzate tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento in Africa e Asia – con le opere di venti artisti internazionali provenienti dalle diaspore africane, asiatiche, oceaniche e americane. Il risultato è un percorso capace di trasformare immagini nate come strumenti di classificazione, controllo e dominio in dispositivi di resistenza, riparazione e immaginazione.

La fotografia è stata a lungo considerata una testimonianza neutrale del reale. In realtà, proprio durante l’espansione coloniale europea, essa si è affermata come uno dei principali strumenti di costruzione dello sguardo occidentale sull’Altro. Missionari, antropologi, esploratori e amministratori coloniali hanno utilizzato la macchina fotografica per catalogare popolazioni, territori e culture secondo criteri apparentemente scientifici che contribuivano, invece, a consolidare gerarchie razziali e politiche. Quelle immagini, riprodotte su cartoline, riviste e pubblicazioni etnografiche, hanno alimentato un immaginario destinato a sopravvivere ben oltre la fine del colonialismo.

La forza della mostra consiste proprio nel non limitarsi a denunciare questa storia. Il Museum Rietberg sceglie piuttosto di interrogare ciò che quelle fotografie possono ancora diventare oggi. Gli artisti invitati non si pongono come semplici interpreti dell’archivio: ne assumono il ruolo di archivisti, restauratori, narratori e, soprattutto, interlocutori critici. Le immagini vengono smontate, ricucite, ricontestualizzate e trasformate in nuovi racconti nei quali le persone ritratte cessano di essere oggetti dello sguardo coloniale per ritrovare una soggettività fino a oggi negata.

Il percorso si articola in quattro sezioni tematiche – Mutaforma, 8Confronto, Cura e Photo Fantastic – che rappresentano altrettanti modi di abitare l’archivio.

In Mutaforma emerge il tema dell’assenza. Molte comunità non possiedono fotografie del proprio passato perché gli archivi coloniali sono stati dispersi o conservati esclusivamente in Europa. Gli artisti rispondono nel costruire archivi alternativi e. nell’intrecciare fotografie di famiglia, memorie orali, tessuti, documenti e immagini ritrovate. Non cercano tanto di ricostruire una storia perduta quanto di restituire continuità a genealogie frammentate. L’archivio smette così di essere un deposito immobile e diventa un organismo vivo, continuamente riscritto.

La seconda sezione, Confronto, affronta direttamente gli stereotipi prodotti dalla fotografia coloniale. Le immagini storiche vengono decostruite attraverso collage, autoritratti, interventi digitali e sovrapposizioni iconografiche. Artisti come Frida Orupabo, Omar Victor Diop, Daniel Boyd, Yuki Kihara o Raphaël Barontini trasformano fotografie nate per definire l’alterità in strumenti di autodeterminazione. L’appropriazione dell’archivio diventa un gesto politico: non si cancella il passato, ma lo si costringe a parlare con una voce diversa.

È probabilmente Cura la sezione emotivamente più intensa dell’intero percorso. Qui le fotografie della violenza coloniale vengono affrontate attraverso pratiche artistiche che introducono una dimensione di protezione e riparazione. Ricami, tessuti, interventi manuali e installazioni restituiscono dignità ai corpi storicamente oggettivati dalla macchina fotografica. Le opere suggeriscono che l’arte possa svolgere una funzione terapeutica non perché cancelli il trauma, ma perché rende nuovamente possibile guardarlo senza riprodurne la violenza.

La mostra si conclude con Photo Fantastic, ispirata al concetto di critical fabulation elaborato dalla studiosa Saidiya Hartman. Quando gli archivi tacciono, l’immaginazione può diventare uno strumento di conoscenza. Le fotografie frammentarie vengono così trasformate in racconti possibili, nei quali le persone ritratte acquisiscono finalmente nomi, desideri, relazioni e futuri. Memoria e invenzione non si contrappongono, ma collaborano nella costruzione di una storia più ampia e inclusiva.

Tra gli aspetti più riusciti del progetto curatoriale vi è certamente la capacità di superare la tradizionale separazione tra archivio storico e arte contemporanea. Le fotografie non vengono esposte come semplici documenti, ma come interlocutori delle opere. Ne nasce un dialogo continuo tra passato e presente che invita il visitatore a interrogarsi sul modo in cui le immagini costruiscono la memoria collettiva.

Particolarmente significativa è anche la scelta di coinvolgere il pubblico attraverso gli album fotografici di alcuni abitanti di Zurigo. Accanto agli archivi coloniali compaiono infatti fotografie di famiglia, ricordi personali e racconti privati che ampliano il concetto stesso di archivio. La memoria individuale entra così in relazione con quella storica, suggerendo che ogni fotografia, anche la più domestica, partecipa alla costruzione della nostra identità.

La mostra assume quindi un significato che supera la storia del colonialismo. Le domande che pone riguardano tutti: chi decide quali immagini conservare? Quali storie rimangono invisibili? In che modo le fotografie influenzano ciò che ricordiamo di noi stessi e degli altri?

Il Museum Rietberg affronta queste questioni evitando ogni semplificazione ideologica. L’esposizione non propone una rilettura moralistica del passato, ma costruisce uno spazio di confronto nel quale archivio, arte e ricerca dialogano in modo rigoroso e aperto. È una scelta curatoriale che riflette una trasformazione più ampia della museologia contemporanea, sempre più orientata a considerare il museo come luogo di confronto critico piuttosto che semplice custode delle collezioni.

A Kind of Paradise dimostra come l’arte contemporanea possa intervenire sugli archivi senza tradirne la complessità. Le opere non sostituiscono la storia, ma ne ampliano il campo visivo, nel restituire presenza a ciò che era rimasto ai margini. In questo processo la fotografia perde definitivamente la propria presunta neutralità e si rivela per ciò che è sempre stata: uno spazio di conflitto, di memoria e di immaginazione.

Il “paradiso” evocato dal titolo non è un luogo di evasione né una nostalgia del passato. È piuttosto la possibilità, fragile ma concreta, di immaginare un archivio finalmente plurale, capace di accogliere una molteplicità di voci e di restituire alle immagini la loro dimensione più autentica: quella di essere, ancora oggi, uno strumento attraverso cui comprendere il mondo e ripensare la nostra storia.

https://youtu.be/7dWC682ejuk?si=P8XaHatbkXi_a5uz

Gli artisti partecipanti: Sammy Baloji (DR Congo), Raphaël Barontini (France), Mary Enoch Elizabeth Baxter (United States), Daniel Boyd (Australia), Andrea Chung (United States), Omar Victor Diop (Senegal) & Lee Shulman (United Kingdom), Sasha Huber (Switzerland), Yuki Kihara (Samoa), Cédric Kouamé (Côte d’Ivoire), Dinh Q. Lê (Vietnam), Dimakatso Mathopa (South Africa), Tuli Mekondjo (Namibia), Tshepiso Moropa (South Africa), Aline Motta (Brazil), Frida Orupabo (Norway), Rosana Paulino (Brazil), Wendy Red Star (United States), David Shongo (DR Congo), Zenaéca Singh (South Africa).

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